C’è una lunga storia nascosta dietro la parola «strega»: una vicenda in cui il femminile, prima ancora di essere perseguitato, viene progressivamente e intenzionalmente riscritto. Da figura ambigua, depositaria di saperi sulla natura, sul corpo e sulla cura, la donna che conosce ciò che gli altri ignorano finisce per incarnare, nello sguardo delle istituzioni, una forma di trasgressione e infine il Male. È dentro questa metamorfosi antropologica e culturale che Giovanna Potenza conduce il lettore con Malefiche (Ponte alle Grazie), ricostruendo quattro secoli di persecuzioni e interrogando le origini religiose e sociali di quella che siamo soliti chiamare «caccia alle streghe». La sua ricerca arretra ben oltre i tribunali dell’Inquisizione, fino alle presenze femminili dell’antichità, quando il sacro non aveva ancora separato con nettezza la potenza generatrice da quella distruttiva. Inanna, Iside, Ecate, Circe, Medea: divinità e creature mitiche nelle quali il sapere, la sessualità, la capacità di guarire e quella di nuocere appartengono ancora a una medesima, inquieta idea ancestrale di femminilità. Anche la strix, l’uccello notturno della tradizione latina dal quale deriva la parola «strega», porta con sé questa ambivalenza: creatura della notte, predatrice e insieme figura soprannaturale, destinata a trasformarsi nel corso dei secoli in una donna alla quale si attribuiscono poteri occulti. È nel passaggio dall’immaginario alla storia che il libro acquista la sua particolare forza. Nell’Italia medievale e moderna, levatrici, guaritrici, conoscitrici delle erbe e delle pratiche terapeutiche popolari occupano uno spazio necessario nella vita delle comunità. Sono depositarie di un sapere empirico, trasmesso oralmente, spesso estraneo ai luoghi istituzionali della medicina e della cultura. La progressiva elaborazione della demonologia modifica però il significato di quelle pratiche: ciò che apparteneva alla consuetudine può diventare superstizione; la superstizione, eresia; l’eresia, patto con il demonio. E la donna che possiede quel sapere può trasformarsi in «malefica». Chi scrive insiste opportunamente sulla varietà della vicenda italiana, lontana dall’idea di una persecuzione uniforme. Le forme della repressione mutano secondo i territori, le autorità, le culture locali; le denunce nascono spesso da conflitti, rivalità, sospetti e tensioni comunitarie prima ancora che da una reale elaborazione dottrinale, neanche le bambine ne vengono risparmiate. La stregoneria diventa così anche una categoria attraverso cui una società può nominare ciò che teme, disciplinare ciò che sfugge alle sue regole, ricondurre entro un ordine riconoscibile una presenza femminile disobbediente. Ma il vero controcanto del libro sono le carte processuali. Quei documenti che furono prodotti per interrogare, condannare e umiliare conservano, a distanza di secoli, qualcosa delle voci che avrebbero dovuto cancellare. È nel Trecento che la ‘paura prende forma’ , nel Quattrocento la riflessione sulla stregoneria acquista un profilo teorico autonomo e alla fine del secolo con la bolla Summit desiderantis affectibus papa Innocenzo VIII fissa i principi teologici e giuridici necessari alle persecuzioni: è l’alba dei roghi! Nei verbali riemergono Bellezza Orsini, Clara di Malegno, Sibilla Ferrarini, le janare del Mezzogiorno, le donne accusate di maleficio e aleggiano le leggende nere di Caterina de’ Medici, Bianca Cappello, Caterina Sforza, Lucrezia Borgia; e insieme riemerge un universo nel quale le erbe, i sogni, i rituali, la fertilità dei campi, la cura del corpo e il rapporto con i morti appartenevano a una trama di credenze assai più complessa di quella restituita dai tribunali. È questa, forse, l’operazione più significativa di Malefiche: sottrarre quelle donne alla categoria che le ha consegnate alla storia — la «strega» — per restituirle alla drammatica complessità delle loro vite. La ricerca non si limita così a ricostruire una geografia della persecuzione: ascolta, nelle pieghe delle fonti che le condannarono, la persistenza di voci che non sono state del tutto vinte dall’opera del tempo. E ricorda che anche la storia del male è, prima di tutto, una storia di chi ha avuto il potere di definirlo.
Stella Fanelli

