Matt Hardigree, scrittore e giornalista di lunga data nel settore automobilistico, direttore di The Autopia, racconta come nel suo libro “L’arsenale della democrazia”, AJ Baime fa l’interessante osservazione storica che un B-24 alleato, costruito dalla Ford a Detroit, probabilmente sganciò bombe nell’Italia settentrionale su una fabbrica Ferrari riconvertita per la produzione di utensili e attrezzature per l’Asse, pochi anni prima che le due aziende deponessero le armi e si scontrassero sulla pista di Le Mans. “Autopia” è un termine inglese che unisce auto (automobile) e utopia, traducibile in italiano come “utopia automobilistica”. Descrive un mondo immaginario dove la mobilità automobilistica è perfetta, efficiente e sostenibile, solitamente rappresentata come un modello armonioso. Peccato che applicata ad un contesto di guerra suoni stridente come una corda di violino scordata. Torniamo alla notizia di qualche giorno fa: un nuovo rapporto afferma che il Pentagono si è rivolto a Ford e General Motors per chiedere aiuto nel rafforzare le riserve di materiale bellico del paese. La tempistica è interessante, dato che la Casa Bianca aveva anche chiesto alle case automobilistiche di utilizzare tutti i loro stabilimenti per produrre più auto, soprattutto elettriche, che tuttavia non sembrano riscuotere molto successo di fronte alla sfida cinese e al suo nuovo furgone elettrico della Chery per l’Europa, dal nome esilarante: Delivan, parola composta da “Delivery” e “Van” , ma se volessimo fermarci al “Deli” (dato che è implicito che col van si fa un delivery) troveremmo certo poco gustoso un furgone cinese nel mezzo di una guerra. Torniamo agli Usa. Cosa potrebbero costruire Gm e Ford per il Dipartimento della Guerra? “Questo nuovo tipo di guerra - scrive Hardigree - sembra riguardare più i missili, i droni e l’intercettazione di missili e droni”. Anche la casa automobilistica francese Renault sta pianificando di produrre droni in uno stabilimento sottoutilizzato, e secondo alcune indiscrezioni la tedesca Volkswagen - sempre in primissima linea, ahinoi - avrebbe parlato con il produttore dell’Iron Dome per la realizzazione di componenti per il sistema di difesa aerea. Per Gm la scelta potrebbe non essere casuale, dato che la divisione Gm Defense produce già un veicolo trasporto truppe per l’esercito, oltre a versioni blindate del Suburban. Storicamente, Oshkosh è già un importante fornitore di veicoli di grandi dimensioni per le forze armate. Ford è un caso un po’ più interessante, poiché l’azienda ha venduto la sua divisione difesa (Ford Aerospace) negli anni ’90, dopo aver prodotto numerosi missili, tra cui il leggendario Sidewinder. Il problema più grande potrebbe essere semplicemente che gli Usa non riescono a costruire missili abbastanza velocemente, come sottolinea Breaking Defense: in definitiva, il Congresso dovrà valutare attentamente ciò che l’industria è effettivamente in grado di offrire prima di approvare un piano di spesa di portata storica, ha affermato Carlton Haelig, esperto di bilancio della difesa presso il Center for a New American Security. Forse tutti quei progetti di veicoli elettrici naufragati potrebbero essere utilizzati per costruire missili. La vendita di auto annaspa, meglio trasformarle in carri armati? E mentre noi pensiamo alle utilitarie, al prezzo della benzina in aumento e alla città dei 15 minuti che non consente parcheggi, ecco che il Pentagono vede lungo, valutando una partnership insolita con importanti produttori americani nel tentativo di incrementare la produzione di armi a fronte delle crescenti pressioni globali. La cosa interessante è che le conversazioni sono iniziate prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran nel febbraio 2026. Come a dire: già che ci siamo, cambiamo linea di produzione. O viceversa, è il solito pressapochista stratagemma a cui ci ha abituato il covid-19 per ridisegnare l’economia stagnante in cui ci hanno messo le stesse persone che ora propongono una soluzione? È interessante notare che le case automobilistiche di Detroit riconvertirono la propria capacità produttiva per uso militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Vi dice nulla questo particolare? La guerra ha il suo fascino sui potenti, diciamolo. Come li arricchisce lei non ci riesce nessuno, mentre le bombe uccidono. Nel tentativo di affrontare la questione delle armi, il presidente Donald Trump non solo ha firmato un ordine esecutivo per incrementare la produzione e la capacità di munizioni americane quest’anno, ma l’amministrazione ha anche richiesto un bilancio della difesa di 1.500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2027: il livello di finanziamento più alto per il Pentagono in un singolo anno fiscale dalla Seconda Guerra Mondiale. La richiesta è incentrata su massicci investimenti nella produzione di munizioni e droni. La spinta del Pentagono ad aumentare la fornitura di armi potrebbe anche far salire le azioni di Gm e Ford. E indovinate un po’ chi ci guadagnerebbe? Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’industria automobilistica di Detroit interruppe la produzione di veicoli civili per dedicarsi alla costruzione di bombardieri, carri armati e altre attrezzature militari. I funzionari della difesa ravvisano analogie con questo modello nel contesto odierno, sebbene le esigenze tecnologiche siano di gran lunga più complesse. Anche l’esperienza recente gioca un ruolo importante nella definizione della strategia. Durante la pandemia di covid-19, le aziende industriali sono riuscite a riconvertire la propria produzione per realizzare ventilatori e altre forniture essenziali, sotto il coordinamento del governo. Questa rapida transizione ha dimostrato come la produzione industriale possa essere riorientata in momenti di necessità nazionale. E più emergenze si creano, maggiori sono le riconversioni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Detroit si guadagnò il soprannome di “Arsenale della Democrazia”, espressione coniata dall’ex Presidente Franklin D. Roosevelt per descrivere il ruolo centrale della città nel fornire materiale bellico. La vasta base produttiva automobilistica della città permise di riconvertire rapidamente le fabbriche originariamente costruite per le automobili, in modo da produrre bombardieri, carri armati, camion, motori aeronautici e una vasta gamma di componenti militari su una scala prima inimmaginabile. Secondo la Detroit Historical Society, circa il 91% degli elmetti dell’esercito proveniva da Detroit e un singolo stabilimento nel Michigan produsse il 50% dei carri armati fabbricati negli Stati Uniti. Mike Adams su Naturalnews è sconfortato: “Non avrei mai pensato di vedere il giorno in cui il Pentagono avrebbe iniziato a considerare le fatiscenti linee di assemblaggio automobilistico di Detroit come la salvezza della potenza militare americana. Questa non è solo politica industriale; è una confessione di fallimento, una disperata inversione di rotta che segnala come un conflitto globale pluriennale non solo sia possibile, ma sia attivamente pianificato, probabilmente con la Cina come principale avversario. Il Pentagono sta cercando di far rivivere l’Arsenale della Democrazia, ma intende costruirlo su fondamenta di sabbia, ruggine e sogni infranti”. La decisione di coinvolgere le case automobilistiche nel complesso militare-industriale è l’ammissione che l’America si trova di fronte a un conflitto prolungato e ad alta intensità. I segnali sono ovunque. Questa fantasia - scrive Adams - ignora il problema fondamentale. L’intera catena di approvvigionamento militare dipende fatalmente da un avversario straniero, la Cina, esperta in armi sofisticatissime. Per l’autore, le mosse aggressive dell’amministrazione - blocco dell’Iran, colpire il petrolio cinese e l’escalation retorica - sono classiche escalation prebelliche.
Raffaella Vitulano

