Taranto si ferma, ancora una volta. Ma non si spegne il dibattito - politico, sindacale, industriale e giudiziario - che continua ad avvolgere l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, simbolo irrisolto dell’industria pesante italiana. Dal 20 gennaio scatterà uno stop tecnico programmato che porterà alla messa fuori esercizio di tre batterie delle cokerie, la 12, la 7 e la 8. Una fermata necessaria, legata alla manutenzione del reattore di desolforazione e del catalizzatore, autorizzata dal ministero dell’Ambiente e destinata a durare circa tre mesi e mezzo, fino al 30 aprile 2026. Un intervento che, sulla carta, parla il linguaggio della sicurezza e della prevenzione, ma che nei fatti riapre ferite mai rimarginate. Lo stop coinvolgerà fino a 240 lavoratori su 560 addetti delle batterie interessate. L’azienda ha assicurato che il personale sarà impiegato prioritariamente in percorsi di formazione professionale, organizzati a rotazione. Solo in caso di mancata copertura totale scatterà la cassa integrazione. Un impegno che, secondo fonti aziendali, non allargherà il perimetro degli ammortizzatori sociali, già fermo a 4.450 unità sull’intero gruppo, di cui circa 3.800 a Taranto.
Ma l’equilibrio resta fragile, appeso a una programmazione che molti giudicano insufficiente. A denunciarlo è la Fim Cisl, che punta il dito contro l’incertezza sulla proprietà. “Non permette una pianificazione seria degli interventi ordinari e straordinari”, avverte il segretario generale Ferdinando Uliano. Il messaggio al governo è netto: serve una convocazione urgente e una presenza forte dello Stato. “Il governo deve agire in prima persona, farsi imprenditore. I soggetti industriali che si sono affacciati finora sono scappati”, accusa Uliano, ricordando come l’interlocuzione avviata con il fondo Flacks Group resti priva di un piano industriale condiviso.
Nel frattempo, a Roma, la politica prova a tenere in piedi la continuità produttiva. Il Senato ha approvato il decreto sull’ex Ilva con 79 sì e 63 no. Il testo ora passa alla Camera e sblocca l’utilizzo di 108 milioni di euro residui per garantire l’operatività degli impianti di Taranto. Non solo: introduce un possibile prestito da 149 milioni per il 2026, qualora la cessione degli impianti non si chiuda entro il 31 gennaio dello stesso anno, e proroga fino al 2028 il fondo da un milione annuo per le aziende dell’indotto. Misure tampone, secondo i critici, che rinviano ancora una volta le scelte strutturali.
A rendere il quadro ancora più cupo è la cronaca giudiziaria. La Procura di Taranto ha iscritto 17 persone nel registro degli indagati per la morte di Claudio Salamida, operaio di 46 anni, precipitato dal quinto livello dell’acciaieria durante un intervento al convertitore 3. L’ipotesi è omicidio colposo in concorso. Un’inchiesta che attraversa tutta la catena organizzativa, dai vertici ai tecnici, e che riporta al centro il tema della sicurezza sul lavoro, troppo spesso evocato solo dopo le tragedie.
Così Taranto resta sospesa. Tra manutenzioni necessarie e futuro incerto, tra decreti salva-impianto e richieste di decarbonizzazione, tra formazione e cassa integrazione, tra promesse e lutti. L’ex Ilva continua a essere il termometro di un Paese che fatica a scegliere: industria o ambiente, pubblico o privato, emergenza o visione. E intanto, mentre le cokerie si fermano.
Sara Martano

