Fin dall’antichità, l’uomo ha guardato alle stelle non solo per cercare risposte sul proprio destino, come spesso accade anche oggi, ma soprattutto per orientarsi nella vita quotidiana. Gli astri sono da sempre una sorta di grande orologio naturale: osservandone il movimento, le popolazioni antiche potevano riconoscere il susseguirsi delle stagioni, stabilire il momento più adatto per seminare e raccogliere e organizzare le attività legate alla vita nei campi. Il cielo aveva anche un’importanza simbolica e religiosa: la posizione del sole, della luna e delle stelle contribuiva a determinare l’orientamento di templi e luoghi di culto, che venivano spesso costruiti secondo precise corrispondenze con gli astri. In questo senso, il cielo è stato per l’uomo, fin dalle sue origini, non solo fonte di meraviglia, ma anche una guida concreta per misurare il tempo, organizzare la propria vita e dare un ordine al mondo che lo circondava. Per comprendere come tutto ciò avvenisse migliaia di anni fa, oggi esiste una disciplina specifica chiamata archeoastronomia, che studia, attraverso l’archeologia, il rapporto tra uomo e universo nel passato. La professoressa Silvia Motta, una delle poche archeoastronome presenti in Italia, Associata all’I.N.A.F (Istituto Nazionale di Astrofisica) Osservatorio Astronomico di Brera a Milano, in una breve intervista ci ha raccontato i confini di questa branca del sapere.

