Ninfee come un omaggio alla pace. A convincerlo a trasformare quella prima idea in un’opera monumentale fu l’amico Georges Clemenceau, che volle trovare per quelle tele un luogo capace di accoglierle e di restituirne la potenza. Monet non pensò soltanto ai dipinti ma anche allo spazio che avrebbero abitato. Seguì personalmente, insieme all’architetto Camille Lefèvre, i lavori, valutò la disposizione delle sale, la luce, la distanza tra le tele e il movimento dello spettatore. Voleva che le Ninfee non fossero semplicemente guardate, ma avvolgessero chi entrava, come se la pittura potesse cancellare per un momento i confini tra l’arte e il mondo. L’artista morì il 5 dicembre 1926, senza vedere compiuta l’opera. Pochi mesi dopo, nel maggio 1927, il ciclo delle Ninfee venne inaugurato all’Orangerie. Nel centenario della morte dell’artista, proprio quelle sale tornano a rivelarne la visione, la grandezza dell’ispirazione, il suo pensiero sul tempo che la pittura nell’esperienza impressionista tenta continuamente di trattenere.

