Il ministro se ne va in pellegrinaggio. Negoziati con il Grande Satana? Non risulta. Abbas Araghtchi è ad Arba’een per una delle più importanti commemorazioni sciite al mondo, che attira centinaia di migliaia di fedeli ogni anno. Un viaggio “personale”, dice il portavoce del ministero degli esteri. Secondo il quale “tutti i negoziatori iraniani si trovano in Iran”. Al momento, dunque, afferma la diplomazia di Teheran, non ci sono colloqui diretti con gli Stati Uniti, smentendo così gli annunci di Trump in merito all’apertura di un un nuovo tavolo di confronto. Le uniche discussioni, precisa, sono in corso con l’Oman per garantire il passaggio nello Stretto di Hormuz. Secondo i portavoce del ministero, Esmaeil Baghaei, l’obiettivo dei colloqui con l'Oman è definire una rotta che garantisca la navigazione sicura nello Stretto. È negoziato che ha descritto come strettamente bilaterale tra i due Stati rivieraschi, con altri attori che potrebbero svolgere un ruolo “costruttivo o distruttivo”. Baghaei chiarisce che un accordo su questo punto sarebbe una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la riapertura dello Stretto, le cui difficoltà, ha affermato, derivano dall'aggressione militare americana e israeliana iniziata nel marzo 2025, e non da una disputa tra Teheran e il Sultanato dell'Oman. Le discussioni con gli Stati Uniti, aggiunge, dipenderanno da come si evolverà la situazione. Iran e Oman stanno, dunque, cercando, la strategia giusta per riaprire Hormuz, conducendo colloqui in modo bilaterale, negando qualsiasi potenziale interferenza straniera in merito. Teheran fa sapere che nell’ultima settimana si sono svolti intensi colloqui con la controparte omanita, e che a questo proposito sono emersi due messaggi chiari, riporta la ABC. Innanzitutto, una critica a qualsiasi interferenza straniera, in particolare da parte statunitense. Secondo, la causa della chiusura dello Stretto non risiede nei disaccordi tra l'Oman e Teheran, ma negli attacchi aerei USA. A Teheran domina la sfiducia nei confronti di Washington, il che impedisce qualsiasi riavvicinamento e complica ogni mediazione. Va tenuto, tuttavia, conto, che l’Oman si oppone al tentativo dell'Iran di controllare lo Stretto di Hormuz, non solo per il bene della pace nella regione, ma anche perché è firmatario di trattati internazionali che contrastano tale posizione. Ciononostante, sta cercando di trovare una soluzione alternativa con Teheran, ed è disposto a riscuotere una qualche forma di tariffa per garantire la navigazione sicura e assicurarsi la buona volontà di tutte le parti coinvolte nel conflitto. L’Oman, osservano alcuni analisti esperti di Medio Oriente interpellati da Al Jazeera, è abile nel mantenere la discrezione e nel collaborare con tutte le parti, godendo quindi della fiducia anche dell'Iran, deluso dai colloqui con gli Stati Uniti, e nuovamente accusati di aver violato l'accordo per porre fine alla guerra, firmato a giugno. Soprattutto gli articoli 4 e 5 che davano a Teheran 30 giorni di tempo per ripristinare il traffico marittimo a Hormuz ai livelli prebellici. “Ci stavamo impegnando diligentemente per adempiere a questo compito - ha ricordato Baghaei - ma Washington non ha nemmeno lasciato trascorrere quei 30 giorni”.
Pierpaolo Arzilla

