Il celebre economista Richard Werner propone su Uncut-news una tesi che mette in discussione le fondamenta delle moderne strutture economiche e di potere, e che spesso troviamo ormai in sempre maggiori articoli: le guerre di vasta portata raramente sono il risultato delle ragioni ufficialmente dichiarate. Piuttosto, i conflitti vengono spesso innescati con pretesti falsi o fuorvianti, mentre i veri beneficiari restano nell’ombra. Le banche centrali e il sistema finanziario globale, nella fattispecie - sono al centro della sua analisi. Werner è riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi esperti di moneta e sistema bancario. L’economista ha studiato all'Università di Oxford e alla London School of Economics, è stato professore di economia bancaria e finanziaria e ha fornito consulenza a governi, banche centrali, fondi pensione e istituzioni finanziarie internazionali. Ha ottenuto fama internazionale grazie al suo libro “I principi dello yen” e per aver coniato il termine “quantitative easing”. Sì, proprio quello che ha tanto poi reso noto ai più Mario Draghi. Il suo lavoro accademico sulla creazione di moneta da parte delle banche è tra gli studi più citati nel settore, ma la linea non è esattamente quella dell’ex presidente della Bce. Proprio perché Werner proviene dall’interno del sistema, tuttavia, le sue affermazioni sono degne di nota. Secondo Werner, la storia mostra uno schema ricorrente: la popolazione viene regolarmente preparata ai conflitti militari attraverso campagne politiche e copertura mediatica, mentre i veri interessi che si celano dietro le quinte rimangono nascosti. Pensiamo alla Prima e dalla Seconda Guerra Mondiale al Vietnam e alla guerra in Iraq. In molti di questi casi, le giustificazioni ufficiali sono state in seguito confutate, ridimensionate o smascherate come fuorvianti. Per Werner, quindi, la questione non è se tali schemi esistano, ma chi ne tragga vantaggio a lungo termine. Werner individua la risposta nel sistema bancario stesso. Le banche centrali e le relative reti finanziarie detengono una posizione di potere unica perché controllano la creazione di moneta attraverso i prestiti. Questa capacità di creare potere d’acquisto sulla carta, a suo avviso, conferisce al settore finanziario un’enorme importanza politica ed economica. Chiunque controlli l’offerta di moneta influenza in ultima analisi intere economie, e quindi anche il finanziamento delle guerre. Werner non esita a citare dinastie finanziarie consolidate come i Rothschild e al loro ruolo nello sviluppo delle moderne strutture finanziarie. La sua tesi centrale, tuttavia, non è che le singole famiglie controllino le guerre, bensì che il sistema stesso di credito e creazione di moneta concentri un potere enorme. Le guerre, del resto, sono tra le imprese più costose che uno Stato possa intraprendere. Richiedono ingenti capitali presi in prestito, debiti a lungo termine e complessi meccanismi di finanziamento. Gli Stati si indebitano, mentre i costi di finanziamento persistono per decenni. Gli interessi continuano ad affluire ai creditori, indipendentemente da chi vinca o perda la guerra. Ecco perché la guerra diventa un affare redditizio per il settore finanziario. I soldati si assumono i rischi sul campo di battaglia, mentre i profitti finanziari affluiscono a coloro che controllano i flussi di capitale. Semplice, no? Werner applica questa prospettiva anche alle attuali tensioni globali. Mentre i governi e i media parlano spesso di una lotta tra democrazia e autocrazia, libertà e oppressione, o ideologie contrapposte, lui intravede un conflitto più profondo. A suo avviso, una parte significativa dei conflitti geopolitici odierni ruota oggi attorno alla sovranità monetaria. Gli Stati che tentano di sfuggire al sistema finanziario incentrato sul dollaro o di stabilire strutture finanziarie alternative sono sempre più soggetti a pressioni politiche, economiche o militari. Da questa prospettiva, molti conflitti internazionali riguardano meno i diritti umani, le ideologie o le questioni territoriali e più il controllo della futura architettura finanziaria globale. Chi controlla i sistemi monetari, a lungo termine, controlla anche il potere politico e lo sviluppo economico. Anche le grandi aziende mediatiche fanno parte di reti economiche intrecciate con banche, mercati finanziari e multinazionali. Azionisti, inserzionisti e interessi consolidati rendono difficile un esame critico dei fondamenti del sistema finanziario. I giornalisti che desiderano approfondire questi argomenti spesso incontrano resistenza o vengono rapidamente accusati di disinformazione. Per Werner, insomma, chiunque voglia capire perché scoppiano le guerre non deve guardare solo ai politici e ai generali, ma soprattutto a coloro che forniscono il denaro. Su Off Guardian ci pensa invece Kit Knightly a spiegarci il rapporto tra guerre fittizie e prezzi più alti. Oltre ai discorsi dei politici, l’ordine mondiale multipolare è diventato il tema centrale anche del circuito internazionale dei think tank. La “multipolarizzazione” è stato il tema principale del rapporto della Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2025. Ne ha parlato lo scorso dicembre anche l’onnipresente Tony Blair Institute, che ha collaborato con il JPMorgan Chase International Council per pubblicare un rapporto intitolato “World Rewired: Navigating a Multi-Speed, Multipolar Order”. E lo scorso marzo, il World Economic Forum ha pubblicato un rapporto intitolato “Il futuro dei sistemi di materiali: opportunità di cooperazione in un mondo multipolare”. Ma la multipolarità non è solo un argomento prediletto da presidenti e think tank, bensì un tema ricorrente nel panorama mediatico. La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è stata additata come causa riconosciuta come fattore determinante nell’accelerazione di questo declino imperiale a lungo atteso. La realtà di un “mondo multipolare” sarà un sistema di istituzioni aziendali e statali intrecciate che attuano politiche autoritarie e disumane, mascherando una struttura di potere ideologicamente monolitica dietro un’illusoria patina di scelta” scrive Knight. In pratica, una cortina fumogena: due grandi squadre, con ideologie pressoché identiche e al servizio degli stessi poteri non eletti, si contendono ferocemente una minuscola striscia di terreno incontestato. “Si scontrano in battaglie elettorali su differenze di iconografia, terminologia o frazioni di punti percentuali per distogliere l’attenzione dal fatto che sono d’accordo su tutto ciò che conta davvero, non hanno alcun potere reale e sono, nella migliore delle ipotesi, semplici ingranaggi sostituibili in un’immensa macchina di influenza. Lo scopo di queste battaglie è convincere le persone che la democrazia esiste, che hanno una scelta e che possono influenzare il cambiamento. Questa bugia funziona, e funziona da decenni”, come il meccanismo di controllo della falsa politica partitica binaria sinistra-destra, rosso-blu, Coca-Cola-Pepsi che si sta diffondendo in tutto il mondo. La narrazione sfrutta lo slancio dell’odio storico per progredire. L’idea di un governo di unità globale era ed è tuttora molto impopolare, quindi la sua graduale attuazione deve essere mascherata. Nulla maschera l’unità di intenti tanto bene quanto un conflitto armato, sostiene l’autore. Nulla unisce una popolazione quanto la percezione di una minaccia esterna. La storia è ricca di governanti che, di fronte al malcontento interno, hanno iniziato una guerra per ottenere sostegno. Lo stato di guerra tende a unire le persone attorno al governo: “È la naturale estensione di questa nota tattica che due governi si accordino per entrare in guerra al fine di trarre reciproco vantaggio da questa dinamica di pensiero di gruppo. Si tratta di teoria dei giochi geopolitica internazionale, come spiegato in A Beautiful Mind. Entrambi vincono se si accordano per non competere realmente. Entrambe le parti hanno classi politiche corrotte, entrambe le parti hanno produttori di armi desiderosi di trarre profitto dal caos, entrambe le parti bramano poteri di emergenza in tempo di guerra per reprimere il dissenso interno”.
Raffaella Vitulano

