Mercoledì 15 luglio 2026, ore 22:57

Legge elettorale 

Il voto sulle preferenze agita la maggioranza 

Il giorno dopo la bocciatura dell’emendamento presentato dal centrodestra, è inevitabilmente partita la caccia ai franchi tiratori, probabilmente una trentina. Ma la domanda decisiva è un’altra: il voto di martedì sera era di contrarietà rispetto ad una questione di merito, vale a dire le preferenze? Oppure era di contrarietà rispetto alla riforma della legge elettorale nel suo complesso? Oppure ancora un segnale politico alla maggioranza?
Naturalmente le tre ipotesi hanno effetti molto diversi tra loro. Alla terza non sembra credere un osservatorio apartitico come lo spread. Che martedì sera aveva chiuso a 76, ieri mattina ha aperto a 78, dunque senza particolari scossoni.
Ma per forza di cose nel centrodestra il clima è molto teso. Alla vigilia del voto Giorgia Meloni aveva fatto pervenire agli alleati un messaggio che richiamava alla necessità della compattezza. Per questo, dopo, la sua ira è arrivata ai livelli di guardia. Dal Colle si osserva la situazione con preoccupazione ma da lontano. Formalmente non si è consumata una sconfitta del Governo ma della maggioranza. La prassi non prevede in automatico la crisi. Ma ogni scenario è aperto. Per la premier questa è una fase in cui serve ”attenta riflessione”. Seppure Palazzo Chigi non fosse pienamente esposto come sulla separazione delle carriere dei magistrati, la riforma della legge elettorale era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra. E Meloni aveva puntato sulla reintroduzione delle preferenze, suo storico cavallo di battaglia. Un compromesso sembrava raggiunto dopo le aperture di Lega e Forza Italia. Per superare il meccanismo della lista bloccata nei collegi plurinominali, Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc aveano presentato l’emendamento che pre ede un capolista bloccato e una lista di sei nomi tra i quali esprimere fino a tre preferenze tracciando un segno nel quadrato posto a fianco del nome e del cognome. Nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda e della terza preferenza nell'ordine di lista. L’emendamento non modifica invece il cosiddetto listone che prevede l'assegnazione di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione che ottiene il premio di maggioranza. Il numero dei candidati è, in ogni caso, pari a sette, compreso il capolista. Nella successione dei candidati delle liste nei collegi plurinominali, il candidato che segue immediatamente il capolista può essere dello stesso genere del capolista. A pena di inammissibilità, i candidati, a partire dal candidato che segue immediatamente il capolista, sono collocati secondo un ordine alternato di genere. L'emendamento prevede anche che nessun candidato possa essere incluso in liste con lo stesso simbolo in più di cinque collegi plurinominali, in posizione di capolista o in una diversa posizione, a pena di nullità. Il deputato eletto in più collegi plurinominali in posizione di capolista e in altra posizione è proclamato nel collegio nel quale è eletto in posizione di capolista. Se eletto in più collegi plurinominali in posizione di capolista, è proclamato nel collegio nel quale la lista cui appartiene ha ottenuto la minore cifra elettorale percentuale di collegio plurinominale. Se eletto in più collegi plurinominali con le preferenze è proclamato nel collegio nel quale ha ottenuto più voti. Se un deputato è eletto sia nel listone legato al premio di maggioranza che nei collegi plurinominali, si intende eletto nel listone. Tra due candidati che abbiano ottenuto lo stesso numero di preferenze prevale l'ordine di presentazione nella lista.
La bocciatura di questo emendamento è stata accolta in Aula dalle opposizioni con una autentica ovazione. Il campo largo ritrova una sostanziale unità non tanto sul merito della legge elettorale, quanto sulla richiesta di dimissioni della premier con conseguenti elezioni anticipate.
Le preferenze non sono l’unico nodo irrisolto della riforma della legge elettorale. Sin dalla prima stesura del testo è stata inserita una clausola che chiede alle liste o coalizioni di liste di indicare al momento del deposito del contrassegno il nome di chi si intende proporre al capo dello Stato come proprio candidato alla guida di Palazzo Chigi. Una proposta rafforzata nella seconda versione del testo con la penalità dell'inammissibilità della lista. Contrarie a questa previsione l'opposizione che parla di 'premierato senza riforma' e ha presentato emendamenti soppressivi in materia.
In Commissione, poi, è stato approvato un emendamento che ha esentato dalla raccolta delle firme le forze politiche che abbiano un gruppo in almeno una delle due Camere formato entro il 2025. La proposta, di fatto, esclude +Europa e i vannacciani che si sono fatti sentire con proteste ed emendamenti per cambiare la misura.
Giampiero Guadagni

( 15 luglio 2026 )

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