Mercoledì 28 gennaio 2026, ore 16:20

Scenari

I panni sporchi del partner mansueto di un arcaico motore franco-tedesco

In Germania sembra caduto nel nulla l’allarme choc degli industriali: “È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea”. Ci ha provato per mesi il cancelliere Friedrich Merz a catapultare la Germania nel ruolo di leader indiscusso dell’Europa, ma il tentativo è fallito. La sua richiesta all’Europa di concedere all’Ucraina l’accesso a 201 miliardi di euro di asset congelati della banca centrale russa tramite un prestito di riparazione è stata inoltre respinta durante la riunione decisiva del Consiglio europeo a Bruxelles. Eppure sembra improbabile che Merz si tiri indietro dal ruolo che, secondo lui, la Germania dovrebbe ricoprire: il partner mansueto di un arcaico motore franco-tedesco. In una lettera aperta al Cancelliere tedesco Merz, pubblicata sul quotidiano Berliner Zeitung, l’economista statunitense Jeffrey Sachs - professore universitario della Columbia University - ricorda come Berlino abbia parlato più volte della responsabilità della Germania per la sicurezza europea: “La Germania ha il dovere di affrontare questo momento con serietà e onestà storica. Su questo punto, la retorica e le scelte politiche recenti risultano pericolosamente carenti. Dal 1990, le preoccupazioni di sicurezza fondamentali della Russia sono state ripetutamente ignorate, ridimensionate o violate direttamente, spesso con la partecipazione attiva o l’acquiescenza della Germania. Questo registro storico non può essere ignorato se si vuole porre fine alla guerra in Ucraina, e non può essere ignorato se l’Europa vuole evitare uno stato di confronto permanente”. Sachs ricorda come alla fine della Guerra Fredda la Germania diede ai leader sovietici e poi russi ripetute ed esplicite assicurazioni che la Nato non si sarebbe espansa verso est. Queste garanzie furono fornite nel contesto della riunificazione tedesca. La Germania ne beneficiò enormemente. “La rapida unificazione del vostro paese, all’interno della Nato, non sarebbe avvenuta senza il consenso sovietico fondato su quegli impegni. Pretendere in seguito che quelle assicurazioni non abbiano mai avuto importanza, o che fossero mere osservazioni casuali, non è realismo. È revisionismo storico”. Come nulla fosse, nel 1999 la Germania partecipò al bombardamento della Serbia da parte della Nato, il primo grande conflitto condotto dall’Alleanza senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “Questa non fu un’azione difensiva. Fu un intervento che creò un precedente e che alterò radicalmente l’ordine di sicurezza post-Guerra Fredda. Per la Russia, la Serbia non era un’astrazione. Il messaggio fu inequivocabile: la Nato avrebbe usato la forza al di fuori del suo territorio, senza l’approvazione dell’Onu e senza tener conto delle obiezioni russe”. Nel 2008, la Germania riconobbe l’indipendenza del Kosovo, nonostante espliciti avvertimenti che questo avrebbe minato il principio dell’integrità territoriale e stabilito un precedente che si sarebbe ripercorso altrove. Ancora una volta, le obiezioni della Russia furono accantonate come malafede, piuttosto che affrontate come serie preoccupazioni strategiche. “La spinta costante ad espandere la Nato verso Ucraina e Georgia - dichiarata formalmente al Vertice di Bucarest del 2008 - oltrepassò la più netta delle linee rosse, nonostante le veementi, chiare, coerenti e ripetute obiezioni sollevate da Mosca per anni. Quando una grande potenza identifica un interesse di sicurezza fondamentale e lo ribadisce per decenni, ignorarlo non è diplomazia. È un’escalation intenzionale”. Stessa cosa dicasi per il ruolo della Germania in Ucraina dal 2014, particolarmente preoccupante. Berlino, insieme a Parigi e Varsavia, mediò l’accordo del 21 febbraio 2014 tra il presidente Yanukovych e l’opposizione: un accordo destinato a fermare la violenza e preservare l’ordine costituzionale. In poche ore, quell’accordo crollò. Seguì un rovesciamento violento. “Un nuovo governo emerse attraverso mezzi extra-costituzionali. La Germania riconobbe e sostenne immediatamente il nuovo regime. L’accordo di cui la Germania era garante fu abbandonato senza conseguenze. L’accordo di Minsk II del 2015 avrebbe dovuto essere il correttivo, una cornice negoziale per porre fine alla guerra nell'Ucraina orientale. La Germania ne fu nuovamente garante. Eppure, per sette anni, Minsk II non fu implementato dall’Ucraina. Kiev rifiutò apertamente le sue disposizioni politiche. La Germania non le fece rispettare. Ex leader tedeschi ed europei hanno successivamente riconosciuto che Minsk fu trattato più come un’azione dilatoria che come un piano di pace. Questa sola ammissione dovrebbe imporre un esame di coscienza”. Il vertice europeo ha solo smussato gli spigoli di una tensione insostenibile. “In questo contesto, le richieste di sempre più armi, di una retorica sempre più dura e di una risolutezza sempre maggiore suonano vuote. Chiedono all’Europa di dimenticare il passato recente per giustificare un futuro di confronto permanente. “Gli europei sono pienamente capaci di comprendere che i dilemmi di sicurezza sono reali, che le azioni della Nato hanno conseguenze e che la pace non si raggiunge fingendo che le preoccupazioni di sicurezza della Russia non esistano”. Per l’analista, la sicurezza europea è indivisibile. “Questo principio significa che nessun paese può rafforzare la propria sicurezza a spese di un altro senza provocare instabilità. Significa anche che la diplomazia non è appeasement, e che l’onestà storica non è tradimento. La Germania una volta lo comprendeva. L’Ostpolitik non era debolezza; era maturità strategica. Riconosceva che la stabilità dell’Europa dipende dal coinvolgimento, dal controllo degli armamenti, dai legami economici e dal rispetto dei legittimi interessi di sicurezza della Russia. Oggi, la Germania ha nuovamente bisogno di quella maturità”. Quindi, l’appello a smettere di parlare come se la guerra fosse inevitabile o virtuosa. A smettere di delegare il pensiero strategico ai punti di discussione dell’alleanza. L’invito è ad impegnarsi seriamente nella diplomazia, “non come un esercizio di pubbliche relazioni, ma come un sincero sforzo per ricostruire un’architettura di sicurezza europea che includa, anziché escludere, la Russia. Un’architettura di sicurezza europea rinnovata deve iniziare con chiarezza e moderazione. Primo, richiede una fine inequivocabile dell’allargamento della Nato verso est”. L’espansione Nato non era una caratteristica inevitabile dell'’ordine post-Guerra Fredda; è stata una scelta politica, intrapresa violando le solenni assicurazioni date nel 1990 e perseguita nonostante ripetuti avvertimenti che avrebbe destabilizzato l’Europa. 
Raffaella Vitulano

( 27 gennaio 2026 )

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