La notizia è di inizio maggio, il dibattito che, all’italiana, si è già trasformando in una sfida senza quartiere – infuocherà le prossime settimane, con conseguenze che peseranno chissà per quanto sullo sport più amato dagli italiani e sui suoi variopinti gestori, in discreta parte stranieri. Torniamo alla notizia: il governo Meloni, in prima battuta il ministro dello Sport Andrea Abodi, ha annunciato la volontà di creare un’agenzia di Stato denominata Agenzia per la vigilanza economica e finanziaria delle società sportive professionistiche. Uno scioglilingua che verrà presto riassunto da un acronimo, per indicare un ente deputato al controllo dei bilanci dei club sportivi, calcistici e non. L’annuncio, anticipato dalla consueta fuga di notizie che ha mandato in bestia il numero uno dello sport italiano, Giovanni Malagò (“E’ normale che io sappia di un’idea del genere dai giornali?”), ha fatto deflagrare tutti i conflitti che, sul pianeta del pallone devastato da interessi contrapposti e giochi di potere, covavano da tempo sotto la cenere. Abodi si è subito affrettato a fare da pompiere: “E’ stata diffusa senza alcuna autorizzazione una bozza stilata per condivisione: non si tratta assolutamente del testo definitivo che dovrà essere approvato in Parlamento. Per quello servirà ancora qualche settimana”.
Ma l’incendio ormai era divampato. Le società di calcio – e anche quelle di pallacanestro – si sono schierate compatte contro la volontà del governo, rivendicando la propria autonomia; quattro tra le più importanti (Milan, Inter, Juventus e Roma) hanno preso le distanze dalla linea della Lega Serie A, la Confindustria del pallone, controllata da una minoranza agguerrita che fa capo al presidente della Lazio, nonché senatore Claudio Lotito, avversario dichiarato di Gabriele Gravina, capo della Federcalcio. Milan, Inter, Juventus, Roma e le società a loro collegate affermano di non sentirsi rappresentate dalla loro Confindustria, guidata dal 2022 da Lorenzo Casini, manager vicino allo stesso Lotito e al patròn del Napoli Aurelio De Laurentis e, soprattutto, meno propenso a opporsi alla riforma-Abodi. Lo spettro dell’agenzia ha insomma riportato a galla tutti i maldipancia interni al mondo del calcio, già scosso da diverse controversie (indagini delle procure sulle proprietà di alcuni club e su casi di presunte plusvalenze fittizie; riforma del settore arbitrale e dei campionati; lotta alla pirateria digitale) e da una crisi economica profonda. Sul piano delle riforme urgenti, i club più potenti chiedono la riduzione a 18 delle squadre partecipanti al massimo campionato (oggi sono 20), secondo il modello già scelto da tempo dalla Bundesliga tedesca e dalla Ligue 1 francese. Il taglio di due squadre non solo garantirebbe una scrematura sul piano della competitività, e quindi uno spettacolo di maggiore appeal, anche televisivo, ma asciugherebbe il campionato di quattro turni: un vantaggio non da poco per chi è impegnato nelle coppe europee. Diverso il parere dei club medio-piccoli, che vedrebbero ridurre la possibilità di partecipare alla massima serie (che garantisce ovviamente maggiori introiti) e che comunque, pur approdandovi, si ritroverebbero a soffrire ancora di più per evitare la retrocessione.
RIVOLUZIONE
In questo clima, non è difficile capire l’avversione – pressoché unanime – alla rivoluzionaria proposta del governo di creare un ente di propria nomina per verificare i bilanci delle società di serie A, B e C, “al fine di garantire la corretta gestione delle risorse e di conseguenza lo svolgimento dei campionati”. Va detto che il calcio si è dotato da tempo di un organismo analogo: è la Covisoc, la Commissione di vigilanza sulle società, composta da un presidente e quattro membri, nominati direttamente dalla Federcalcio. Ora, il governo non solo vorrebbe soppiantare la struttura, ma assegnare alla nuova realtà poteri ancora più ampi: parere vincolante sulle iscrizioni ai campionati delle singole squadre in base ai bilanci, possibilità di chiedere il deposito di dati e documenti amministrativi e di effettuare controlli direttamente nelle sedi dei club, l’imposizione di eventuali ricapitalizzazioni ai proprietari delle società in maggiore difficoltà, la facoltà di proporre in qualsiasi momento, dice la bozza, “l’attivazione di indagini e di provvedimenti disciplinari”. La novità porterebbe anche un pesante aggravio di costi a carico delle società: se la Covisoc pesa oggi per 65 mila euro l’anno (25 mila lordi al presidente, 10 a testa ai quattro membri), la nuova agenzia spremerebbe dai bilanci dei club monitorati la bellezza di 2,5 milioni all’anno. Già: perché le spese dei controllori sarebbero interamente a carico dei controllati. L’organo collegiale, con mandato quadriennale non rinnovabile, sarebbe “diretto da un presidente e due componenti, nominati dal Presidente del Consiglio dei ministri o dall’Autorità di governo competente in materia di sport”, e si avvarrebbe dell’opera di trenta esperti, “scelti tra persone di notoria indipendenza, di indiscussa moralità e di specifiche e comprovate professionalità”.
AUTONOMIA
Il calcio ha reagito con asprezza a un progetto che ne intaccherebbe pesantemente i principi di autonomia. Gli stessi enti internazionali del pallone, l’Uefa e la Fifa, hanno già chiesto chiarimenti: si rischia un incidente istituzionale, visto che dal 1981, in forza della legge 91, i controlli sull’equilibrio finanziario dei club sono demandati al Coni, che sin qui li ha attuati attraverso le federazioni. La norma, va precisato, era stata abrogata a luglio del 2023, ma questo stesso governo l’aveva di fatto ripristinata con un decreto legislativo, il numero 36: “Allo scopo di garantire la possibiliità di iscrizione ai prossimi campionati, il regolare svolgimento degli stessi e l’equa competizione, le società sportive professionistiche sono sottoposte, al fine di verificarne l’equilibrio economico e finanziario, a tempestivi, efficaci ed esaustivi controlli e ai conseguenti provvedimenti stabiliti dalle federazioni sportive nazionali nei rispettivi statuti, secondo modalità e principi approvati dal Coni”. Dunque, tutto era tornato sotto il controllo delle istituzioni dello sport, Covisoc in testa. Il governo Meloni nel giro di pochi mesi ha cancellato con la mano sinistra quello che aveva scritto con la destra? È quanto si chiede chi segnala i rischi dell’allargamento dell’influenza della politica sullo sport.
Scalpitano anche gli organismi internazionali del calcio, Uefa e Fifa. Già in passato hanno minacciato o addirittura escluso dalle proprie competizioni Paesi i cui governi hanno interferito sullo sport. Il rischio – è già successo – è che i veri padroni del vapore, le potentissime organizzazioni che gestiscono gli eventi in Europa e nel mondo finiscano per sbarrare la strada dei loro ricchissimi tornei alla nazionale e ai club targati Italia. Il primo a lanciare l’allarme è stato ancora il numero uno dei Coni, Giovanni Malagò: “Nutro seri dubbi che un progetto simile possa essere accettato dagli organismi sportivi internazionali. Si rischia una figuraccia mondiale. I governi italiani purtroppo non sono nuovi a situazioni del genere. Già in passato hanno preso posizioni che poi sono stati costretti a modificare”. In effetti, tre anni fa, il Cio – il Comitato olimpico internazionale – decise che gli atleti italiani avrebbero dovuto partecipare ai Giochi di Tokyo 2021 senza bandiera né inno nazionale, perché la Legge di stabilità del 2018 aveva modificato in modo rilevante i poteri del Coni: la Coni Servizi, la cassa del tesoro dello sport italiano, era stata trasformata in Sport e Salute, un nuovo organo di indirizzo politico, togliendo al Coni stesso il ruolo di distribuire i finanziamenti pubblici alle federazioni e agli organismi sportivi. Fu necessario l’intervento del consiglio dei ministri, che con un decreto riaffermò l’autonomia del Coni: solo grazie a questo atto l’Italia poté partecipare alle Olimpiadi giapponesi con il tricolore e l’inno di Mameli.
ABODI
Il ministro dello Sport, dal canto suo, difende con fermezza il progetto che porta a tutti gli effetti la sua firma. “L’autonomia dello sport non è minimamente messa in discussione: qui si tratta semplicemente di attribuire a un soggetto terzo i controlli finanziari, che non rientrano nelle scelte sportive, prerogativa che resta alla Federcalcio. L’obiettivo è quello della costituzione di un’autorità tecnica, indipendente, trasparente e rispettosa dell’autonomia dello sport che è anche una mia priorità assoluta”. La sua idea di uomo di marketing ma anche di numeri (ha lavorato tra l’altro per IMG, Media Partners e Infront ed è stato soprattutto presidente del Credito Sportivo, la banca solidale per lo sviluppo sostenibile dello sport) sembrerebbe quella di creare una Consob del calcio: un’authority che metta un freno alle incongruenze, alla stravaganze, a volte dei magheggi dei padroni dei club. Ma per qualcuno sono anche altre le spinte che muovono questo sessantaquattrenne romano garbato ma deciso, gelosissimo della privacy (non si sa nlla della sua vita privata, se non che è sposato e ha due figli) e precocemente canuto, laurea in economia e commercio alla Luiss Guido Carli, tifo mai nascosto per la Lazio e, in politica, per la destra (non è iscritto al alcun partito, pur essendo vicinissimo a Giorgia Meloni), un look pariolino a metà strada tra Montezemolo e lo stesso Malagò, cui è (era?) molto legato. Abodi, che è stato presidente della Lega di serie B dal 2010 al 2017, ha nutrito a suo tempo l’ambizione di scalare i massimi vertici del calcio, senza riuscire a salire sul treno giusto: la sua iniziativa, oggi, potrebbe nascondere la voglia di commissariare il mondo che non è riuscito a conquistare?
CRISI
Ma qual è il reale stato di salute del movimento cui il ministro dello Sport, con il sostegno del governo, vorrebbe imporre nuovi controlli? Il pallone ha da sempre rimbalzi incontrollabili, non solo sui campi di gioco. In una fase di oggettiva difficoltà economica e in un quadro desolante sotto il profilo dell’impiantistica (gli stati italiani restano da terzo mondo) e delle riforme, l’Italia del calcio è riuscita a costruire un’annata decisamente felice nei risultati: se la nazionale langue, ma si è comunque qualificata per gli Europei in programma da metà giugno in Germania, le nostre squadre di club sono state protagoniste assolute nei tornei continentali: la Roma semifinalista e l’Atalanta finalista in Europa League, la Fiorentina finalista in Conference League, hanno portato il calcio italiano al vertice continentale assoluto. Nella prossima stagione saranno non quattro ma addirittura cinque (se non sei) le squadre italiane che potranno partecipare alla Champions League, rinnovata nella formula e arricchita nei compensi (60 milioni di euro garantiti a ogni club per il solo accesso). Chi gestisce il calcio, il discusso presidente federale Gravina su tutti, ne difende con i denti l’autonomia sbandierandone il formidabile impatto socio-economico: il business complessivo del pallone vale 11 miliardi, lo 0,63% del Pil nazionale, e da lavoro a oltre 125 mila addetti. Il calcio non è la terza industria del Paese, come qualcuno ancora sostiene immotivatamente (nell’ordine, comparti come turismo, tessile, agricoltura, industria metallurgica, costruzioni, servizi finanziari vantano fatturati decisamente superiori), ma vanta una straordinaria capacità di aggregazione. Persino al di là ddei numeri, smuove passioni estranee a qualsiasi altra realtà produttiva. A fronte di tutto questo, restano le indubbie difficoltà economiche dei club: il debito complessivo della sola serie A nella stagione chiusa a giugno 2023 ha raggiunto quota 441 milioni. Un “rosso” dimezzato, rispetto ai 998 milioni del 2021-2022, ma comunque degno di attenzione. Al punto da giustificare il commissariamento del governo Meloni-Abodi? I padroni del pallone giurano di no e promettono battaglia, in vista della presentazione della bozza definitiva del progetto, che il ministro dello Sport si è impegnato a produrre entro maggio. Di sicuro l’iniziativa che ha scosso dalle fondamenta i palazzi del calcio uno scopo lo ha raggiunto: lo sport più popolare, diviso al suo interno da contrapposizioni maggiori di quelle esistenti in Parlamento, ha improvvisamente ritrovato unità, con poche ben individuate eccezioni. Ma ora i big più attivi sotto il profilo politico, il senatore Claudio Lotito in testa, sembrano in netta minoranza.
Stefano Petrucci

