Mercoledì 14 ottobre 2026, ore 17:45

Siderurgia

Ex Ilva: il decreto non basta servono garanzie per la ripresa

Il decreto non è assolutamente sufficiente per dare risposte ai lavoratori: manca ancora tutto un pezzo che deve riguardare il piano sociale”. È la posizione di Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim con delega alla siderurgia, dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del nuovo decreto legge sull’ex Ilva. Il provvedimento introduce misure di sostegno per i dipendenti diretti e per i lavoratori delle aziende dell’indotto, ma per il sindacato non risolve le questioni legate al futuro occupazionale e produttivo del gruppo. D’Alò richiama in particolare la necessità di prevedere incentivi all’esodo e scivoli pensionistici per chi ha lavorato per anni in un settore caratterizzato da condizioni particolarmente usuranti.

“Il decreto varato porta all’interno quello che avevamo discusso con il ministero del Lavoro” spiega il sindacalista, precisando che le misure riguardano soprattutto le tutele immediate per i dipendenti di Acciaierie d’Italia, di Ilva in amministrazione straordinaria e delle imprese che operano negli appalti. La priorità, secondo la Fim, è ora costruire le condizioni per una ripartenza industriale stabile, attraverso un piano fondato sulla decarbonizzazione. “Dobbiamo chiedere in maniera chiara e netta - continua il sindacalista - e lo faremo già con il governatore della Regione Puglia, Antonio Decaro, che ci vogliono i forni elettrici e gli impianti di produzione per far sì che l’acciaieria riprenda”. Per D’Alò il ritorno alla produzione è l’unica strada per evitare che i lavoratori restino per mesi o anni in cassa integrazione.

Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri interviene su più fronti, dal sostegno al reddito alla continuità degli impianti, fino alle misure per favorire la reindustrializzazione del territorio. Tra le principali disposizioni figura l’estensione della cassa integrazione straordinaria per i lavoratori delle imprese dell’indotto e degli appalti, compresi quelli di Ilva Servizi Marittimi. La misura decorre dal primo ottobre 2026 e proseguirà fino al 30 giugno 2027. La platea potenziale indicata nella relazione tecnica è di circa 4.200 lavoratori. Per accedere agli ammortizzatori, le imprese dovranno rispettare specifici requisiti, tra cui quello relativo alla dipendenza economica dalle commesse dell’ex Ilva.
Per i dipendenti di Acciaierie d’Italia viene inoltre confermata l’integrazione economica alla cassa integrazione straordinaria, con l’obiettivo di garantire una copertura pari al 70% della retribuzione. Anche questa misura è prevista fino al 30 giugno 2027. Le risorse stanziate ammontano a 15 milioni di euro per gli ultimi tre mesi del 2026 e a 30 milioni per il primo semestre del 2027. Il provvedimento introduce inoltre la possibilità di impiegare i lavoratori di Acciaierie d’Italia in cassa integrazione in attività di pubblica utilità, sulla base di convenzioni con le amministrazioni locali. Per questa finalità sono previsti 10 milioni di euro. Un altro intervento riguarda gli incentivi alle assunzioni: alle imprese private che assumono lavoratori provenienti da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria sono riconosciuti un esonero contributivo totale per un periodo determinato e un incentivo economico di 20mila euro, erogato in due tranche.
Le imprese beneficiarie di altri strumenti di sostegno allo sviluppo che prevedono un incremento occupazionale dovranno impegnarsi a dare priorità all’assunzione dei lavoratori ex Ilva e dell’indotto.

Sul fronte produttivo, il decreto autorizza i commissari a mantenere in condizioni di riscaldo alcuni impianti dell’area a caldo di Taranto, senza riprendere la produzione, in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione.  La disposizione resterà in vigore fino alla pubblicazione delle motivazioni della decisione della Cassazione e comunque non oltre il 15 dicembre 2026. Il quadro resta legato all’esito del procedimento giudiziario relativo alla continuità dell’attività produttiva degli impianti, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ne ha disposto la fermata per ragioni ambientali. Il decreto prevede anche interventi per attrarre investimenti nelle aree ex Ilva, attraverso il coordinamento del ministero delle Imprese e del Made in Italy, la nomina di un commissario e l’istituzione del distretto industriale Taranto-Brindisi. È inoltre previsto uno stanziamento di un milione di euro annui, a partire dal 2026, per il Tecnopolo del Mediterraneo, insieme a semplificazioni per l’attuazione dei contratti di sviluppo. Infine, il ministero è autorizzato a trasferire ad Acciaierie d’Italia gli ultimi 40,5 milioni di euro del plafond da 390 milioni già autorizzato dalla Commissione europea.

Le misure del Governo non hanno fermato la mobilitazione dei lavoratori. A Taranto, per il terzo giorno consecutivo, proseguono lo sciopero e i blocchi stradali, con presidi sulla statale 106, nei pressi della raffineria Eni, e sulla statale 7, davanti allo stabilimento siderurgico. Gli operai hanno trascorso un’altra notte all’aperto, riparandosi dal freddo attorno ai falò. La protesta coinvolge anche i lavoratori delle aziende dell’indotto e si estende agli altri siti del gruppo. “Nonostante il decreto fatto, noi continuiamo con la nostra lotta e non ci muoviamo di qui” ha dichiarato Tommaso Vivo, lavoratore. La richiesta è quella di ottenere impegni precisi sul futuro dello stabilimento e sull’occupazione, oltre alle misure di sostegno economico già previste. “Abbiamo passato l’ennesima notte per strada. Non molliamo, vogliamo risposte certe e concrete” sottolinea Claudio Padalino, lavoratore dell’indotto.

Anche a Genova la mobilitazione dei dipendenti ex Ilva è entrata nel terzo giorno, con una nuova manifestazione dopo la seconda notte trascorsa in tenda davanti alla Prefettura. La protesta è rivolta contro l’annunciata chiusura degli impianti del Nord a partire dal 15 novembre. I lavoratori e i sindacati chiedono una soluzione che consenta di mantenere attivo lo stabilimento genovese, attraverso l’acquisto sul mercato dei coils o delle bramme necessari ad alimentare la produzione. Il Governo starebbe lavorando a questa ipotesi, ma in attesa di risposte da Roma gli operai proseguono il presidio a oltranza davanti alla Prefettura. A Taranto come a Genova, il nodo resta lo stesso: senza una strategia industriale definita, investimenti e garanzie sulla continuità produttiva, gli ammortizzatori sociali rischiano di trasformarsi da misura temporanea in una condizione prolungata per migliaia di lavoratori.

Sara Martano
 

( 14 ottobre 2026 )

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