Trecento anni fa Jonathan Swift mandava un uomo in viaggio per il mondo. Si chiamava Lemuel Gulliver, era medico e chirurgo di bordo e, prima di imbarcarsi, viveva a Redriff, nei pressi di Londra, dove esercitava la professione. Gulliver parte come medico sulla Antelope, diretto verso i Mari del Sud, ma il viaggio prende presto una piega inattesa: il naufragio lo consegna a un mondo che non è semplicemente sconosciuto, è capovolto. A Lilliput gli uomini sono minuscoli e le loro guerre, le ambizioni, le contese per il potere diventano improvvisamente ridicole; a Brobdingnag, dove tutto è gigantesco, è invece il corpo umano a perdere la sua presunta nobiltà; a Laputa la ragione, separata dalla realtà, partorisce invenzioni assurde; tra gli Houyhnhnm, infine, l’uomo arriva a guardare se stesso come una creatura ripugnante. Vedere finalmente in volto il mondo da lontano e, insieme a esso, l’idea che l’uomo, nel corso della Storia, ha costruito di se stesso: è questo che Swift chiede al suo protagonista. Fare di un uomo uno straniero rispetto alle proprie certezze significa trasformare il viaggio in un esperimento radicale dello sguardo. Gulliver attraversa terre sconosciute, ma soprattutto si allontana da ciò che gli era familiare, fino a non poter più guardare la propria civiltà con gli stessi occhi. È qui la forza rivoluzionaria del romanzo: per comprendere il mondo bisogna, almeno per un momento, smettere di appartenergli. Nel 1726, quando Travels into Several Remote Nations of the World. In Four Parts. By Lemuel Gulliver apparvero anonimi a Londra, Swift non stava scrivendo il libro per bambini nel quale lo avremmo trasformato più tardi. Stava mettendo sotto processo il proprio tempo: la politica, il potere, l’orgoglio nazionale, la superbia dell’uomo europeo, l’ottimismo della ragione, la mistica fiducia nel progresso. E lo faceva con l’arma più corrosiva che avesse a disposizione: il ridicolo. Tre secoli dopo, naturalmente, quel mondo esiste ancora?

