Chi non vorrebbe entrare nella città dei morti almeno una volta per vedere come si vive, girovagando per incontrare chi se ne è andato dal mondo dei vivi, ma respira da un’altra parte, in un’esistenza parallela, segreta? Il romanzo del mantovano Antonio Moresco dal titolo Il finimondo (Nutrimenti, 2026), visionario e allegorico, fiabesco e giocoso, ci proietta dove l’umanità dei defunti non si è dispersa, ma è evasa oltre il possibile. “La città dei morti è sterminata, ci sono i morti freschi appena arrivati, ma anche quelli di epoche passate. Di tutti i tempi. Trovare una persona là in mezzo è come cercare un ago in un pagliaio”. Il pericolo che sta correndo la terra, quasi fosse ignara del suo destino, viene avvertito dall’aldilà, direttamente da una bolla deflagrata eppure costruita proprio come le metropoli e le baraccopoli, dove un giornalista in incognito ha il privilegio di muoversi e di scorgere, all’inizio dell’avventura da inviato, un uomo piccolo e grasso, sdraiato. E’ Maradona, spinto da una pulsione di morte. Come tanti altri, il campione di calcio è sprofondato nel dolore e non si è più rialzato. Poco distante, in un sortilegio incantevole, alle catapecchie si sostituiscono i grattacieli di cemento e di vetro, l’opulenza. Moresco scrive di getto capitoli dallo stile asciutto, carichi di metafore, allucinazioni, imprevisti, arricchendo la fantasia con conversazioni che svelano quanto di incompiuto e irresponsabile rimanga dell’esperienza terrena. Freud, con il sigaro in bocca, deve fare un lavoro immenso: tra i suoi pazienti ci sono Dante, Dostoevskji, Manzoni, Fausto Coppi, Elvis Presley ecc. L’immersione concitata nei labirinti della città nascosta mette in luce quanto di incompiuto si sviluppa nell’aldiquà, perché in definitiva i vivi sono affascinati dal male, da una gabbia di infelicità.
Non bastano l’economia e il profitto se si rimane inghiottiti nell’indifferenza, nelle catastrofi, nelle guerre, nell’annientamento. Anche Hitler, nel suo delirio isolato, ammette di essere stato l’incarnazione del demonio in una nazione che aveva Mefistofele come maschera nazionale. Il Führer sostiene che la terra è in mano ad apprendisti stregoni: “E’ in atto una mutazione che può portare a uno sdoppiamento, a una divaricazione di specie e alla nascita di una specie nuova e superiore, post-umana, bionica, nata dall’interazione tecnologica e digitale”.
L’uomo macchina per una super razza in divenire viene contrastato dall’insinuarsi sulla scena di Pinocchio, mai diventato bambino, ma rimasto un burattino di legno impiccato, il quale confida che la verità non è mai detta fino in fondo e che nell’universo dei vivi nessuno è mai veramente messo al corrente di ciò che succede. E’ questa la più grande bugia ai danni del popolo, inconsapevole della moltiplicazione del male propagato ovunque. Dante ammette sconfortato che l’Italia è un paese feroce, senza più ideali e sogni.
Bisognerebbe ripartire dalla morte per rinascere, da Pasolini che corre dietro ad un pallone in giacca e cravatta, così da evitare il suicidio di specie, segnala Swift. Chi non ha paura di ridere non ha paura di morire, ammette Moresco.
Lo dichiarò Leopardi, e c’è da credergli. E’ un’ironia fosca il sale di questo libro, peculiarità alla quale l’autore ci ha abituati da tempo. Il suo finimondo non finisce, mentre il giornalista, tra Superman e il Giocattolaio (il massimo corruttore), cammina tra cunicoli e slarghi, stanze buie e quartieri affollati per capire come finirà la Storia, se mai finirà.

