Martedì 28 maggio 2024, ore 13:35

Lavoro

“Made in Immigritaly": presentato al Cnel report Fai Cisl

 

Affrontare i problemi che vivono i lavoratori immigrati occupati nel settore agroalimentare del nostro Paese: è l’obiettivo del Rapporto “Made in Immigritaly. Terre, colture, culture” commissionato dalla Fai Cisl e presentato ieri mattina al Cnel nel corso di una tavola rotonda moderata da Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti che ne ha curato la realizzazione.
I lavori sono stati introdotti dal presidente Cnel, Renato Brunetta, che per prima cosa ha voluto esprimere il proprio cordoglio per l’incidente avvenuto alla centrale idroelettrica di Suviana. 
A tal proposito il presidente Brunetta ha ribadito la volontà del Cnel di esercitare l'iniziativa legislativa per un ddl sulla sicurezza e sulla salute nei posti di lavoro per contribuire a mettere fine alle continue stragi. Brunetta ha, poi, sottolineato l’importanza del Rapporto Fai che, per la prima volta, tratta di un fenomeno ancora mai analizzato, ossia quello dei lavoratori immigrati impegnati nell’agroalimentare che arrivano ad essere circa 362mila unità su un milione, rappresentando oltre il 31% delle giornate di lavoro registrate nell’ultimo anno.
Altra peculiarità del Rapporto, secondo Brunetta, è che esso è stato capace di far emergere la “cattiva coscienza” del nostro Paese che, di fronte all’eccellenza del made in Italy, non si preoccupa del ruolo e delle condizioni di vita dei lavoratori immigrati occupati in questo settore, come invece fatto dalla Fai e come spiegato da Onofrio Rota, segretario generale della stessa federazione, che ha aperto il proprio intervento ricordando la costanza e la determinazione della Fai in questi anni nel voler affrontare le problematiche riguardanti questi lavoratori. “Una volontà – ha detto Rota – che ci ha portati a seguire un percorso verso la loro inclusione, capace di difenderne la dignità, oltre che a valorizzarne l’impegno e la professionalità, visto che rappresentano un pilastro sociale, economico e culturale del Paese”.
Del peso e dell’importanza dei lavoratori immigrati ha parlato anche Maurizio Ambrosini, docente all’Università degli Studi di Milano che ha curato la ricerca realizzata dal Centro Studi Confronti su una realtà della quale si parla pochissimo e che per tanti rimane invisibile, malgrado gli immigrati nel mercato del lavoro italiano siano 2,4 milioni. Importante anche il contributo di Paolo Naso, anch’egli curatore del rapporto Fai, il quale ha posto l’attenzione su un momento storico che registra un cambiamento culturale grazie al quale l’agricoltura torna al centro del dibattito economico italiano ed europeo: condizione che può aiutare il percorso di valorizzazione di coloro che sono impegnati in tale comparto, come gli stessi immigrati che in esso hanno trovato occupazione, e che costituiscono un nuovo soggetto politico che diventa finalmente “visibile” ed acquista una propria individualità, come affermato da Ilaria Valenzi, ricercatrice alla Sapienza Università di Roma. Dell’importanza del lavoro realizzato dai lavoratori immigrati e della necessità di difenderli contro ogni forma di sfruttamento ha parlato anche il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, il quale ha sottolineato l’impegno del governo in tal senso, da portare avanti grazie anche al contributo del sindacato. Un contributo che continuerà ancora nel tempo, come confermato dal segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra che, a conclusione dei lavori, ha sottolineato la necessità di cambiare paradigma nell’approccio con i lavoratori immigrati, cercando di trovare un equilibrio tra solidarietà, sostenibilità e opportunità.
Anna Taverniti

UN ESERCITO DI "INVISIBILI: L'ECCELLENZA ITALINA PARLA STRANIERO

Dal Parmigiano Reggiano prodotto da lavoratori indiani, passando per le campagne agrumicole o del pomodoro nel Sud Italia o per gli immigrati che in molte imprese del comparto carni superano anche il 50% dei dipendenti, non c’è filiera o comparto del made in Italy agroalimentare in cui il lavoro migrante non assuma un ruolo rilevante o insostituibile. L’eccellenza italiana infatti è sostenuta insomma in buona parte dal ”made in Immigritaly”, titolo della ricerca presentata al Cnel. La prima sul tema, commissionata dalla Fai-Cisl e realizzata dal Centro Studi Confronti a cura di Maurizio Ambrosini, Rando Devole, Paolo Naso, Claudio Paravati. Edito da Agrilavoro e Com Nuovi Tempi, il volume “Made in Immigritaly. Terre, colture, culture” esamina in oltre 500 pagine i modi in cui il lavoro immigrato viene gestito in contesti specifici e analizza i diversi profili del fenomeno, inclusi i meccanismi virtuosi di cooperazione e integrazione locale che si stanno realizzando sui luoghi di lavoro. 
Con 600 miliardi di fatturato, il settore dell'agroalimentare in Italia si fonda su 362mila addetti di origine straniera, su un milione totale di lavoratori, pari al 32% delle giornate registrate. Eppure, affermano i curatori della ricerca, di questa realtà si parla raramente e il lavoro degli immigrati nelle filiere dell’agroindustria nazionale rimane in gran parte invisibile. 
Per rispondere a questa lacuna, il rapporto 'Made in Immigritaly' analizza entità e modalità di questo contributo. Lo scopo è sollecitarne il riconoscimento pubblico, illustrando la misura concreta di quanto l'eccellenza del cibo italiano dipenda dal lavoro di braccianti, mungitori e operai provenienti da molti Paesi del mondo. Nel dettaglio, le principali provenienze nazionali registrate nei dati istituzionali sono tuttora, nell'ordine: Romania, Marocco, India, Albania e Senegal. Le nazionalità dei rifugiati non compaiono nelle prime posizioni, e in generale l'Africa subsahariana è sottorappresentata. Inoltre, i lavoratori romeni diminuiscono: da quasi 120mila nel 2016 a 78mila nel 2022; marocchini, indiani e albanesi crescono di qualche migliaio di unità: rispettivamente +7.009, +7.421 e +5.902. 
Sostanzialmente stabili i tunisini, passati da 12.671 a 14.071; mentre in termini relativi risulta più marcata la crescita dei senegalesi, che sono quasi raddoppiati, passando da 9.526 a 16.229 (+6.703), e molto sostenuta quella dei nigeriani, passati da 2.786 a 11.894 (+9.108). Aumentano anche i maliani, da 3.654 a 8.123, e i gambiani, da 1.493 a 7.107. La ricerca evidenzia che, sebbene in Italia lo sfruttamento si espanda in diversi settori, l'agricoltura rimane quello più a rischio. Nel quinquennio 2017-2021, su un totale di 438 casi di procedimenti giudiziari e inchieste per sfruttamento lavorativo ben 212 (oltre il 48%) hanno riguardato il solo settore agricolo. Le regioni del Mezzogiorno sono le più colpite, ma lo sfruttamento è cresciuto anche al CentroNord. Nel 2017, su 14 procedimenti ben 12 riguardavano le regioni meridionali; nel 2018 erano 23 su 43; nel 2019 si è passati a 31 su 55, e nel 2021 a 28 su 49. Su questi dati incide la reattività dei contesti o, viceversa, la loro assuefazione allo sfruttamento, quindi la disponibilità a denunciare e a contrastare il fenomeno. I procedimenti giudiziari riflettono la componente venuta alla luce di questa piaga sociale, ma non la esauriscono. La loro distribuzione territoriale incrocia la diffusione effettiva del problema con l'azione repressiva. Secondo i ricercatori si può comunque assumere un dato di massima: lo sfruttamento è più diffuso al Sud, ma lo si riscontra anche al Centro-Nord. Made in Immigritaly, afferma Claudio Paravati, Direttore del Centro Studi Confronti, ”mette al centro le persone: lavoratori certo, ma anche stranieri, nuovi cittadini italiani, professionisti, padri, madri, figli e figlie. Emerge che oggi l'agroalimentare made in Italy, così fortemente identitario, diviene lo spazio d'elezione dell'integrazione”.
Rossano Colagrossi

( 10 aprile 2024 )

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