Si ricomincia dal memorandum. Così almeno vorrebbe Teheran. Secondo quanto riporta il New York Times, il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, parlando con alcuni giornalisti a margine dell’assemblea generale ONU, ha fatto sapere che il suo governo ha proposto a Washington un piano di 7 giorni per cessare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare successivamente colloqui approfonditi sul programma nucleare del suo Paese. L'Iran si dice pronto ad attuare il piano non appena Washington darà il proprio assenso. Secondo Araghchi “sarebbe preferibile” raggiungere un accordo prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, e non dopo, come invece affermato da Trump nei giorni scorsi. I termini della proposta iraniana riprendono in gran parte i contenuti del memorandum d'intesa in 14 punti firmato dal presidente americano lo scorso giugno. CBS News ha contattato un mediatore, apprendendo che i colloqui procedono positivamente ma si trovano ancora in una fase iniziale. All'inizio della settimana, il segretario di Stato Marco Rubio si era mostrato invece più cauto riguardo all'attività diplomatica, affermando che non vi erano stati sviluppi decisivi. L'inviato statunitense Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, hanno gestito i contatti con i mediatori in merito alle possibili condizioni di un'ipotetica tregua e ai successivi negoziati. Secondo quanto riferito da Araghchi, le condizioni poste dall'Iran per l'accordo prevedono che, nell'arco dei 7 giorni, cessino tutte le ostilità, incluse quelle in Libano, che gli Stati Uniti sblocchino i beni iraniani congelati, stimati in almeno 12 miliardi di dollari, revochino le sanzioni sul petrolio iraniano e tolgano il blocco navale imposto a Teheran. Il settimo giorno, secondo la proposta, verrà riaperto lo Stretto di Hormuz, e solo dopo potranno iniziare i colloqui sul programma nucleare iraniano. Lo Yemen, intanto, ha avvertito la comunità internazionale sui rischi creati all’economia globale dalle manovre militari degli Houthi e chiede aiuti per sconfiggerli. I ribelli, sostenuti dll’Iran, che controllano la capitale dello Yemen, Sana'a, e gran parte del nord del Paese da oltre un decennio, a settembre sono avanzati rapidamente lungo la costa yemenita, conquistando l'importante città portuale di Mokha e isole strategiche nel Mar Rosso. Ciò conferisce loro una maggiore capacità di monitoraggio delle navi in transito attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, situato all'estremità meridionale del mare, attraverso il quale transita solitamente circa il 12 per cento del commercio mondiale. Gli Houthi hanno dichiarato un blocco navale contro le imbarcazioni saudite. Pur sostenendo che non vi siano altre minacce per il traffico commerciale nel Mar Rosso, hanno avvertito le altre nazioni di non farsi coinvolgere. Il vicepresidente del consiglio di governo riconosciuto a livello internazionale ha esortato i leader mondiali riuniti a New York a non fidarsi delle rassicurazioni e a considerare il quadro più ampio del conflitto attorno allo stretto. "L'uso della sicurezza della navigazione come strumento di ricatto da parte delle milizie Houthi non minaccia solo lo Yemen: sta prendendo in ostaggio l'intera economia globale”, ha detto Abdullah Abdulkader al-Alimi-Bawzer. Secondo il vice presidente, proteggere lo stretto “è responsabilità di ogni economia che dipenda da catene di approvvigionamento sicure, sicurezza energetica e libertà di navigazione”, Va inoltre impedito, ha rilevato, che armi e tecnologie finiscano nelle mani dei ribelli. In quest’ottica di deterrenza contro la minaccia degli Houthi, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan convocheranno una riunione urgente dei rispettivi capi di stato maggiore per discutere le modalità di sostegno a Riad, nell’ambito dell'Accordo di difesa congiunta della Mecca, firmato il 7 agosto. L'annuncio fa seguito a un incontro svoltosi giovedì a New York tra il ministro degli esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, il vice primo ministro e ministro degli esteri pakistano, Ishaq Dar, e il ministro degli esteri turco, Hakan Fidan, secondo quanto riferisce la Saudi Press Agency. L'Accordo di difesa congiunta ha l'obiettivo di rafforzare la deterrenza collettiva ed espandere la cooperazione nel settore della difesa. Il patto stabilisce che un attacco contro uno dei Paesi firmatari viene considerato un’aggressione a tutti e 3 gli Stati.
Pierpaolo Arzilla

