Ogni tempo dell’anno cambia i colori al volto della terra. Accade ad esempio quando il verde cede lentamente al giallo e le spighe di grano, bionde e mature, attraversate dal vento, annunciano che l’estate è arrivata. Prima ancora che di una stagione, il grano è simbolo: forse il più antico, persistente e universale dell’abbondanza, delle promesse della vita, del sole. Come un mare dorato, i campi di grano illuminano di luce le campagne e conservano la memoria del lavoro dell’uomo, l’idea stessa della sopravvivenza, il bisogno di ogni civiltà che per secoli ha imparato a misurare il tempo osservando la terra come una madre generosa che sfama i suoi figli. Per Greci e Romani nel grano abitava il segreto stesso della vita che muore e torna. Il mito attribuiva a Demetra, dea della fertilità e dell’agricoltura, il dono delle messi e il sapere della semina. A lei era legato uno dei racconti più struggenti con cui gli Antichi provavano a spiegarsi il succedersi delle stagioni: il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade. Quando la giovane donna viene trascinata nel regno dei morti, Demetra, disperata, smette di rendere fertile e felice la terra. I campi si inaridirono, il grano cessò di crescere, gli uomini conobbero la fame e la carestia. Soltanto il compromesso imposto dagli dèi secondo cui la regina degli Inferi avrebbe trascorso parte dell’anno nel mondo sotterraneo e parte accanto alla madre, restituì prosperità al mondo: la primavera e l’estate sarebbero stati il tempo del ritorno, l’autunno e l’inverno quello dell’assenza. In quelle spighe d’oro sopravvive un mito che non abbiamo davvero dimenticato: la convinzione che ogni estate sia, in fondo, un ritorno. Una promessa mantenuta dalla terra dopo il lungo e freddo tempo dell’attesa, abitando un paesaggio emotivo. L’arte ha testimoniato il significato poetico e antropologico del grano assunto nella storia dell’umanità e alcune opere ne sono la prova manifesta. Realizzato nel 1565 da Pieter Bruegel il Vecchio, ne la Mietitura della serie dei Mesi mostra il momento del raccolto: uomini sfiniti dalla fatica riposano all’ombra mentre altri continuano a lavorare nei campi. Per l’artista che scriveva storie dipingendo, il grano è il centro della vita collettiva, il dono da cui dipende la sopravvivenza di un’intera comunità. I toni del giallo sono caldissimi, la luce è piena, quasi ferma, e il paesaggio sembra ricordarci che l’estate non è ozio, ma stagione di lavoro e attesa devota. Nel 1857 Jean-François Millet realizza, in un intenso olio su tela, una delle immagini più potenti del mondo contadino ottocentesco: Le spigolatrici. Il dipinto restituisce la rappresentazione silenziosa e insieme monumentale di tre donne chine a raccogliere le spighe rimaste sul terreno dopo la mietitura, ciò che il raccolto ha lasciato indietro e che ai più poveri era concesso recuperare per sopravvivere. Nessuna idealizzazione, solo verità. Piegate verso la terra in una postura che sembra quasi annullarne l’identità individuale, le donne non hanno volto, le connota il gesto ripetuto, estenuante, umile. I corpi sembrano quasi prolungamenti del suolo stesso, scaturire da esso, come se la vita contadina imponesse una fusione totale tra essere umano e fatica. Il quadro è costruito su un contrasto fortissimo. Sullo sfondo, quasi immerso nella luce dorata, si intravede l’abbondanza del raccolto: covoni ammassati, carri colmi, la prosperità. In lontananza il covone è ricchezza; in primo piano abbiamo la sopravvivenza per gli indigenti. Il pittore francese mette così in scena una campagna attraversata dalla durezza della vita, una silenziosa tensione sociale: chi possiede e chi non ha. In un altro dipinto non troveremo nel grano il bottino di donne umili ma lo sfondo assolato del piacere borghese. Osservando Nel grano di Giuseppe De Nittis eseguito nel 1873 ci addentriamo, abbagliati da una luce vibrante, nel giallo di una distesa di spighe in cui spicca il rosso dei papaveri e in cui due donne eleganti camminano, immerse nella loro conversazione nell’abbraccio della bellezza estiva. Si ha l’impressione che il grano respiri insieme al cielo, il colore è tutte le parole del racconto e materia viva e le donne incarnano l’istante fuggevole, elegante, moderno, la bellezza che passa e scorre dentro l’estate. Se Millet cercava una verità sociale, De Nittis cerca quella percettiva. Cambiano gli sguardi, mutano le società, ma quelle spighe dorate messaggere della stagione estiva restano il segno di una promessa mantenuta dalla terra, la forma visibile della vita che ritorna. Il grano può ancora ridursi nella poesia e nell’innocenza di un gesto minuscolo e insieme assoluto: quello della bambina dipinta da William-Adolphe Bouguereau, che stringe dietro la schiena una spiga come un segreto. Il pittore ci sta presentando una fanciulla che diventerà presto donna e madre. Una rappresentazione allegorica dell’estate? Il tempo e l’età in cui la vita cresce, fiorisce e dà frutto e nel grano l’illusione di ricominciare.
Stella Fanelli

