Lunedì 24 agosto 2026, ore 14:37

Libri

Rompere gli inganni del potere

di SERAFINA RUSSO

Nell’antologia di testi di René Girard, antropologo e filosofo francese, Il desiderio di tirannia (Raffaello Cortina editore 2026), titolo originale “Le désir de tyrannie”, (éditions Grasset & Fasquelle 2026) con una utile prefazione e prostazione a cura di Benoit Chantre, s’in daga sulla natura e sulla genesi della tirannia. Il rapporto tra la violenza, scaturita della rivalità mimetica, e il sacro – cuore del pensiero girardiano - è dispiegato in tutta la sua progressiva costruzione. Rileggerlo in chiave contemporanea è utile per smascherare quei dispositivi pseudo sociologici e politici messi in atto per favorire l’avvento di un male politico incentrato sul Modello unico.

Solo la ragione che critica e chiarifica aiuta gli uomini a liberarsi dagli inganni del desiderio mimetico, generatore di meccanismi infernali e violenti che si realizzano all’in terno di un perimetro politico. Quando in una società tutto è in fiamme, regna una caos indescrivibile, il nonsenso trionfa nelle fascinazioni primitive e negli odi universali, si esaspera la crisi e il disordine arriva al culmine. Per l’effetto di ciò, i membri della comunità diventano tutti gemelli della violenza.

L’atavica guerra di tutti contro tutti – animata da polarità e da conflitti giunti al parossismo - non si spegne, per Girard, con il contratto sociale ma con la guerra di tutti contro uno: il capro espiatorio. La violenza mimetica si dissolve nella violenza sacrificale, poiché una sola vittima può sostituirsi a tutte le vittime potenziali, a tutti i fratelli nemici. L’isteria della folla informe, dapprima mossa da un’agitazione senza direzione, si unifica nell’odio che uno soltanto del gruppo ispira, e il mimetismo vi converge. Il linciaggio imitativo (la colpa collettiva) e unanime verso il capro espiatorio selezionato sulla base della più insignificante supposizione e di un chimerico verdetto è ciò che fa tornare la pace nell’intero corpo politico. Il sacrificio rituale di uno non solo riconcilia il gruppo ma dimostra come l’esperienza religiosa arcaica diventa fondativa di una società. “L’umanità – io credo – è figlia della religione”, scrive René Girard. E’ a questo punto che il filosofo dispiega un passaggio cruciale, una“verità” sociologica che può essere generalizzata, sul legame tra sovranità e sacrificio: l’assassinio rituale conferisce alla vittima i simboli della sovranità, che è in verità tirannide. In altre parole, la caccia al capro espiatorio della folla, in preda al mimetismo violento, genera il sacro violento.

Le società primitive sono strutturate in modo tale che non si possa dubitare della colpevolezza della vittima condannata da tutti. Ma il cristianesimo e l’ebraismo hanno segnato una rottura con l’uni verso mitico e con il ciclo della violenza perché hanno svelato il sistema del capro espiatorio, il carattere violento e mendacemente persecutorio della società e rivelato al mondo l’innocenza della vittima: “mi hanno odiato senza ragione” (Vangelo secondo Giovanni 15,25). Dalla lettura combinata della tragedia greca, l’Edipo re di Sofocle, metafora del desiderio che porta al parricidio (l’ucci sione di Laio) e all’incesto (Edipo giace con Giocasta, madre e sposa), alla luce del Libro di Giobbe, uomo di fede che sa pazientare nelle avversità, Giarard ci mostra che è possibile resistere al conformismo omicida e totalitario della moltitudine, è possibile rifiutare l’odio della folla e lo speculare odio del tiranno. Naturalmente, quest’opera di critica decostruttiva lascia aperta la questione della produzione di un ordine non violento - una questione a cui un ammiratore di Girard, Peter Thiel, ha dato recentemente risposte a dir poco inquietanti - .

In ogni caso, la lezione di Girard è che grazie ai testi sacri ci è data la possibilità di dubitare della innocenza della vittima e ipotizzare invece la colpevolezza dei carnefici, responsabili di perseguitare vittime innocenti. Si possono insomma tradire le verità che i miti dogmatizzavano. Tradurre questo discorso dal piano religioso al piano politico significa affermare che raramente l’unanimità è portatrice di verità: il più delle volte è un mero processo mimetico e oppressivo, che ricorda la riduzione all’u nanimità dei paesi totalitari. Per Girard, l’importanza della parola biblica sta nel fatto che illumina i rapporti umani poiché mira a una realtà delle relazioni liberata da ogni accusa. Tutto l’odio del mondo è ricaduto sul Cristo, che con la sua Passione è però diventato non un modello di tirannia ma un modello universale di pace.

Deporre l’odio vuol dire non scegliere la distruzione della vittima, non ricadere nell’orrore dei totalitarismi. Vuol dire comprendere che non esiste rabbia sociale, paura, conflitto politico e culturale che possa giustificare la caccia all’uomo, la violenza collettiva, la trasformazione di persone, spesso le più vulnerabili, in bersagli, significa cambiare il movimento dell’o dio. E’ un primo passo per depotenziare il tiranno, anche quello che è dentro di noi.

( 24 agosto 2026 )

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Rompere gli inganni del potere

Un'antologia di testi di René Girard, antropologo e filosofo francese

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