Mercoledì 4 marzo 2026, ore 0:38

Scenari

Quello che gli influencer non dicono ma il giornalismo credibile sì

Se c’è una cosa che mi ha colpito appena dopo gli attacchi dell’Iran a Dubai lo scorso 28 febbraio, sono state le decine e decine di influencer nostrani che minimizzavano l’accaduto in post e reel su Instagram, enfatizzando la qualità della vita negli Emirati rispetto a quella in Italia. C’era di tutto: da colonnelli in aspettativa temporaneamente prestati al body building che negavano lavoro forzato e schiavitù, ad investitori in criptovalute; da mediocri mediatori immobiliari che lanciavano fiches per apatiche ville nel deserto fino a medici più preoccupati della sorte di follicoli per capelli che di droni sull’aeroporto. Insomma, una fauna umana che inveiva nei commenti appena qualcuno avanzava cautela nel restare in città diventata oggetto di azioni belliche e non propriamente di softair, della cui attitudine pure molti andavano orgogliosi esibendo divise più o meno improvvisate. La guerra non è un gioco, si sa. Lo sanno bene anche i molti giornalisti inviati che dai tempi dell’ex Jugoslavia hanno cominciato a raccontare fatti e retroscena.La prima vittima in guerra è la verità. Per questo giornalisti che silenziosamente verificano fonti, incrociano dati, traducono dichiarazioni e analizzano diversi scenari hanno bisogno di tempo. Eppure, molti di questi arguti influencer se la prendevano proprio con i giornalisti, apostrofandoli con varietà di epiteti. La loro colpevolezza starebbe nel fatto che scene di hotel in fiamme come il Fairmont The Palm colpito da un frammento di missile screditino il luna park costruito sulla sabbia: e infatti non servono a niente i marciapiedi puliti quando mancano i diritti umani ed ogni forma di dissenso viene gestita con la repressione. “Il mondo dovrebbe osservare ed imparare da un governo ad altissima efficienza, capace di tutelare davvero i propri cittadini” scrive uno. Un altro influencer pubblica con enfasi l’articolo 52 di un regolamento rilanciato da Gulf News roboando: “Basta stronzate. Dovrebbero applicare questa cosa anche ai giornalisti ’terroristi’ italiani: se pubblichi fake news lo Stato ti multa con 100 mila Aed, 23 mila euro”. E vai demonizzando la cronache di guerra e pubblicando gente in costume in spiaggia che sorseggia cocktail. Questi insulsi acchiappasoldi non hanno ancora capito che l’uccisionedi di Khamenei, il vicario dell’Imam occulto nel mondo terreno, potrebbe essere la Sarajevo del Vicino Oriente . La storia accelera, ma altri raccontano la nottata insonne col fastidio di non aver potuto ancora fare la diretta Instagram con la cremina sponsor e di essersi comunque precipitati davanti allo schermo per accusare la narrazione mediatica di discredito da parte di giornalisti “frustrati e sfigati” appartenenti al “popolo italiano cattivo, invidioso ed ignorante” che lancia allarmismi. Fare cronaca per loro è un insulto, è sgretolare la gabbiuccia di vetro che spesso consente alleggerimenti fiscali mica da poco. Le tattiche immediate dell’Iran sono chiare come il cristallo: saturare le difese aeree israeliane e scatenare una massiccia crisi degli Intercettori, come quelli sul cielo di Dubai. “L’Iran che attacca le risorse statunitensi a Dubai è una strategia magistrale, legata alla distruzione di personale militare statunitense rifugiato e/o a scavi clandestini della Cia” commenta l’analista Pablo Escobar. “Gli Emirati Arabi Uniti non producono nulla, sono solo un’economia di servizi esentasse costruita attorno all’opulenza sfarzosa. Dubai al buio è una pessima proposta commerciale per Trump”. Come è difficile stare al passo informativo con questi influencer quando Trump e Netanyahu aprono le porte dell’inferno. Il giornalismo potrebbe essere troppo lento per rimanere credibile una volta che gli eventi vengono filtrati attraverso i social media? La preoccupazione emerge realisticamente da un post su Naked Capitalism, nel quale si evidenzia come i giornalisti ortodossi stiano perdendo terreno rispetto ai social media. Oltre ai media maianstream, esitono altri siti indipendenti di giornalisti come The Grayzone e Dropsite, o quelli di moltissimi commentatori esperti su Substack, che cercano quanto possibile di fare analisi verificate il più scrupolosamente possibile. Approfondisce questi aspetti Charles Edward Gehrke, vice direttore della Divisione Wargame Design and Adjudication, dell’Us Naval War College, che su “The Conversation” nota come nelle prime settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 sia emerso uno strano schema nella copertura mediatica mainstream occidentale. “I titoli oscillavano tra fiducia e confusione. I giornalisti parlavano con sicurezza di strategia, morale e finali, ma spesso cambiavano idea nel giro di poche settimane. Per molti consumatori di notizie, questo sembrava un pregiudizio: o una narrazione pro-Ucraina o anti-Russia. Alcuni commentatori accusavano i media occidentali di fare il tifo o propaganda. Ma direi che stava accadendo qualcosa di più sottile. Il problema non era che i giornalisti fossero di parte. Era che il giornalismo non riusciva a tenere il passo con la struttura informativa della guerra. Quello che sembrava un pregiudizio ideologico era, più spesso, un ritardo temporale”. Gehrke è un war gamer in Marina . La parte più critica del suo lavoro è identificare i fallimenti istituzionali. “La fiducia è uno dei più critici e, in questo senso, i media stanno perdendo terreno. Il divario tra ciò che le persone sperimentano in tempo reale e ciò che il giornalismo può pubblicare responsabilmente si è ampliato. Questo divario è in parte il punto in cui la fiducia si erode”. I social media riducono la distanza tra evento, divulgazione e interpretazione. Le affermazioni circolano prima che i giornalisti possano valutarle. Questo è importante nel mondo del militare perché il campo di battaglia moderno non è solo fisico. Le riprese dei droni circolano all’istante. I social media pubblicano affermazioni in tempo reale. Le fughe di notizie di intelligence emergono prima che i diplomatici possano rispondere. Il giornalismo, al contrario, è concepito per un mondo più lento. Le norme professionali dei giornalisti - controllo editoriale, verifica delle fonti, verifica dei fatti - non sono reliquie burocratiche. Sono i meccanismi che producono coerenza anziché caos. Ma se in tempi più sequenziali il giornalismo eccelleva come intermediario affidabile, oggi queste condizioni non esistono più. Il vincolo chiave non è più l’accesso, ma il tempo. “La cautela ritarda la risposta. La coerenza narrativa si consolida rapidamente. Le correzioni sembrano quindi inversioni di rotta piuttosto che perfezionamenti. La guerra in Ucraina ha reso questa modalità di fallimento insolitamente visibile. La guerra moderna genera dati a una velocità tale da non poter essere metabolizzata da qualsiasi istituzione. Da parte loro, i giornalisti sono costretti a operare da una posizione impossibile: devono interpretare gli eventi alla stessa velocità con cui vengono trasmessi in diretta streaming. E così, a volte, sono costretti a improvvisare” mentre il ciclo di aggiornamento narrativo è in ritardo rispetto alla realtà di fondo. Ciò che gli analisti percepiscono come apprendimento iterativo, il pubblico lo percepisce come contraddizione. Ciò costringe il giornalismo ad assumere un atteggiamento reattivo. La verifica segue l’amplificazione, il che significa che i resoconti accurati spesso arrivano quando il pubblico si è già formato una prima impressione. Questo inverte il ruolo storico del giornalismo. Il pubblico si imbatte prima nei social e poi nel giornalismo. Quando i due divergono, il giornalismo appare slegato dalla realtà così come la gente la percepisce. Il giornalismo può adattarsi? “La sua credibilità futura dipenderà meno dalle accuse di parzialità o addirittura di errore e più dalla questione se riuscirà a conciliare rigore e velocità, magari barattando l’illusione di una certezza immediata con la trasparenza del dubbio in tempo reale”. Nel frattempo, tornando ai vispi e polemici influencer, il danno a cui gli Emirati guardano con maggior attenzione - scrive Andrea Muratore su Inside Over - è ovviamente quello connesso alla disruption economica e sociale. “Abu Dhabi e Dubai vivono come piattaforme economiche, finanziarie, di connettività a cavallo tra Europa, Asia, Africa. Si stanno ponendo le premesse per mettere in discussione, temporaneamente, le fondamenta strategiche su cui gli Emirati fondano la loro prosperità, che per Dubai o Abu Dhabi acquisiscono una valenza ulteriore per il legame sistemico con Israele, che in un certo senso Teheran sta facendo loro pagare”.
Raffaella Vitulano

( 3 marzo 2026 )

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