Venerdì 28 agosto 2026, ore 7:02

Scenari

Chi detiene oggi davvero il potere? Banchieri e multinazionali

La maggior parte delle persone non comprende ancora come funzioni realmente il potere moderno, né perché la resistenza democratica continui a fallire simultaneamente in tutte le nazioni occidentali. Vedono le stesse politiche attuate dal Canada all’Australia, dalla Svezia alla Nuova Zelanda, e presumono che si tratti di una coincidenza o di una naturale convergenza. In realtà non si tratta né dell’una né dell’altra cosa. Per cercare una risposta ci si può addentrare su Substack, ecosistema editoriale dove convivono articoli, video, podcast e community, progettato per mettere al centro creator e brand che ragionano da media company. Molto più di semplici blogger, gli autori scambiano idee e ragionamenti. Per tornare alla nostra domanda di partenza, la lettura ci spinge a dedurre che alla base di tutta la governance moderna c’è quella che potrebbe essere considerata una struttura Kiel: una pila di controllo universale che opera attraverso quattro ambiti fondamentali: Conoscenza (chi definisce problemi e soluzioni); Informazioni (come avviene il coordinamento); Energia (allocazione delle risorse e applicazione delle norme); Territorio (attuazione territoriale). Lo sintetizzò bene la Rand corporation: controllando sistematicamente questi quattro ambiti, si potrebbe controllare qualsiasi sistema complesso, che si tratti di un’operazione militare, di un’economia nazionale o persino della governance globale stessa. Oggi la deliberazione democratica è stata sostituita dall’ottimizzazione tecnocratica, ma il cambiamento è avvenuto in modo così graduale che la maggior parte delle persone non si è nemmeno accorta della transizione. Le multinazionali diventano agenti di controllo anziché attori indipendenti. Implementano requisiti Esg, obblighi di diversità e restrizioni sulle emissioni di carbonio non perché lo richiedano i mercati, ma perché il sistema finanziario da cui dipendono rende gradualmente obbligatoria la conformità, fingendo che sia volontaria. Per i cittadini, votare con più impegno non funziona. I politici possono vincere le elezioni, ma non possono cambiare i meccanismi di coordinamento sottostanti che controllano la pianificazione strategica, da tempo esternalizzata. Questo sistema presenta una vulnerabilità critica: la maggior parte delle persone non ne comprende il funzionamento. Continuano a cercare di risolvere i problemi attraverso istituzioni che sono state concepite per impedire qualsiasi soluzione. Votano per politici incapaci di cambiare il sistema di base. Protestano contro politiche determinate da processi amministrativi al di fuori della portata democratica. Ma una volta che si comprende l’architettura del potere, non la si può più ignorare. Ogni importante sviluppo politico diventa prevedibile. Ogni apparente crisi che genera risposte identiche in tutte le nazioni rivela gli stessi meccanismi di coordinamento, portando a una soluzione prestabilita e giustificando l’espansione dei poteri tecnocratici. Capire questo non ci rende complottisti. Ci fa solo capire come sia cambiato il potere: i politici per cui voti sono quadri intermedi. Le politiche che attuano sono predeterminate da istituzioni di cui non hai mai sentito parlare, finanziate da fondazioni apparentemente filantropiche che affermano di servire il bene comune ed imposte attraverso meccanismi finanziari progettati per rendere la resistenza un suicidio economico. L’architettura di controllo è completa e operativa. Il quadro morale fa apparire la resistenza immorale. I sistemi digitali rendono automatico il coordinamento. I meccanismi finanziari rendono obbligatoria la conformità. Eppure, qui risiede il paradosso supremo: un sistema progettato per impedire la resistenza rendendola impensabile potrebbe essersi reso vulnerabile proprio all’unica cosa che non può programmare: il momento in cui un numero sufficiente di persone, simultaneamente, riesce a smascherare la facciata morale e a riconoscere la struttura di controllo cosmopolita per quello che è. A quel punto, la domanda non è più “Chi comanda?”, ma “Un sistema progettato per impedire la resistenza può mai essere riprogrammato pacificamente?”. I movimenti populisti vincono le elezioni, ma si ritrovano limitati dagli stessi meccanismi istituzionali che hanno condizionato i loro predecessori. Il sistema elabora input democratici ma mantiene output predeterminati. La forza del vero sistema di controllo risiede nella sua semplicità, non nella complessità. Non richiede un’esecuzione perfetta, ma solo il controllo dei quattro ambiti chiave (Conoscenza, Informazione, Energia, Territorio). Le organizzazioni internazionali non necessitano di una cooperazione impeccabile: hanno solo bisogno di accordi vincolanti che limitino le politiche nazionali. I sistemi complessi sono più facili da controllare rispetto a quelli semplici, non più difficili, perché la complessità oscura i meccanismi di controllo. La distinzione tra cospirazione consapevole e logica istituzionale è irrilevante ai fini dei risultati. Che il coordinamento avvenga tramite pianificazione esplicita o metodologia sistematica, il risultato finale è identico, ed è quello che conta: l’attuazione sincronizzata delle politiche tra istituzioni apparentemente indipendenti. Il sistema funziona allo stesso modo a prescindere dalla consapevolezza soggettiva dei partecipanti del proprio ruolo al suo interno. Comprendere il meccanismo è più importante che determinarne l’intento. Le prove documentano relazioni istituzionali, trasmissione metodologica e coordinamento sistematico nel corso dei decenni. Non si tratta di possibilità teoriche, bensì di processi storici documentati con esiti contemporanei osservabili. La questione non è se questo sistema esista, ma se le popolazioni democratiche ne riconosceranno il funzionamento prima che diventi completamente irreversibile.
Raffaella Vitulano

( 27 agosto 2026 )

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