Lunedì 1 marzo 2021, ore 11:07

Quotidiano di informazione socio‑economica

Intervista al Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli

L'Europa che verrà

Da più parti ormai crescono perplessità sul Recovery Fund (RF). Secondo il politologo Wolfgang Munchau, per esempio, il RF è "troppo piccolo per essere uno strumento di supporto macroeconomico, ma è uno strumento potenzialmente utile per spingere le riforme strutturali". Il timore è che "soldi in cambio di riforme" porterà nuova austerità con tagli alle pensioni (in questo senso Bruxelles è stata molto esplicita con la Spagna, tanto per dirne una) e al welfare o a nuove tasse sulla prima casa. Non teme che tutto ciò darà ulteriore spinta ai movimenti populisti e sovranisti per legittimare il loro anti europeismo di fronte alle difficoltà economiche dei cittadini?

Guardi, proprio qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati di un sondaggio commissionato dal PE e condotto fra novembre e dicembre sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. I dati sono molto confortanti perché la maggior parte dei cittadini europei si è espressa positivamente sul ruolo dell’UE in questi mesi e la fiducia nelle istituzioni è aumentata. I cittadini pensano che grazie all’UE gli Stati abbiano acquisito più capacità di ripresa dalla pandemia. Questo è un messaggio importante perché significa che i cittadini europei sostengono l'Unione europea e ritengono che l'Europa sia il posto giusto per cercare soluzioni alla crisi. Le risorse messe in campo dall’Europa per far fronte alla pandemia hanno rappresentato una svolta senza precedenti e questo perché tutti gli Stati hanno capito che nessuno avrebbe potuto farcela da solo. La pandemia ci ha spinto a riflettere sulla necessità di un’Europa diversa dal passato. Lo abbiamo detto fin dall’inizio: la crisi avrebbe potuto travolgere l’Europa o renderla più forte. Il Covid, in un certo senso, è stato un motore della storia e della politica europea, perché se non ci fosse stata questa grande emergenza non avremmo avuto questo passaggio verso una maggiore integrazione. E questo si è incarnato nel Next Generation UE. Il Piano di ripresa ha chiaramente chiuso la fase dell’austerità e del rigore. Tutti i Paesi hanno riconosciuto la necessità di una risposta comune e rapida alla crisi e l’Europa ha dimostrato di esserci. Se c’è una cosa che è risultata evidente in questa fase è che lo Stato-nazione non è più il livello per affrontare le sfide globali che minacciano il pianeta, il nostro modello sociale e le nostre democrazie. Cavarcela da soli è un'illusione: ed è ciò che i nazionalisti vorrebbero farci credere. Basta guardare allo stato di salute dei nostri Paesi e delle nostre aziende per capire che senza l'area del mercato comune le nostre economie sarebbero fragili, e sulla scena internazionale, i nostri Paesi sarebbero umiliati. Pensare che siamo migliori del nostro vicino e che possiamo farcela da soli è, temo, un'illusione e un pericoloso passo indietro. L'unica sovranità che dobbiamo rafforzare è quella europea e per questo dobbiamo proteggerla da intrusioni.

A questo proposito, ha fatto sensazione un passaggio dell'articolo di Mario Monti sul Corriere della Sera in cui l'ex premier si chiede "quanto abbia senso continuare a 'ristorare' con debito, cioè a spese degli italiani di domani, le perdite subite a causa del lockdown, quando per molte attività sarebbe meglio che lo Stato favorisse la ristrutturazione o la chiusura, con il necessario accompagnamento sociale, per destinare le risorse ad attività che si svilupperanno, invece che a quelle che purtroppo non avranno un domani". Da molti è stato considerato come un attacco a partite Iva, piccoli commercianti, esercenti e ristoratori, considerati "sacrificabili" sull'altare delle riforme chieste da Bruxelles. Si avvicina un'altra cura Monti per il Paese? Un altro assist alle forze anti Ue?

In questi mesi l’Europa ha fatto operazioni straordinarie, dalla sospensione del Patto di stabilità alla deroga sugli aiuti di Stato, al bazooka della Bce, alla proposta del Piano di rilancio. Ma l’Europa non è un bancomat, né impone nulla, anzi continua a camminare accanto ai paesi, dando anche la possibilità agli Stati membri di sfruttare il suo sostegno e la sua consulenza. Ad esempio, lo strumento di supporto tecnico (Technical support instrument) nell’ambito del Next Generation UE aiuterà i governi che lo vorranno a preparare e ad attuare i piani di ripresa e resilienza, fare riforme e investimenti. Noi abbiamo combattuto con strumenti inediti e ottenuto risultati che fino a poco tempo prima erano considerati tabù. L’Europa ha dato un segnale di forte discontinuità nelle politiche europee offrendo una gamma di strumenti che gli Stati membri possono usare con libertà. Non è un’Europa che impone, ma mette a disposizione opportunità per sostenere la crisi e rilanciare le loro economie sulla base di alcuni obiettivi comuni, penso al Green Deal o alla trasformazione digitale. L’Italia sarà il paese che beneficerà maggiormente dei fondi europei e il problema adesso è quello di sapere dove e come spendere i soldi, ma anche quello di far funzionare insieme le amministrazioni pubbliche. La risposta europea è stata tempestiva e senza precedenti, ma adesso tocca ai governi che sono chiamati ad una maggiore responsabilità dando prova della loro capacità di programmazione sulla base, certo, degli obbiettivi che si è deciso di raggiungere. Quando fai debito comune devi avere un obiettivo comune. Questi programmi dovranno rafforzare i paesi nazionali in difficoltà, ma anche dare più forza all'Europa. Le istituzioni europee hanno risposto con forza all'emergenza economica e sociale. I sussidi pubblici distribuiti a livello nazionale sono stati ovunque una prima forma di solidarietà immediata per i più colpiti. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario mobilitato per continuare a fornire credito alle imprese e alle famiglie. Questo aiuto urgente, che ha pesato sulle finanze pubbliche degli Stati membri e ha portato il deficit e il debito pubblico a livelli mai visti prima in tempo di pace, è stato reso possibile grazie al pragmatismo dimostrato dalla Commissione europea nell'attivare la clausola di deroga generale del Patto di stabilità e crescita. Adesso tocca ai governi e ai parlamenti nazionali. Una lezione dalla crisi? Che l’Europa non sono solo le istituzioni di Bruxelles, ma che governi, parlamenti e regioni sono parte dell’ingranaggio comunitario. I primi di febbraio ho firmato con il premier portoghese Antonio Costa, presidente di turno dell’UE, il regolamento sul Recovery and resilience facility, il regolamento sugli obiettivi, il finanziamento e le regole di accesso ai fondi europei. Così si è chiusa la prima fase della risposta europea. Adesso serve impegnarci affinché alcuni strumenti non siano solo temporanei e la riflessione si deve aprire sulla riforma del Patto di stabilità e crescita. Se non vogliamo tornare ad un mondo che ha prodotto enormi diseguaglianze questo è il momento per farlo.

In una recente intervista (riportata sul suo blog "Ragioni politiche"), il filosofo e politologo Carlo Galli, già deputato del PD, alla domanda se vedeva analogie tra la Germania di Weimar e i tempi attuali, cioè se l'avanzare del sovranismo ci stia portando sulle soglie di un nuovo totalitarismo, risponde: "Non c'è alcun totalitarismo all'orizzonte. Quando ci si riferisce al periodo tra le due guerre, l'elemento di correttezza di questo paragone sta nel fatto che allora, come oggi, grandi pezzi delle società occidentali si rivolsero allo Stato o a partiti statalisti per difendersi ed essere difesi dalla violenza del capitalismo. E’ il cosiddetto 'momento Polanyi': quando una società si sente troppo insicura, avendo affidato il cuore della propria riproduzione materiale al privato e vede che il privato vacilla, che non è in grado di produrre ordine e di distribuire benessere, allora si affida allo Stato. In quel caso le società si affidarono a partiti e regimi totalitari e le cose andarono a finire molto male". Le faccio questa lunga premessa per soffermarmi su quella "società troppo insicura", e sul "privato che vacilla". Il privato ha davvero perso credibilità dopo 30 anni di liberismo post '89, non distribuisce benessere e aumenta le disuguaglianze? Se questo è vero, dov'è che ci siamo distratti? E perché? E lo Stato, a cui si (ri)affida questa società "troppo insicura", che quello stesso liberismo ha contribuito a smantellare con metodo, è ancora in grado di proteggere chi ne ha bisogno? Si tratterebbe, in sostanza, di attuare l'articolo 3 della Costituzione: ma questo Stato ha ancora la legittimità e soprattutto i mezzi per "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"?

Questo è qualcosa di cui dobbiamo sempre tener conto: la politica non può essere ridotta a strumento dell’economia. Anche perché l’economia non è mai neutrale. Questo è qualcosa di cui dobbiamo liberarci. Ora dobbiamo impegnarci tutti a dare basi solide al nuovo corso. Non si tratta di recuperare modelli del passato, ma di affermare una funzione di difesa dei più deboli e di allineamento dei programmi nazionali agli obbiettivi europei. È necessaria una forte regia pubblica per consentire di raggiungere gli obbiettivi comuni. Serve farlo con il mondo del lavoro e quello dell’impresa. L'Europa non si deve fermare con il Recovery, sarebbe troppo poco! Non siamo di fronte soltanto a misure emergenziali: sono mutate le coordinate, le linee guida delle politiche che hanno governato l’Europa negli ultimi 20 anni. Ora entriamo in una fase interessante da questo punto di vista, con dei passaggi ulteriori di maggiore integrazione tra i paesi dell'Europa. È nell'interesse dei nostri cittadini rafforzarci insieme. Abbiamo davanti a noi un esercito di precari e questa situazione già fragile, si è aggravata ancora di più con l’arrivo del virus. Abbiamo una forza lavoro composta da persone con contratti a breve termine. Credo che per trasformare tutto questo dovremo riflettere seriamente su tutte le implicazioni. Potremmo dover tornare ai vecchi concetti, sì: ma in modi nuovi. La giustizia sociale, per esempio, la solidarietà. Sono parole chiave per le quali dobbiamo trovare una traduzione contemporanea. Bisogna pensare al settore pubblico, alla sfera pubblica in senso più ampio, trovando il giusto equilibrio tra diritti individuali e diritti collettivi. Questo è qualcosa che dobbiamo tenere insieme. Le risorse che verranno mobilitate sono soldi pubblici che devono essere utilizzati in modo trasparente e partecipato. Le regole del mercato senza la difesa dei diritti umani, il senso della libertà e della democrazia, sarebbero soltanto delle leggi economiche che fanno prevalere il più forte e questo noi naturalmente non possiamo permetterlo. Dobbiamo valorizzare ancora di più quell’idea di cittadinanza globale e di cittadinanza solidale che sta alla base di una società aperta ed inclusiva. Non è accettabile un’economia senza morale, uno sviluppo senza giustizia, una crescita a scapito delle generazioni future. In questo senso credo che l’Europa possa essere utile non solo ai nostri Paesi, ai nostri cittadini, ma anche al resto del mondo. Oggi siamo nella condizione di poter proseguire perché tutti si rendono conto che senza l'Europa le identità nazionali non sarebbero difese da nessuno. In fondo questa è la vera sconfitta al nazionalismo europeo e a coloro che dall’esterno scommettono sulle nostre divisioni.

La Confederazione europea dei sindacati, intanto, esprime "grave preoccupazione" in merito all'accordo di principio Ue-Cina sugli investimenti, che omette la clausola sui diritti umani "sia nella discussione che nel testo finale", dando così il segnale, si legge in una lettera inviata dalla CES a tutte le istituzioni Ue, "che l'Unione Europea spingerà per una più stretta cooperazione con la Cina, indipendentemente dalla portata e dalla gravità delle violazioni dei diritti umani compiute dal partito comunista cinese, anche quando Pechino è in aperta e diretta violazione dei trattati internazionali e continua a rifiutarsi di consentire il monitoraggio internazionale della situazione dei diritti umani". Il riferimento è ai lavori forzati in Tibet e nello Xinjiang, contro cui tra l'altro il Parlamento Ue ha approvato delle risoluzioni. Come si risponde a queste, più che legittime, obiezioni?

L'Europa si trova al centro di tutte le dispute che in questo momento impegnano Stati Uniti, Cina, Russia. Noi siamo un gigante dialogante, ma non saremo mai un gigante che si impone con la forza. Se vogliamo essere un punto di riferimento sulla scena internazionale dobbiamo farlo con il nostro peso economico, il diritto europeo e i nostri valori. Le relazioni con la Cina sono sfaccettate e complesse. Collaboriamo su un numero crescente di questioni e siamo, l'uno per l'altro, i principali partner commerciali. Ma non siamo ingenui e non eviteremo di esprimere le nostre preoccupazioni sui diritti umani o la necessità di reciprocità e parità di condizioni quando si tratta di commercio libero ed equo. Comprendiamo l’aspirazione della Cina a diventare un leader globale, ma questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso il rispetto dell’ordine basato sulle regole e l’adesione ai valori e ai principi democratici. La pandemia è stata una svolta politica e purtroppo, in alcune parti del mondo, ha portato a una riduzione della democrazia e delle libertà fondamentali. Siamo stati testimoni dell’intensificarsi delle campagne di disinformazione, degli attacchi informatici e dell'isolazionismo che hanno cercato di dettare le regole della cooperazione multilaterale. In questo mondo sempre più incerto, lo scontro si polarizza e alle tendenze autoritarie e populiste dobbiamo opporre il fronte democratico e solidale che si fonda sui nostri valori europei che rimangono la nostra bussola, la nostra grande forza. Il Parlamento europeo continuerà ad usare la sua influenza per sottolineare l'importanza del rispetto dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile a livello globale attraverso diversi mezzi, come le clausole sui diritti umani inserite negli accordi commerciali e di investimento.

I sindacati europei sono inoltre molto critici con la Commissione, che non ha ancora fissato una data per la direttiva sulla trasparenza salariale per accorciare il divario retributivo di genere, che la presidente Ursula von der Leyen aveva assicurato essere una delle priorità dei suoi primi 100 giorni. Al netto dei problemi causati della pandemia, la CES ritiene sia molto chiaro che la Commissione sia sottoposta a notevoli pressioni per ritardare, annacquare e indebolire il progetto. Ancora una volta, economia e finanza dettano i tempi alla politica e rallentano il processo democratico?

Quest’anno, per la prima volta, il Parlamento europeo ha scelto di dedicare una settimana alla battaglia per la parità di genere. La pandemia di Covid-19 ha colpito soprattutto gli anelli deboli delle nostre catene sociali: i giovani e le donne. In questi mesi, noi abbiamo lavorato per cercare di definire delle linee su cui impegnare il Parlamento europeo e la nostra idea di rafforzare il pilastro sociale va nella direzione giusta. All'interno della nostra istituzione, applichiamo già il principio secondo cui per ogni nomina dirigenziale, la rosa dei candidati deve essere equilibrata dal punto di vista del genere. Penso che questo principio dovrebbe essere applicato da tutte le istituzioni e gli organi dell'UE, soprattutto in quei settori in cui le donne continuano ad essere sotto rappresentate. Le istituzioni devono dare sempre il buon esempio. Mai come adesso, è importante che la questione femminile e il dramma dei giovani siano considerate vere emergenze sociali.

E a proposito di liberismo e austerità, a commento dei dati di Eurostat, secondo cui nonostante il miglioramento della situazione economica tra il 2010 e il 2019, la percentuale di lavoratori a rischio di povertà è aumentata in 16 Stati membri, con Ungheria, Regno Unito, Estonia, Italia e Lussemburgo che sono stati i più colpiti, con un numero di lavoratori a rischio di povertà che è aumentato tra il il 27 e il 58 per cento, la CES chiede l'inserimento nella proposta di direttiva sul salario minimo di una clausola che impedisce di fissare il salario minimo al di sotto della soglia di rischio di povertà, e chiede inoltre il divieto di destinare fondi pubblici ad aziende che negano ai propri lavoratori il diritto di contrattare collettivamente, e la fine dell'esclusione dal salario minimo legale di alcuni lavoratori come i collaboratori domestici e i giovani. E' la conferma che crescita non significa condizioni migliori e maggiore benessere per i lavoratori. Di chi sono le responsabilità?

Tutti i paesi europei sono stati colpiti e il pianeta si è fermato. Ma non siamo tutti uguali neppure di fronte a questa crisi. I più fragili ed esposti sono soprattutto coloro che i paradigmi del rigore e dell’austerity avevano indebolito. Sì, perché il mondo prima della pandemia aveva scavato solchi profondi nel corpo sociale, prodotto diseguaglianze. La crescita non è stata per tutti. Ed è proprio il concetto di crescita che dobbiamo smontare. Noi vogliamo parlare di sviluppo e lavoro. In questo momento tutti i paesi europei stanno producendo altro debito. Lo lasceremo alle prossime generazioni? Penso che, tenendo conto delle necessarie compatibilità da conciliare con il principio cardine della sostenibilità del debito, sia necessaria una riflessione senza pregiudizi per mitigare gli effetti di un debito che rischia di compromettere il futuro. I modelli possono essere tanti, così come la storia insegna. Poi, c’è la necessità di provvedere subito al sostentamento di milioni di europei oggi in gravissime difficoltà. I dati dell’Istat sulla povertà in Italia valgono per tutti i paesi dell’Unione. Decine di milioni di europei che erano sulla soglia della fascia di povertà sono al di sotto, e decine di milioni de europei che erano ceto medio basso sono adesso sulla soglia della fascia di povertà. Abbiamo qualcosa da dire? Pensiamo che sia sufficiente dire loro che quando arriverà la crescita riprenderanno a vivere? Pensiamo che sia un problema delle associazioni di assistenza? I poveri non possono aspettare. E questi cittadini reclamano dignità. È un terreno molto insidioso per le forze politiche democratiche, perché se si girano dall’altra parte possono venire travolte, se non dalla rabbia di certo dall’indifferenza. Se chiediamo a una persona in difficoltà di resistere due mesi con qualche sostegno, anche piccolo, probabilmente può farcela. Ma certamente non può essere quella la condizione per affrontare nel lungo periodo una battaglia per la sopravvivenza. Il richiamo del Parlamento europeo con la proposta di salario minimo è stato raccolto dalla Commissione europea. Noi progressisti ci abbiamo fatto la campagna elettorale. E oggi quello è uno strumento ottenuto ed è sul tavolo. Spero che tutti i governi si accorgano della necessità di avere questo strumento per accompagnare il sostegno alle povertà con l’esigenza di uguaglianza. C’è grande dolore e incertezza in tutta Europa. Abbiamo discusso di questo con la Presidenza di turno del Consiglio, e sulla necessità di rafforzare il nostro modello sociale. E’ bene che il premier portoghese Antonio Costa l’abbia indicato come la priorità del suo semestre. Le disuguaglianze stanno aumentando e rischiano di alimentare la sfiducia nelle nostre istituzioni. Il gigantismo delle imprese transnazionali che cercano di sottrarsi ad ogni controllo, l’imporsi senza regole delle tecnologie informatiche in una corsa selvaggia che manipola le nostre vite e trasferiscono la “sovranità” dal popolo ai Consigli di Amministrazione, hanno già mietuto numerose vittime. Dobbiamo uscire da questi meccanismi distruttivi e assumerci la responsabilità di rinnovare il nostro patto democratico rinnovando il legame con i nostri cittadini. Noi dobbiamo essere consapevoli che i cittadini vogliono essere ascoltati, essere coinvolti nella vita politica, partecipare pienamente alla democrazia. Per questi motivi, mi sembra che la Conferenza sul futuro dell'Europa sia necessaria più che mai.

Boris Johnson dice che "essere fuori dal programma vaccinale europeo ci ha aiutati con i vaccini", perché "siamo stati in grado di fare le cose in modo differente e per certi versi migliore". Solo una provocazione o qualcosa di vero c'è? Tra pagamenti anticipati, discrezionalità sulle consegne e ritardi, ritiene che l'Ue abbia davvero firmato contratti capestro, come si legge da più parti?

Io credo che se la Commissione europea non fosse stata incaricata dai governi di stipulare contratti con le case farmaceutiche e distribuire le dosi di vaccino in tutti paesi, sarebbe prevalsa la legge del più forte. I paesi europei più ricchi avrebbero spazzolato il mercato e a coloro con meno risorse e minore reputazione sarebbero rimaste le briciole. Incaricare la Commissione di lavorare per tutti e di conseguenza impegnare il Parlamento europeo in un’attività di controllo è stato un obbiettivo raggiunto. Anche un po’ inaspettato, considerando il passato e la mancanza di competenze europee. La sanità resta materia nazionale. Organizzare, dotarsi di strutture e di basi giuridiche per poter operare è costato anche ritardi e ha prodotto inevitabili errori. La Commissione ha stipulato diversi contratti e si è dotata di un portafoglio ampio e diversificato di potenziali vaccini, al fine di garantire una distribuzione equa e coordinata ed evitare qualsiasi nazionalismo vaccinale. Il Parlamento europeo sta seguendo molto da vicino questa vicenda che ovviamente interessa tutti i nostri cittadini e ha chiesto che ogni mese vengano pubblicati dati esaustivi sul numero di vaccini assegnati a ogni Stato membro. Vogliamo essere coinvolti, informati, stabilire regole. Ora è il momento di correre e di affrontare le sfide legate ai ritardi nella fornitura e alla velocità di somministrazione dei vaccini. Dobbiamo concentrare i nostri sforzi su questo aspetto. Se la situazione rimane immutata la pandemia non finirà. Ognuno deve fare la sua parte per garantire una distribuzione dei vaccini ampia e a costi accessibili, e non solo all'interno dei confini europei. Bene l’iniziativa Covax per dotare di vaccini i paesi del nostro vicinato e i paesi africani. Non ci salveremo da soli e la nostra sicurezza dipende dagli investimenti nei paesi a medio o basso reddito. Anche su questo terreno vi ė una grande lezione che ci offre la pandemia: senza un Europa della salute, alla prossima crisi ricominceremo daccapo. Trasferire i poteri nazionali sulla sanità all’Unione non può essere un optional, ma è obbligatorio per garantire standard uguali per tutti e difendere il benessere dei nostri cittadini. Anche la salute è un aspetto decisivo per affermare il principio di una piena uguaglianza.

Pierpaolo Arzilla

( 1 marzo 2021 )

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