Martedì 20 ottobre 2026, ore 16:35

Scenari

Netanyahu si gioca il tutto per tutto in un clima di tensione e sospetti

Nelle elezioni israeliane, Netanyahu dovrà fare i conti con le conseguenze del fallimento del 7 ottobre, scrive l’editorialista Dan Perry su Forward. La tensione pre-elettorale è altissima: a pochi giorni dall’appuntamento del 27 ottobre, gli ex collaboratori di Netanyahu rilasciano testimonianze esplosive, accuse di falsificazione di documenti e richieste di un’inchiesta indipendente. In tre anni di guerra il pil di Israele è cresciuto del 10% e la borsa del 120% ma il Paese è stato travolto da uno straordinario scontro tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e i suoi ex collaboratori più stretti in merito a ciò che sapeva prima del massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, a come ha utilizzato tali informazioni e se il suo ufficio abbia successivamente cercato di riscrivere la storia. La scintilla che ha fatto scattare la reazione è stata una clamorosa intervista televisiva rilasciata giorni fa dal generale di brigata in pensione Avi Gil, ex segretario militare di Netanyahu, che aveva prestato servizio al suo fianco prima e durante l’attentato che causò circa 1.200 morti e il sequestro di 251 persone. Gil era rimasto in silenzio per tre anni, in attesa di presentare le sue prove a una commissione d’inchiesta statale. Ma, con Netanyahu che bloccava tale inchiesta, in un evidente tentativo di deviare le responsabilità, Gil ha deciso di parlare pubblicamente. Un’inchiesta pubblicata dalla Cnn lo scorso 8 ottobre scrive che 24 dei 40 ostaggi israeliani morti durante la prigionia hanno perso la vita in circostanze riconducibili alle operazioni dell’esercito israeliano. É il risultato di un’indagine giornalistica americana basata su testimonianze delle famiglie, documentazione disponibile e colloqui con funzionari governativi e militari israeliani. Quanto descritto andava ben oltre i fallimenti dell’intelligence e della preparazione militare già ampiamente documentati. Gil ha accusato l’ufficio di Netanyahu di aver tentato di falsificare un verbale ufficiale risalente alla mattina dell’attacco. Ha contestato la versione del primo ministro riguardo ai primi avvertimenti ricevuti. Ha confermato che Netanyahu ha respinto le raccomandazioni per operazioni militari preventive contro Hamas. E ha descritto come considerazioni politiche abbiano influenzato le decisioni sui negoziati per il rilascio degli ostaggi, potenzialmente prolungando la prigionia di persone che avrebbero potuto essere riportate a casa prima, e vive. Un’inchiesta separata, pubblicata da Yedioth Ahronoth, che confronta la versione di Netanyahu con i verbali originali delle discussioni sulla sicurezza, ha riportato omissioni e distorsioni significative, tra cui casi in cui Netanyahu avrebbe respinto le proposte di colpire i leader di Hamas. La rivelazione più esplosiva è stata quella di Gil riguardo a un presunto tentativo da parte dell’allora capo di gabinetto di Netanyahu, Tzachi Braverman, di modificare l’orario ufficiale di una conversazione telefonica del 7 ottobre, anticipandolo dalle 6:40 alle 6:29. Modificare l’orario avrebbe potuto dare l’impressione che Netanyahu avesse impartito istruzioni fin dai primi istanti dell’attentato. Gil ha affermato che una stenografa gli aveva riferito di aver ricevuto istruzioni di alterare la registrazione, spingendolo a informare il procuratore generale. Nitzan Alon, un altro generale in pensione che guidò l’operazione governativa per il rilascio degli ostaggi e partecipò ai negoziati per gran parte della guerra, ha dichiarato ai giornalisti che “sarebbe stato possibile porre fine alla guerra un anno prima” e salvare la vita di numerosi ostaggi che in seguito morirono in prigionia. Un altro scontro significativo coinvolge Ronen Bar, ex capo dell’agenzia di sicurezza interna Shin Bet, che Netanyahu ha ripetutamente incolpato per i fallimenti del 7 ottobre. Tali controversie hanno acquisito ulteriore rilevanza alla luce delle notizie secondo cui alti funzionari egiziani ed emiratini avrebbero avvertito Netanyahu dei preparativi di Hamas poco prima dell’attacco. Netanyahu nega categoricamente di aver ricevuto tali avvertimenti e ha minacciato azioni legali in merito a quanto riportato, dando l’impressione che le decisioni di Netanyahu fossero guidate più da considerazioni di sopravvivenza politica personale che dall’interesse nazionale. Nel frattempo, le famiglie delle vittime del 7 ottobre, i sopravvissuti al massacro e gli ex ostaggi continuano a chiedere risposte sulle decisioni che hanno segnato le loro vite. L’assenza di un’inchiesta ufficiale ha spinto giornalisti, ex funzionari, politici e familiari delle vittime a condurre una propria, sempre più controversa, indagine pubblica. I documenti emergono in modo selettivo, i testimoni offrono versioni contrastanti e le accuse, che altrimenti potrebbero essere verificate tramite testimonianze giurate e accesso a prove riservate, diventano armi in campagna elettorale. Con i sospetti che si moltiplicano su Netanyahu, le elezioni si svolgeranno in un clima di interrogativi irrisolti e di rabbia che si fa ogni giorno più tossica. Dal canto suo, Netanyahu si prepara ad attribuire la sconfitta a una cospirazione. Nella mattinata più buia della storia di Israele, migliaia di cittadini attendevano disperatamente uno Stato che era scomparso. Riservisti, ufficiali in pensione, agricoltori, poliziotti e gente comune si precipitarono a sud per colmare il vuoto. Yair Golan - generale di brigata in pensione e presidente del partito dei Democratici - la mattina del 7 ottobre 2023 si svegliò al suono delle sirene e alle notizie di qualcosa di terribile che stava accadendo nel sud di Israele si procurò un’arma, un giubbotto antiproiettile e un elmetto, e proseguì verso sud con la sua piccola Toyota Yaris salvando sei giovani israeliani che si nascondevano nei campi dai miliziani di Hamas dal fuoco dei terroristi. Del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in quel buio sabato, non si sono avute notizie fino a sera. Eppure uno straordinario attacco di Sara Netanyahu è rivolto proprio verso Golan. Tre anni dopo, la moglie del primo ministro indica la rapidità con cui ha reagito come motivo di sospetto, trasformando la prova di iniziativa in un’insinuazione di prescienza. Lo stesso metodo politico trasforma il fallimento militare in tradimento, l’indipendenza istituzionale in slealtà e l’opposizione politica in sovversione. Dan Perry prosegue spiegando che “portata avanti durante una campagna elettorale, questa logica ha un’ulteriore destinazione: la sconfitta elettorale stessa può diventare un altro evento sospetto che richiede una spiegazione. Gran parte del centro israeliano ha reagito con disappunto all’intervista di Sara Netanyahu, perché le allusioni sembravano grottesche. Il pericolo maggiore risiede nella cultura politica che si sta costruendo proprio attorno a tali allusioni, una cultura in cui il patriottismo si misura in base alla lealtà verso un leader e ogni persona o istituzione che si frappone tra Benjamin Netanyahu e il mantenimento del potere può essere considerata parte del complotto”. “Come mai un militare di così alto grado”, ha detto la moglie del primo ministro in un’intervista “era già lì di buon mattino, quando gli altri, come il primo ministro, non sapevano che stesse scoppiando una guerra?”. In realtà è stato il primo ministro a bloccare l’istituzione di una commissione d’inchiesta. È stato anche Netanyahu, nei mesi precedenti all’attacco, a rifiutarsi di incontrare i vertici militari, del Mossad e dello Shin Bet, che cercavano disperatamente di avvertirlo che il clamore suscitato dalle sue riforme autoritarie proiettava un’immagine di debolezza e invitava all’attacco. Con le elezioni del 27 ottobre ormai alle porte, l’intervista di Sara Netanyahu è diventata l’argomento di discussione principale della politica israeliana. Golan ha minacciato di citare in giudizio Netanyahu per diffamazione, chiedendo un risarcimento di 2,5 milioni di shekel (circa 800.000 dollari) e ha preteso delle scuse. Netanyahu ha risposto chiedendo a Golan di scusarsi con lei e minacciando una controquerela da un milione di shekel. Gli alti ufficiali sapevano cosa stava per accadere. Lo Shin Bet lo sapeva. Solo Netanyahu ne era all’oscuro?
Raffaella Vitulano

( 20 ottobre 2026 )

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