Si poteva ipotizzare che un modo in cui la guerra con l’Iran potesse inaspettatamente sbloccarsi sarebbe stato attraverso le fratture tra gli stati del Golfo. Questa sembra la direzione presa dalla guerra e le monarchie del Golfo sono chiamate a scegliere. L’obiettivo di Israele è destabilizzare e indebolire l’Iran e i suoi vicini arabi per poter annettere i territori palestinesi e istituire la Giudea e la Samaria. Schierarsi con l’asse Usa-Israele potrebbe rivelarsi fatale per gli sceicchi. Allearsi con l’Iran, invece, inimicherebbe i loro alleati occidentali, il cui interesse primario è garantire il flusso e il costo delle forniture energetiche. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno divergenze di lunga data sui livelli di produzione petrolifera. Gli Emirati vogliono esportare al massimo per monetizzare la materia prima e generare fondi per una nuova economia post-petrolifera. Il controllo saudita sugli accordi di produzione dell’Opec è da tempo fonte di risentimento, culminato nella decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare il cartello. Questo conflitto è tutt’altro che concluso e il suo impatto rimane incerto. Ecco perché ingegno e strategia fanno la diffrenza. Un decennio prima che la prima bomba americana cadesse sull’Iran, Abu Dhabi prese una decisione strategica che la maggior parte degli analisti petroliferi liquidò come un eccesso di ingegneria: costruì l’oleodotto Habshan-Fujairah, lungo 380 chilometri, che collega i giacimenti petroliferi interni al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman. Fujairah è l’unico emirato degli Emirati Arabi Uniti situato interamente al di fuori dello Stretto di Hormuz. Lo scopo esplicito dell’oleodotto era quello di rendere Hormuz irrilevante per le operazioni di esportazione degli Emirati Arabi Uniti. Quando è scoppiata la crisi, l’oleodotto era pronto. La logica strategica è inoppugnabile: se lo stretto di Hormuz torna alla libera navigazione, gli Emirati Arabi Uniti possono operare a pieno regime attraverso entrambe le rotte e primeggiare a livello mondiale nella crescita della produzione post-crisi. Se invece Hormuz rimane inaffidabile - a causa di azioni militari iraniane, dell’imposizione di pedaggi da parte dell’Iran o del premio di rischio geopolitico ormai permanente - ogni carico instradato attraverso Fujairah anziché attraverso lo stretto rappresenta un’entrata per le infrastrutture degli Emirati Arabi Uniti. L’influenza dell’Iran si indebolisce con ogni petroliera che cambia rotta. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo una lettura, vincerebbero così in ogni caso. Ogni dollaro di entrate dalla rotta di Fujairah è un dollaro che non è transitato attraverso un punto di strozzatura controllato dall’Iran. Gli Emirati Arabi Uniti monetizzano proprio l’interruzione che non possono impedire. Ridurre la decisione alle sole considerazioni economiche significa tuttavia non coglierne il significato più ampio. Il ritiro si inserisce in un più ampio riassetto della politica del Golfo, dove le tensioni tra Abu Dhabi e Riyadh emergono sempre più in diversi ambiti. “Per comprendere appieno il quadro strategico - riporta un interessante articolo di Technocracy News - è necessario capire cosa accadde quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump nel gennaio 2025. Lo sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, fratello del presidente Mohammed bin Zayed e l’uomo che i servizi segreti occidentali chiamano lo sceicco spia, acquistò segretamente una quota del 49% in World Liberty Financial, l’impresa di criptovalute della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. L’accordo fu firmato da Eric Trump e non venne mai reso pubblico”. Tahnoun non è un investitore passivo. Presiede Mgx, il fondo di intelligenza artificiale da 100 miliardi di dollari. È a capo di G42, il conglomerato degli Emirati Arabi Uniti specializzato in tecnologie di intelligenza artificiale e sorveglianza. Presiede la partnership di ADQ per i data center negli Stati Uniti, del valore di 25 miliardi di dollari. È l’artefice del futuro tecnologico e finanziario di Abu Dhabi. “Il 18 febbraio 2026, Wlf Tokenization ha lanciato la sua attività a Mar-a-Lago. La sua divisione dedicata alle materie prime si occupa specificamente della tokenizzazione di petrolio, gas, cotone e legname, grazie a una partnership con Apex Group e utilizzando Securitize come piattaforma di tokenizzazione: la stessa piattaforma che alimenta il fondo Buidl di BlackRock, il più grande fondo di titoli di Stato tokenizzati al mondo. Le implicazioni per il petrodollaro sono dirette e inevitabili”. L’adesione all’Opec - scrive - comportava un obbligo implicito: prezzare e regolare il petrolio attraverso il sistema bancario internazionale denominato in dollari. Uscendo dall’Opec e detenendo contemporaneamente una quota di quasi maggioranza in una piattaforma che tokenizza il petrolio e regola le transazioni in stablecoin da 1 dollaro su una blockchain privata, gli Emirati Arabi Uniti hanno creato una via alternativa al petrodollaro, non un suo sostituto. Il dollaro rimane ancorato al dollaro statunitense. L’utilità del dollaro come unità di conto viene preservata. Ciò che viene eliminata è l’architettura istituzionale che conferisce influenza a Washington: la rete Swift, i canali bancari corrispondenti, il canale attraverso cui transitano le sanzioni in dollari della Federal Reserve. E le rotte? Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) - annunciato al vertice del G20 a Nuova Delhi il 9 settembre 2023, con la firma di India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia e Unione Europea, pensato per contrastare la Belt Road Initiative (Bri) della Cina,- è stato completamente privatizzato sotto l’amministrazione Trump. Gli artefici non sono i governi, bensì i fondi sovrani. Il corridoio è in costruzione proprio ora, mentre il mondo osserva il fumo che si alza sullo Stretto di Hormuz. “L’Imec - spiega bene il sito - non è un concetto diplomatico, bensì operativo. La sua rotta marittima orientale collega i porti indiani di Mundra, Kandla e Jawaharlal Nehru Port Trust ai terminal degli Emirati Arabi Uniti a Fujairah, Jebel Ali e Abu Dhabi. Da lì, il corridoio settentrionale prosegue via ferrovia attraverso l’Arabia Saudita, passando per Ghuwaifat e Haradh, entrando in Giordania e raggiungendo il porto israeliano di Haifa, ora controllato dalla società indiana Adani Ports. Da Haifa, le merci attraversano il Mediterraneo per raggiungere la Grecia o l’Italia e da lì l’Europa”. L’organo di governo del cruciale capolinea sud-occidentale del corridoio - conclude il sito chiudendo il cerchio - non è un’organizzazione multilaterale istituita da un trattato, bensì il Board of Peace, un’entità privata presieduta da un singolo individuo. “Il livello di regolamento finanziario non è il dollaro che circola attraverso il sistema della Federal Reserve, ma Usd1, una stablecoin emessa privatamente e di proprietà degli artefici del corridoio. L’infrastruttura di regolamento non è Swift, bensì blockchain”. In pratica, non usa un sistema di messaggistica finanziaria centralizzato, ma un database condiviso e decentralizzato dove le transazioni vengono registrate in blocchi concatenati e non possono essere modificate, caratterizzato dall’assenza di un’autorità centrale che convalidi ogni passaggio. La tokenizzazione degli asset - non è certo un elemento secondario di questa storia. È il meccanismo attraverso il quale opera l’intera architettura. Il corridoio Imec opera in entrambi gli scenari: attraverso Fujairah nello scenario di bypass, attraverso le rotte marittime del Golfo ripristinate nello scenario di risoluzione. Anche il livello di regolamento tramite tokenizzazione, così come l’infrastruttura di intelligenza artificiale e l’architettura di governance del Consiglio di Pace per l’estensione del corridoio di Gaza operano in entrambi gli scenari. Insomma, i paesi del Golfo erano pronti ad un riposizionamento strategico, deliberato nel momento di crisi, un piano volto a ristrutturare le rotte commerciali globali al fine di dominare il commercio mondiale. Si tratta di un cambiamento epocale nella struttura geopolitica del mondo.
Raffaella Vitulano

