Il futuro dell’ex Ilva continua a muoversi su un doppio binario: da una parte l’emergenza occupazionale, con migliaia di lavoratori coinvolti negli ammortizzatori sociali; dall’altra la partita degli investimenti necessari a garantire il rilancio industriale e la decarbonizzazione degli stabilimenti. È il quadro emerso al Ministero del Lavoro, dove si è svolto il confronto tecnico e politico sulle nuove procedure di cassa integrazione straordinaria per i dipendenti di Acciaierie d’Italia. Una vertenza che coinvolge migliaia di famiglie e interi territori e che, secondo i sindacati di categoria Fim, Fiom e Uilm non può più essere accompagnata da incertezze e rinvii.
Al termine dell’incontro, il segretario nazionale Fim Valerio D’Alò ha ribadito “la necessità di individuare soluzioni concrete e tutele aggiuntive per tutti i lavoratori del gruppo”. Il primo nodo riguarda i tempi della cassa integrazione: la richiesta aziendale arriva fino al 28 febbraio 2027, mentre le garanzie sul finanziamento degli strumenti di sostegno al reddito sono attualmente previste fino a giugno. “Occorre snellire le tempistiche operative per evitare blocchi alle aziende ed eliminare ogni incertezza sui pagamenti diretti da parte dell’Inps” sottolinea D’Alò. Tra le proposte della Fim c’è anche l’istituzione di un confronto mensile tra azienda e Rsu, da programmare due giorni prima della chiusura dei flussi, per verificare il regolare adempimento degli obblighi aziendali. Ma la partita non riguarda soltanto gli ammortizzatori sociali. Per il sindacato è fondamentale costruire percorsi di reinserimento e riqualificazione professionale realmente efficaci. Da qui la richiesta di estendere i Lavori di Pubblica Utilità a tutti i lavoratori di Adi e dei diversi siti coinvolti e di eliminare il vincolo dei sei mesi di attesa per accedere ai corsi di formazione. “L’obiettivo è avviare subito la riqualificazione professionale, costruendo cataloghi formativi coordinati tra azienda e istituzioni che offrano competenze reali e spendibili” afferma D’Alò. Il rischio, altrimenti, è quello di attivare percorsi poco utili rispetto alle professionalità e alle esperienze maturate dai lavoratori.
Restano aperti anche i nodi relativi alle attività produttive dei singoli stabilimenti, alle prospettive legate all’esito della gara e agli strumenti di tutela per chi svolge lavori usuranti nel ciclo integrale. La Fim chiede inoltre aggiornamenti sull’esodo incentivato e sull’applicazione delle disposizioni normative. Sul fronte dell’indotto, secondo quanto emerso da fonti sindacali, la prossima settimana dovrebbe arrivare la circolare del Ministero del Lavoro che definirà i criteri per consentire alle aziende dell’appalto di accedere alla cassa integrazione in deroga prevista dall’ultimo decreto. La misura riguarda circa 4.200 lavoratori, alcuni dei quali sono già stati sospesi dal lavoro in attesa di poter accedere alle procedure Inps. Intanto, durante il tavolo ministeriale, è emersa anche la notizia dello spegnimento di tutti gli impianti dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, comunicato dalla direzione aziendale in relazione all’esecuzione della sentenza della Corte d’Appello di Milano. La richiesta di cassa integrazione presentata da Acciaierie d'Italia riguarda fino a 8.622 dipendenti: 6.964 a Taranto, 870 a Genova e 515 a Novi Ligure. Il confronto è stato aggiornato al prossimo 10 novembre, quando è prevista anche la presenza dell’Inps per affrontare gli aspetti tecnici e l’insediamento della cabina di regia.
Mentre si cerca di gestire l’emergenza occupazionale si apre un altro fronte destinato a pesare sul futuro dell’intero gruppo: quello delle risorse per la decarbonizzazione. Il segretario generale Fim Ferdinando Uliano, contesta duramente l’azzeramento del Fondo per la decarbonizzazione della siderurgia e lo spostamento dei 720 milioni di euro destinati a questo obiettivo verso altri capitoli di spesa. “Una scelta grave e inaccettabile, in aperta contraddizione con gli impegni assunti a Palazzo Chigi”, dichiara Uliano, richiamando l’intesa del 27 ottobre tra Governo e sindacati. Al centro di quegli impegni c’era la salvaguardia dell’occupazione, la continuità produttiva e soprattutto un progetto di rilancio industriale fondato sulla decarbonizzazione, attraverso la realizzazione dei forni elettrici e degli impianti Dri. Per Uliano sottrarre le risorse destinate a questi interventi significa compromettere le basi stesse della trasformazione industriale. “Senza investimenti, senza forni elettrici e senza impianti Dri - afferma - non esiste alcuna prospettiva credibile di rilancio”. Da qui la richiesta al Governo di una presa di posizione immediata: i 720 milioni devono essere confermati e mantenuti nella loro destinazione originaria. Una dotazione che, peraltro, il sindacato considera già insufficiente rispetto alle risorse necessarie per realizzare un piano industriale serio e credibile.
Sara Martano

