Uno dei recenti post di Donald Trump su Truth Social sembra suggerire che il presidente degli Stati Uniti stia cercando un modo per porre fine alla guerra con l’Iran. “Ma anche se ci riuscisse - si chiede su Ig Chris Beauchamp, analista capo di mercato - il danno sarebbe ormai fatto? Lo sapevamo tutti che sarebbe successo. Il post di Trump sui negoziati con l’Iran era atteso sin dall’inizio della guerra, alla fine di febbraio. L’impennata dei prezzi del petrolio, l’aumento dei prezzi della benzina, il crollo delle azioni e l’impennata dei rendimenti obbligazionari rappresentano un incubo per un presidente americano che ha condotto la sua campagna elettorale promettendo di ridurre l’inflazione e inaugurare una nuova era di prosperità per gli Stati Uniti. Pertanto, non sorprende che a un certo punto Trump abbia cercato di contenere i danni all’economia statunitense causati dalla sua guerra, facendo marcia indietro sulla minaccia di colpire le centrali elettriche iraniane”. Più volte nei suoi mandati Trump sembra essersi ’tirato indietro’, come si suol dire (Taco, vedi sotto) in alcune sue azioni. Non ci sarebbero ad esempio stati attacchi alle centrali elettriche iraniane per cinque giorni, dando tempo ai negoziati. E poi? “Trump ha una storia di grandi cambiamenti seguiti da passi indietro a causa delle conseguenze. La guerra con l’Iran rientra in questo schema. L’Iran potrebbe però non cercare di raggiungere un accordo troppo in fretta dato che gli Stati Uniti e Israele l’hanno attaccato mentre i negoziati erano ancora in corso, e Teheran potrebbe non fidarsi della buona fede dei suoi avversari. Gli investitori dovrebbero rimanere cauti e continuare a prestare attenzione all’elevata volatilità e alla necessità di una buona gestione del rischio”. “Nel tempo che impiegheresti a camminare dalla tua auto alla tua scrivania, il presidente Donald Trump ha aggiunto 1.700 miliardi di dollari al valore delle azioni e ha fatto crollare il prezzo del petrolio di 17 dollari, ovvero di circa il 15%. Nel tempo che impiegheresti a prendere il caffè, l’Iran lo avrebbe già accusato di mentire e metà di quei guadagni sarebbero svaniti. Questa è la tipica mattinata di lunedì per un dirigente fortemente orientato al mercato, alla quarta settimana di guerra”, scrive invece Fortune. Pochi minuti prima che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciasse lunedì il rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, i trader hanno scommesso centinaia di milioni di dollari su contratti petroliferi. I dati di mercato esaminati dalla Bbc mostrano che il volume degli scambi ha subito un’impennata circa quindici minuti prima che il presidente pubblicasse sui social media l’annuncio della decisione. Alcuni analisti di mercato affermano che l’attività insolita apre alla possibilità che le scommesse siano state piazzate con una conoscenza preventiva della decisione. “Sembra decisamente anomalo”, afferma Mukesh Sahdev, capo analista petrolifero di XAnalysts. “A quel tempo, non c’erano indicazioni che fossero in corso seri colloqui tra Stati Uniti e Iran. Quindi, scommettere così tanto denaro su un calo del prezzo del petrolio solleva dei dubbi”. In un post su X, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, ha affermato con chiarezza che “le notizie false vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dalla palude in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”. Negoziato o meno, c’è un timing sospetto di insider trading che va evidenziato. Il Financial Times ha ricostruito, infatti, che poco prima del post su Truth, c’è stato un sommovimento insolito nel mercato finanziario dei futures di Wall Street riguardanti il petrolio. Un portavoce della Casa Bianca ha minimizzato l’attività sospetta. Cosa c’è dietro questa instabilità delle mosse di Trump? La mera avidità di guadagni finanziari dalle guerre oppure addirittura - come altri sospettano - Washington starebbe tessendo una sottile trama di inganni e di dissimulazioni nei riguardi dello stato ebraico che ha deciso di lanciare questa offensiva unilateralmente, non appena i suoi vertici hanno compreso che l’amministrazione Trump voleva davvero chiudere un accordo con Teheran? In questo caso (ma ambedue le ipotesi potrebbero coesistere) nel gabinetto del governo israeliano si è scatenata una furia che ha portato Tel Aviv a incendiare una guerra difficile da vincere se Washington stesse praticando un gioco di formale appoggio a Israele, al quale però non faccia seguito un reale sostegno alle sue azioni belliche, che possono sì procurare dei danni all’Iran, ma non possono certo neutralizzare la sua enorme capacità missilistica, tantomeno possono spianare la strada all’agognato golpe contro la teocrazia islamica di Teheran, che sembra non avere affatto fretta di concludere negoziati. Israele insegue un disegno di dominio, di supremazia sul mondo intero e aspira ad essere la sede di un governo mondiale, come lo descrisse fedelmente l’ex primo ministro israeliano Ben Gurion, e Benjamin Netanyahu non è altro che il figlio “spirituale” di questa visione. C’è chiaramente una dicotomia nella geopolitica israelo-americana. Una va nella direzione di un reale colpo di Stato a Teheran che porti al potere un uomo nelle mani dello stato ebraico. L’altra cerca le apparenze, le cosiddette optics, quelle che vogliono cambiare tutto per non cambiare nulla. Trump risolverebbe in tal modo finalmente la spinosa questione della lobby sionista, tra le quali le potenti Chabad e l’aggressiva Aipac, con le quali ha dovuto scontrarsi per tutto il suo mandato e che sono nei fatti i veri decisori della politica estera americana, sin dalla seconda guerra mondiale. Come spiegare diversamente la cancellazione, da parte del presidente americano, delle sanzioni sul petrolio iraniano? In pratica, le petroliere iraniane che si trovano già in mare potranno vendere il loro petrolio agli Stati Uniti, decisione che consentirà alle casse della teocrazia islamica la enorme cifra di 14 miliardi di dollari. Non è contraddittorio che gli Stati Uniti che sarebbero in guerra contro l’Iran tolgono le sanzioni al loro “nemico”, mettendogli a disposizione i fondi necessari per fare non una, ma dieci guerre contro Israele, lasciato alla mercè dei missili iraniani? Trump quindi rimescolerebbe le carte, confondendo i suoi nemici, eseguendo tutta una serie di psy-op e depistaggi? ’Termometro geopolitico’ scrive in un post che “potrebbe essere un atto di distruzione creatrice geopolitica e geoeconomica ad ampio spettro. Per perseguire un Make America Great Again si può spingere quanto più e possibile avanti gli Usa o si può spingere quanto più possibile indietro il Resto del Mondo. La grandezza di potenza, in questo contesto, è relativa, conta la distanza di potenza. Si può fare l’America più grande anche facendo più piccolo il Resto del Mondo”. Collassare un sistema per creare condizioni di possibilità per costruirne un altro è concetto di teoria economica di Schumpeter. Può funzionare in questa fase? Pierluigi Fagan su ’Termometro’ aggiunge che ci saranno “ovviamente anche contraccolpi interni agli Usa e la probabile sconfitta repubblicana alle mid-term, ma tanto Trump ha dato segnali forti di disinteresse per i minuetti costituzional-parlamentari e sappiamo che la strategia iniziale del suo gruppo di potere prevedeva ab origine di andare oltre le strettoie delle elezioni di rinnovo della carica fra due anni. Erano piani essenzialmente e spudoratamente rivoluzionari”. “Ci sono molti segni, segni che credo anche gli Usa vedano, di un potenziale capovolgimento dei rapporti di forza nell’intero Medio Oriente. Con un Medio Oriente accessibile all’influenza Brics gli equilibri mondiali cambierebbero completamente, aprendo letteralmente ad un’era nuova. Se fosse un film, sarebbe il momento di munirsi di pop corn; non essendo un film, meglio munirsi di taniche di benzina” aggiunge Andrea Zhok. Israele tuttavia non rinuncerà facilmente a cercare il suo moshiach, quel leader che condurrà le nazioni verso il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”; una sorta di superuomo di Nietzsche che consenta ad Israele di dominare il Medio Oriente. E la decisione di chiudere la storica Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, edificata sul luogo dove Cristo fu crocefisso e dove poi risorse a vita nuova tre giorni dopo la sua morte, andrebbe in questa direzione. Se non siano questi i tempi di Fatima piuttosto che del moshiach, lo capiremo solo dai prossimi eventi.
Raffaella Vitulano

