È la crisi del modello di successo tedesco, ammette la Frankfurter Allgemeine Zeitung. E se la Mercedes sta intensificando le misure di riduzione dei costi (posticipando il pagamento dei bonus, delocalizzando produzione e funzioni amministrative, e soprattutto proponendo il ritorno alla settimana di 40 ore a parità di stipendio), c’è chi prepara ufficialmente la madre di tutte ristrutturazioni. Non si tratta solo di automobili, precisa il quotidiano di Francoforte, che resta il cuore economico della Germania. In gioco ci sono tempi e modi di come “una nazione industrializzata difende la propria prosperità”. Che, tuttavia, stando alle ultime indiscrezioni che verranno confermate solo tra qualche giorno, esula dall’idea, ormai quasi provocatoria, di interesse generale. Parafrasando una celebre citazione, non è detto che ciò che è bene per Volkswagen e Mercedes sia necessariamente un bene per la Germania. E anche per altri Paesi. La crisi di VW è talmente profonda che potrebbero essere addirittura 100mila i tagli del personale previsti nel mondo nel 2027, e cioè in una galassia che attualmente dà lavoro a 657mila persone. Secondo l’indiscrezione dell’emittente NDR, nel medio termine è possibile la chiusura degli stabilimenti di Hannover, Zwickau ed Emden, così come quello Audi di Neckarsulm. L’attuale modello commerciale, che prevede lo sviluppo di automobili in Germania, la loro produzione in Europa e la loro esportazione in tutto il mondo, non è più efficace per tutti i marchi, ammettono i vertici. Dazi, aumento della concorrenza e, in generale, condizioni di mercato sfavorevoli hanno tolto certezze all’azienda, che ha tuttavia l’obbligo di restare competitiva in un mondo radicalmente cambiato. Ma la cogestione non si tocca, tuona il sindacato. “Gli attacchi alla legge Volkswagen e alle nostre sedi sono minacce irresponsabili”, reagisce IG Metall. La decisione definitiva potrebbe arrivare nel consiglio di sorveglianza del 9 luglio. Mercedes, come si accennava, compressa tra il crollo delle vendite in Cina (il mercato si è spostato verso produttori locali, che hanno il merito di presentare modelli in tempi più brevi, controllare una parte maggiore della catena delle batterie e conoscere certamente meglio l’ecosistema digitale dei consumatori cinesi), margini in ritirata e la crisi del modello industriale tedesco, propone di “affrontare seriamente il ritorno alla settimana di 40 ore”, secondo la versione del presidente del consiglio di sorveglianza Martin Brudermüller,. La Germania, sostiene, ha infatti esaurito il vantaggio di produttività con cui, per decenni, aveva compensato salari e costi industriali superiori a quelli dei concorrenti. Non ci sono ancora decisioni formali, fanno sapere da Stoccarda. I numeri, però, dicono che il passaggio da 35 a 40 ore settimanali significa un aumento del tempo contrattuale del 14,3 per cento, pari a quasi 22 ore di lavoro aggiuntive al mese. A stipendio invariato, la retribuzione per ogni ora lavorata diminuirebbe, in termini puramente matematici, del 12,5 per cento. La scelta di aumentare le ore a parità di stipendio sarebbe comunque meno dolorosa dei licenziamenti di massa avviata da Wolfsburg, e che non conosce ancora la fine.
Pierpaolo Arzilla

