Giovedì 26 febbraio 2026, ore 23:36

Scenari

Quando la guerra indebolisce la democrazia

I paesi che vincono le guerre arretrano notevolmente sul fronte democratico: è quanto emerge da un articolo di Efraim Benmelech, Professore di Finanza e Immobiliare presso la Northwestern University, e Joao Monteiro, Professore Associato presso l’Einaudi Institute for Economics and Finance, rilanciato da Naked Capitalism. E che dire del crollo della democrazia nell’Ue, dove “un gruppo di burocrati non eletti per lo più detta legge con una censura sempre più aggressiva”? Il bombardamento del Kosovo “è avvenuto prima dell’espansione della Nato e le uniche forze di terra impegnate erano le forze di peacekeeping, quindi probabilmente non si è trattato di una guerra nel senso normale del termine, tanto meno di una condotta dagli attuali membri dell'’Ue/Nato”. E a proposito del Kosovo: per decenni, gli investigatori serbi e alcuni funzionari occidentali, tra cui l’ex procuratore del Tribunale dell’Aja Carla Del Ponte, hanno accusato funzionari kosovari albanesi di aver presieduto una raccapricciante campagna di espianto di organi di prigionieri di guerra serbi. Ora, per la prima volta, Milovan Drecun, presidente della commissione parlamentare serba per il Kosovo e Metohija, ha mostrato estratti di un rapporto delle Nazioni Unite che indaga sulla questione. I documenti inediti risalgono ad un rapporto del 2004 della Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) sulla cosiddetta “Casa gialla” nel nord dell’Albania, un sito presumibilmente al centro dell’operazione illegale di espianto di organi condotta dalle mafie albanesi kosovare tra il 1998 e il 2001. Tale documento dà seguito alle testimonianze oculari secondo cui alcune persone furono uccise nell’edificio e sepolte nelle vicinanze dopo il prelievo dei loro organi. Benmelech e Monteiro spiegano su VoxEU che le guerre non finiscono quando cessano i combattimenti. Ammesso che cessino davvero, dopo tregue e dichiarazioni di pace. Il loro studio utilizza dati che coprono 115 conflitti e 145 paesi negli ultimi 75 anni per dimostrare che le guerre causano un declino ampio e persistente delle istituzioni democratiche. “Eppure - scrivono gli autori - questo declino non è inevitabile. Si manifesta solo in contesti specifici: conflitti di nuova insorgenza, guerre interne e conflitti vinti dai governi, laddove i dirigenti sono maggiormente incentivati ad espandere la propria autorità. Le prove indicano un meccanismo politico: la guerra non richiede l’autocrazia, ma crea opportunità per i leader di indebolire i vincoli, reprimere l’opposizione e consolidare il potere in modi che sarebbero difficili da giustificare in tempo di pace. La domanda non è affatto retorica: le guerre rafforzano o indeboliscono le istituzioni democratiche? Le teorie classiche puntano in direzioni opposte. Ad esempio, Tilly (1992) sostiene che, nell’Inghilterra del XVII e XVIII secolo, ripetute guerre interstatali costrinsero lo Stato ad aumentare le tasse e a negoziare con il Parlamento, rafforzando l’autorità parlamentare e inasprendo i vincoli sull’esecutivo. Al contrario, Tocqueville sostiene che, nella Francia rivoluzionaria, la combinazione di un conflitto intrastatale (la Rivoluzione) con una serie di guerre interstatali portò a una grande espansione del potere esecutivo. Più recentemente, Becker et al. (2025) forniscono prove sulle conseguenze del conflitto sullo sviluppo delle istituzioni democratiche in Europa. Quale di questi percorsi prevalga è in ultima analisi una questione empirica. Nel nuovo saggio di Benmelech e Monteiro (2026), viene fornita la prima evidenza sistematica globale su quando, dove e perché il conflitto erode le istituzioni democratiche. La loro analisi combina dati completi sui conflitti tratti dall’Ucdp/Prio Armed Conflict Dataset 1 con misure istituzionali ad alta risoluzione del progetto Varieties of Democracy (V-Dem). Monitorando l’evoluzione delle istituzioni democratiche prima e dopo l’inizio del conflitto, confrontando i paesi che entrano in guerra con paesi altrimenti simili che rimangono liberi da conflitti (paesi di controllo), due fatti emergono immediatamente. In primo luogo, i paesi non entrano in guerra perché stanno diventando meno democratici. Negli anni precedenti l’inizio del conflitto, le istituzioni democratiche nei paesi coinvolti sono stabili - o addirittura in leggero miglioramento - rispetto ai paesi di controllo. In secondo luogo, le autocrazie non hanno maggiori probabilità di entrare in conflitto rispetto alle democrazie nella stessa regione. “I conflitti causano un calo significativo e persistente della qualità delle istituzioni democratiche, come misurato dall’indice di democrazia aggregato. L’insorgenza di un conflitto è associata a un calo del 3% della democrazia. Ancora più sorprendentemente, il declino continua per quasi un decennio, nonostante la durata media del conflitto sia di soli tre anni. Dieci anni dopo l’insorgenza del conflitto, la democrazia nei paesi trattati è inferiore di circa il 13% rispetto ai paesi di controllo. Si tratta di un calo significativo: la variazione stimata decennale si colloca nel 14° percentile della distribuzione globale delle variazioni decennali, il che significa che l’86% di tutti i cambiamenti osservati nella democrazia a livello mondiale sono meno negativi dell’effetto da noi stimato”. Lo studio evidenzia che il declino della democrazia si manifesta attraverso un insieme coerente di canali politici. I conflitti portano a un aumento consistente e persistente della censura mediatica e delle epurazioni giudiziarie, indebolendo direttamente i vincoli al potere esecutivo. Anche le libertà civili fondamentali si erodono: la libertà di associazione diminuisce e i governi finiscono per fare maggiore affidamento sull’esercito come base di sostegno politico. Questi cambiamenti sono accompagnati da una maggiore instabilità politica. I paesi interessati hanno maggiori probabilità di subire avvicendamenti di leadership extralegali - come colpi di stato, dimissioni forzate o omicidi - e di sospendere le norme costituzionali. “Nel loro insieme, questi modelli indicano un meccanismo comune. I cambiamenti istituzionali innescati dal conflitto sono politici piuttosto che funzionali: indeboliscono l’opposizione, allentano i controlli sull’esecutivo ed espandono l’autorità coercitiva, ma non riflettono le esigenze operative di una guerra. Al contrario, il conflitto crea opportunità per i poteri in carica di rimodellare le istituzioni in modi che sarebbero difficili da giustificare in tempo di pace, e i cui effetti persistono a lungo dopo la fine dei combattimenti”. Ma se questa è l’idea prevalente durante i conflitti, i due studiosi sostengono che non tutte le guerre erodono la democrazia. “Il declino democratico non è universale. È concentrato in contesti politici e istituzionali molto specifici. In primo luogo, l’erosione democratica si verifica quasi esclusivamente nei conflitti che si verificano per la prima volta. I paesi che hanno già combattuto guerre in precedenza subiscono solo pochi danni istituzionali aggiuntivi. Al contrario, i conflitti che si verificano per la prima volta portano a un declino ampio e persistente della qualità delle istituzioni democratiche. Una volta indeboliti i controlli democratici, resta semplicemente meno da erodere. In secondo luogo, la regressione è causata da conflitti intrastatali, non da guerre interstatali. Le guerre civili e i conflitti interni - in cui i governi si trovano ad affrontare sfide interne - portano a un forte deterioramento istituzionale. Le guerre esterne no”. 
Raffaella Vitulano

( 26 febbraio 2026 )

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