Minneapolis. Tragico destino di una città da più di un lustro agli albori della cronaca per una deriva civile che ripropone la dinamica degli scontri razziali oltreoceano, indici di un mito da rivedere, il crogiolo di razze. Basta andare all’uccisione di George Floyd, il 25 maggio 2020, per ritrovare lo stesso scenario attuale. Peggiorato da una milizia tutt’altro che inquadrabile fra le regolari forze dell’ordine. L’ICE, “Immigration and Customs Enforcement”, controllo dell’immigrazione e delle dogane, sequestra e deporta infanti per catturare i genitori, uccide attivisti bianchi come Renee Good e da ultimo Alex Jeffrey Pretti, scambiandone il cellulare per una pistola. Paradossale che la superpolizia con licenza d’imperversare sia diretta da Greg Bovino, “il regista della paura”, un italo-americano. La gente scende per le strade, pur cercando di serbare la compostezza che si addice a un Paese comunque caposaldo di grandi valori morali. A fronte, una realtà distopica, dove la democrazia in America è confinata fra le pagine di un libro immaginario scritto da Alexis de Tocqueville. Viene da ripetere la domanda che pose in diretta sulla CBS l’indimenticato anchorman Walter Cronkite quando la guerra del Vietnam toccò le atrocità del massacro di My Lai: «Che cosa sta succedendo?» La risposta si trova in un altro interrogativo, “America America, dove vai?” titolo italiano del film di Haskell Wexler del 1969.
Ciò che per Tocqueville era segno di vitalismo nei tratti americani, oggi non può più passare sotto i crismi positivisti e pragmatisti. Nel paradigma degli Stati Uniti solo il denaro protegge l’individuo dall’incognita del suo simile. Hobbes vi ritroverebbe all’estremo la conferma del classico motto homo homini lupus. Superata la Nuova Frontiera e lasciata definitivamente indietro la sindrome del Vietnam, rimosso il Watergate e dichiarata la guerra permanente al terrorismo, la società più avanzata del mondo serba al proprio interno sacche congenite di imbarbarimento, inspiegabili con il trito ricorso alle “contraddizioni del capitalismo”. La verità è che l’etica e i costumi del selvaggio west aleggiano in permanenza fra i grattacieli delle metropoli e i vialetti dei quartieri suburbani. La “wilderness”, la natura selvaggia, non è stata addomesticata dallo sviluppo industriale ed economico. Di qui il ricorrere degli scontri razziali che attraversano l’intero arco storico degli Stati Uniti.
Watts, sobborgo meridionale di Los Angeles, 11 agosto 1965. Marquette Frye, un uomo di colore, viene fermato per guida sospetta in stato di ebbrezza da alcol o droga. In azione, i “Chips” della nota serie televisiva, ossia gli agenti della California Highway Patrol. Frye viene trattenuto per accertamenti. Il fratello Ronald chiede il permesso di ritirare la vettura. Lee Minkus, il funzionario cui è affidata l’inchiesta, glielo nega. La popolazione di colore della zona non gradisce ed iniziano sei giorni di violenza, incendi e saccheggi.
1991, ancora Los Angeles. Il 3 marzo Rodney King, un tassista, non si ferma all’alt di una pattuglia della polizia metropolitana. L’arresto avviene con violenze riprese dalle telecamere e trasmesse sulle principali reti. Finiscono sotto processo gli agenti Stacey Koon, Laurence Powell, Timothy Wind e Theodore Briseno. Un anno dopo, il 29 aprile 1992, con sentenza di primo grado i cinque sono prosciolti. I ghetti di South Los Angeles, in prevalenza ispanici ed afroamericani, esplodono.
Ancora, a Detroit nel 1967, a Memphis nel 1968, dopo la morte di Martin Luther King. Saccheggi e vandalismi abbondano nel luglio 1977, durante il black-out a New York. Il sindaco di Detroit, alla metà degli anni ’80 dichiara il coprifuoco per tutti i giovani minorenni. L’architettura non crea più spazi e dimensioni abitative, bensì “skywalks”, passerelle coperte a mezz’aria che collegano un palazzo all’altro nei centri residenziali. Ad Atlanta, Chicago, Denver, Detroit, Houston e Los Angeles, le metropoli con i più alti tassi di criminalità, è possibile percorrere intere distanze senza uscire.
A Washington, la città del Presidente, è sconsigliabile stagliarsi di sera nel vano di una porta d’ingresso che dà sulla strada con la luce di casa accesa. Si rischia di fare da bersaglio alle gang di teppisti che vagano sparando a caso. Una pratica che si chiama “drive-by shooting”.
Ogni casa degli Stati Uniti è una roccaforte. Al punto che anni fa, la rivista “Time” titolava un pezzo «La nuova Fortezza America».
Il Middle West non è più quieto. In certe cittadine si ergono palizzate al loro ingresso e si montano torrette di guardia. A turno, gli abitanti vigilano per segnalare e intervenire con le maniere forti quando giungessero stranieri non bene accetti. Ed è raro vedervi circolare minoranze etniche.
Nella commedia di Jules Feiffer del 1968 “Piccoli assassini” frotte di insospettabili piccoli borghesi sparano in strada dalle loro finestre di casa, a New York. La competitività esasperata e gli egoismi della miscela metropolitana sfocia in violenza omicida di tutti contro tutti
“Requiem per un cacciatore”, di Henry Kuttner, si ambienta nel Central Park, già pericoloso negli anni ’50. L’autore lo raffigurava in futuro popolato da delinquenti così terribili da aver formato tribù di cacciatori di teste. Un pezzo di giungla selvaggia nel cuore della metropoli, come in fondo è diventato non solo il Central Park, ma anche qualche ridente giardino pubblico del tipo di Parco Lambro.
Apologo ancora più disperato quello del romanzo “Non temerò alcun male”, di Robert Heinlein. Scritto nel 1970, preconizza un’America dall’esistenza è blindata. Ci si sposta solo in macchina o in volo e per i pochi, indispensabili tratti a piedi, bisogna indossare mantelli corazzati. Lo stesso Heinlein aveva scritto nel 1952 il lungo racconto “La congiuntura”. Qui un matematico ravvisava nelle curve statistiche un’impennata di follia e violenza collettiva che avrebbe portato all’autodistruzione dell’umanità.
Gli Stati Uniti sono al vertice della produzione mondiale di armi da fuoco. Se ne realizzano circa 3,4 milioni di esemplari all’anno, fra 1,4 milioni di fucili e 777 mila pistole, per un fatturato annuale di 11 miliardi di dollari. Le 465 aziende del settore forniscono 36 mila posti di lavoro. Il 32% delle famiglie possiede almeno un’arma in casa. Su tutto troneggia la National Rifle Association, principale esponente della lobby delle armi. Fondata alla fine dell’Ottocento come semplice congrega di cacciatori, è divenuta un centro vero e proprio di potere industriale con un budget annuale di 500 milioni di dollari.
In questa desolazione perde ogni senso la poesia di Emma Lazarus The New Colossus, apposta nel 1903 ai piedi della Statua della Libertà, specie nella sua commovente chiusa: «Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, / Le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, / Il rifiuto miserabile delle vostre coste brulicanti. / Mandate a me loro, i senzatetto, scossi dalle tempeste, / E io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.»
Enzo Verrengia

