Erano in 50 mila per l'Europa, sabato scorso in piazza del Popolo a Roma. I partiti sono rimasti in disparte, dietro il palco, con più di una puntata fra la folla. Ma le divisioni si sono viste eccome: il centrodestra non c'era, le opposizioni sì, però ognuna con la propria idea, e senza il M5s. Ma "non facciamo polemiche - ha detto la segretaria Pd, Elly Schlein ci godiamo questa meravigliosa manifestazione per una Europa federale".
La manifestazione era per costruire un argine. Per difendere un'Europa che rischia di rimanere schiacciata fra i carri armati russi in Ucraina e la politica aggressiva di Donald Trump. Però, di ricette ce n'erano quante se ne voleva. E infatti le bandiere erano di tutti i tipi. Più di tutte quelle dell'Europa. Poi quelle della pace: per chi è contro il piano di riarmo della presidente della commissione europea Ursula von der Leyen. E quelle dell'Ucraina: per chi è favore. Anche simboli e vessilli hanno marcato le differenze.
In piazza anche i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil,
Ha sottolineato la numero uno della Confederazione di Via Po Daniela Fumarola: ”Noi in piazza con l'orgoglio di chi crede nell'Europa dei popoli, del lavoro, del welfare, senza ideologia nè ingenuità. L'Unione è a un bivio: o si rafforza diventando una vera Federazione di Stati, o rischia di frantumarsi sotto la pressione degli imperialismi esterni e delle tensioni interne”. Ha aggiunto Fumarola: ”La pace, la democrazia, la libertà non sono conquiste irreversibili: la storia e padri fondatori dell'ideale europeo ci insegnano che vanno difese. Per questo l'Unione deve svegliarsi e farlo ora, superando divisioni e immobilismi. Dobbiamo dotarci degli strumenti per affrontare le sfide del presente e del futuro. Serve un'integrazione politica, sociale ed economica più forte, capace di superare il vincolo dell'unanimità, per una governance in grado di rispondere con rapidità e decisione ai cambiamenti globali. È fondamentale strutturare una difesa comune: non si tratta di militarizzare la società, ma di garantire la sicurezza e la deterrenza necessarie per preservare la pace e la democrazia”. L'aggressione russa all'Ucraina ”ci ha ricordato che la pace non è semplicemente l'assenza di guerra, ma un valore che va protetto con determinazione. Da Kiev passa il confine tra libertà e autocrazia, e l'Europa ha il dovere morale e l'interesse politico di sostenere il diritto alla resistenza di un popolo libero. Ma l'Unione non può fermarsi qui. Deve investire nel proprio futuro, rafforzando le politiche industriali, energetiche e di welfare per garantire sviluppo e coesione, evitando che le risorse destinate alla crescita finiscano nel riarmo”. In questo quadro, ”il programma RearmEU è una scelta obbligata, ma non la soluzione definitiva. Un passo necessario per rafforzare la capacità di difesa dei singoli Stati, superando veti che spesso paralizzano l'azione comunitaria. Tuttavia, si tratta di una risposta d'emergenza, non di una strategia a lungo termine. La strada da percorrere è quella di una politica di difesa comune, con un sistema integrato tra gli Stati membri che ottimizzi risorse, produca efficienza e riduca i costi, liberando al contempo energie per le politiche di sviluppo. Il punto è anche e soprattutto politico. Perché senza una difesa comune, non potrà mai esserci una politica estera europea autorevole e indipendente”.
G.G.

