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Beppe Fenoglio e il romanzo resistenziale

di ELIANA SORMANI

Accanto al centenario della morte di Giovanni Verga, indiscusso classico della narrativa italiana, e a quello della nascita di Pierpaolo Pasolini, scrittore, poeta di impegno civile dall’eredità spesso ancora discussa, si ricorda quest’anno anche il centenario della nascita di Beppe Fenoglio, uno scrittore che, pur riconosciuto come un classico della narrativa del Novecento interprete della stagione resistenziale, è di difficile collocazione. La difficoltà nel catalogarlo in una realtà letteraria ben precisa dipende dal fatto che pur affrontando argomenti tipicamente neorealistici, egli si presenta quale erede del romanzo modernista di Svevo e Pirandello, affrontando, all’in terno dei temi resistenziali, temi ben più ampi, legati all’antropologia umana.

Fu proprio Beppe Fenoglio il più appartato, il più isolato, quello che aveva meno rapporti con il mondo letterario e politico dell’epoca a “riu scire a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni”, scriveva Italo Calvino,

nel 1964 alla fine della sua stagione realistica, nella prefazione ai “Sentieri dei nidi di ragno”, facendo riferimento all’ultima fatica dello scrittore di Alba dal titolo “Una questione privata”. In Fenoglio, Italo Calvino vede il pieno compimento di un’epoca, quella del romanzo resistenziale che si inserisce nella stagione più lunga del neorealismo (movimento che si può collocare tra il 1929 e il 1964), non solo per le qualità letterarie dello scrittore ma, anche e soprattutto, per la capacità di Fenoglio di affrontare con passo epico e corale i grandi temi della modernità, senza rinnegarne l’approccio realistico.

Legato alla resistenza degli anni 43/45, di cui lui in prima persona aveva fatto parte, con una capacità di descrivere la realtà delle Langhe in modo realistico, Fenoglio infatti riesce a scrivere romanzi legati ai temi resistenziali parlando anche di amore, di amicizia, del senso di appartenenza, della maturazione dell’individuo, proprio come facevano i romanzi di carattere esistenziale, nonchè di formazione della prima letteratura novecentesca e questo probabilmente grazie alle distanze che riesce a prendere dalla realtà del suo tempo, pur vivendola in modo pieno.

Fenoglio nasce ad Alba, nel 1922 e in Piemonte muore prematuramente nel 1963 in seguito ad un cancro ai polmoni. La sua vita rimane sempre legata alla piccola cittadina piemontese da cui si allontana solo per alcuni brevi periodi.

Fin dai primi anni di vita scolastica dimostra la sua predisposizione per gli studi, evidenziando interesse e passione sia per la lingua inglese come per le discipline umanistiche, tanto che nonostante le ristrettezze economiche della famiglia viene iscritto agli studi liceali.

Nel 1943, mentre frequenta la facoltà di lettere all’Università degli Studi di Torino, viene chiamato alle armi ed è costretto ad interrompere gli studi. Nel gennaio del 1944 si unisce alle prime formazioni partigiane delle Langhe e grazie alla sua ottima conoscenza dell’In glese svolgerà il ruolo di interprete tra le forze armate angloamericane e le forze partigiane. Dall’esperienza partigiana nasceranno opere come ”Primavera di bellezza”, “Il partigiano Johnny”, “Una questione privata” e la serie di racconti raccolti nel libro “I 23 giorni della città di Alba”.

Lontano dai riflettori e poco interessato sia alle questioni politiche come ai salotti letterari del tempo, desideroso di dedicare la sua vita alla scrittura, finita la guerra sceglie di svolgere un lavoro poco impegnativo che gli lasci tempo libero per coltivare la passione letteraria e grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese verrà assunto come corrispondente estero di una casa vinicola ad Alba. Nel 1950 conosce Elio Vittorini che sta curando per la casa editrice Einaudi il progetto di una nuova collana narrativa “I Gettoni”, all’interno della quale intende raccogliere nuovi scrittori. La Collana editoriale, tra le più illustri del tempo, era di ampio respiro. Ad essa appartengono opere molto diverse tra di loro, da “Il deserto della Libia” di Mario Tobini a “Fasto e Anna” di Carlo Cassola, al “Visconte dimezzato” di Italo Calvino, con un punto in comune determinato dal desiderio di Vittorini di voler uscire da una letteratura resistenziale “che si fermava alla superficie”, prevalentemente di carattere fotografico, che raccontava gli eventi senza andare nel profondo dell’uomo, in cui i personaggi mancavano di spessore umano. Egli per questa ragione cerca delle opere che non siano eccessivamente ideologiche o manichee, scagliandosi contro una letteratura capace solo di dividere l’umanità in buoni e cattivi senza analizzarne l’aspetto umano. I testi proposti da Fenoglio rientrano pienamente in questo progetto, tanto egli esordisce nel 1952 all’interno della suddetta collana con i 12 racconti che avrebbe voluto pubblicare con il titolo “Racconti della guerra civile”, un titolo tutta- via alquanto esplosivo in un momento in cui la resistenza era ancora sacra, considerata un mito fondativo capace di dare alla nuova nazione un’i dentità democratica. Ovviamente il titolo viene cambiato con “I 23 giorni della città di Alba” ed ha comunque un’ac coglienza feroce in particolare da parte della critica comunista, perchè va a toccare il mito, non cedendo alla narrazione “agiografica” totalmente idealizzatrice dei partigiani.

Egli infatti pur riconoscendo nella resistenza un momento profondamente positivo, presenta i partigiani non solo come eroi, ma anche come uomini con i loro vizi e difetti, andando a intaccarne così il mito che intorno a loro era nato. I racconti raccolti ne “I 23 giorni della città di Alba”, sia in rapporto alla questione ideologica come in rapporto alla resistenza, riescono ad uscire da questa tradizionale letteratura resistenziale profondamente manichea che aveva trovato la massima espressione in “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò. Per Vittorini d’altro canto la resistenza è il primo passo verso una riforma sociale. Tutta la letteratura dopo la resistenza deve contribuire, oltre che a raccontare, a costruire una società nuova senza classi o almeno su basi egualitarie. Vittorini non sceglie la letteratura migliore, ma una letteratura che, pur di ottimo livello letterario, possa essere utile alla costruzione di un progetto legato ad un uomo nuovo, inserito in una società nuova. Egli vede in Fenoglio uno dei pochi scrittori in grado di raccontare la resistenza senza dividere gli uomini in buoni e cattivi, privo di influenze ideologiche e capace anche di usare uno stile di scrittura sperimentale. Vittorini crede pienamente in Fenoglio tanto da dichiarare nella “Nota” del risvolto di copertina della “Malora”, di aver voluto pubblicare tale romanzo esclusivamente perché crede nel suo autore, pur non apprezzandone il contenuto, giudizio che non piacerà a Fenoglio, tanto da indurlo a rivolgersi in seguito alla Garzanti.

Sicuramente nel 1952 “I 23 giorni della città di Alba”, sia dal punto di vista ideologico come per la loro scrittura, sono un’opera divergente rispetto alla letteratura del tempo. Per ideologia si intende sia il rapporto con il Partito Comunista come rispetto al rapporto con la resistenza.

Già in precedenza c’erano stati due tentativi di uscire dalla letteratura resistenziale tradizionale, il primo con “Il mondo è una prigione” di Guglielmo Petroni, un libro autobiografico che racconta il ritorno a casa del protagonista dopo 33 giorni passati prigioniero dei nazifascisti e la sua delusione difronte al comportamento e all’indifferenza dei contadini che incontra, tanto da fargli affermare che “il mondo è una prigione”. Un libro pubblicato dalla Mondadori, che solo negli anni ‘60 ottiene il successo meritato vincendo anche il premio Prato come miglior libro della resistenza nato nella resistenza, e questo perché, solo a distanza di tempo, si poteva parlare della resistenza non più solo come di un mito, come era avvenuto nel decennio precedente. L’altro romanzo che tenta di parlare della resistenza cercando di fuggire dal prevedibile è il romanzo di Calvino “I sentieri dei nidi di ragno” dove tuttavia lo scrittore deve dar voce ad un protagonista bambino, Pin, per poter dire quello che vuole.

Egli infatti dichiara che pur non avendo compreso pienamente la resistenza vi partecipa e volendo parlare dei proletari essendo un intellettuale borghese deve calarsi nei panni di un bambino che era sì uno strumento per guardare la resistenza con occhi diversi ma era anche una difesa per permettergli di dire cose della resistenza indicibili. Gli scrittori resistenziali d’altro canto sentivano il bisogno di salvare il mito della resistenza, in quel momento ancora molto fragile, non per una questione di censura ma perché, coniugando l’attività politica con l’attività letteraria , non volevano uscire dai binari del contemporaneo per paura di venire fraintesi mettendo a repentaglio i morti che c’e rano stati.

Fenoglio proprio perché appartato, estraneo a tutte queste dinamiche politiche e letterarie, riesce a raccontare in modo diverso, diventando l’u nico in grado di salvare il mito della resistenza senza però “santificarne” i protagonisti, e lo riesce a fare concentrandosi sull’indagine psicologica dei suoi personaggi. La vita psichica dell’io diviene il modo di leggere la realtà mentre negli altri scrittori gli interessi sono concentrati sulla società e sulle ideologie e sugli eventi.

Egli è l’unico a dire che la resistenza è un fatto anche privato, a far comprendere che non si partecipava alla lotta partigiana per una questione solo ideologica ma perché si sentiva che quella era la parte giusta dove stare, dove l’indivi duo trovava la realizzazione del proprio io, la pienezza del proprio essere, il senso di totalità. Il personaggio fenogliano non fa distinzione tra situazione personale, privata e pubblica, è un personaggio a tutto tondo, che coniuga tutte le contraddizioni, tanto da divenire personaggio epico. Fenoglio sa che i suoi personaggi sono persone normali e come tali si comportano, e poichè sono nel luogo giusto al momento giusto, non vengono mai scalfiti dalle piccolezze umane perché stanno lottando per la libertà. Come i personaggi epici, anche quelli di Fenoglio, sono al di sopra di tutte le cose e per questo possono dire qualsiasi cosa e comportarsi anche in modo a volte poco civile, senza per questo apparire meno eroici. Questo lo si vede in particolare nel racconto “ Gli inizi del partigiano Raul”, dove viene narrata la storia di un ragazzino di 15 anni, Sergio, che decide di unirsi alla Brigata Marco, una delle più crudeli e violente, diventando il partigiano Raul. Il suo sarà un percorso di formazione che si svolgerà in un breve arco di tempo attraverso incontri e situazioni anche moralmente giudicabili, che tuttavia sono raccontati come parte naturale del comportamento umano. Fenoglio è tanto convinto che la resistenza è una parte così attiva nella storia che trova la sua forza nella normalità del comportamento umano senza bisogno di santificazione o idealizzazione del partigiano.

Se all’inizio del romanzo Sergio è un ragazzino che vuole combattere, ma che ha ancora molte paure oltre che un rispetto riverenziale verso i partigiani, al termine della storia, divenuto Raul, non ha più alcuna remora, diverrà brutale e crudele come gli altri partigiani, non temendo più neppure la morte, giacché nella lotta egli ha trovato sé stesso, la sua storia personale è andata a coincidere con la storia pubblica.

Quella pienezza dell’essere, che non si era realizzata con Svevo nel protagonista della Coscienza di Zeno, che vive una profonda contraddizione tra ciò che desidera nel suo intimo e ciò che ottiene e vuole nel pubblico, nei personaggi fenogliani si realizza in virtù proprio di quegli ideali pubblici che vanno a coincidere nei suoi personaggi con gli ideali privati in modo naturale.

I bisogni interiori dei personaggi di Fenoglio e quello che accade nella realtà finiscono per coincidere, non avendo essi null’altro desiderio che la lotta per la libertà, tanto che anche la morte non li va a toccare mentre i fascisti muoiono sempre, come è accaduto in fondo anche nella storia. Ecco la ragione per cui si può parlare di personaggi epici per “i partigiani” di Beppe Fenoglio, personaggi per cui non esiste un tempo e che nonostante la morte divengono eterni, grazie soprattutto al realismo psicologico con cui il loro autore riesce a fissarli nelle pagine delle sue storie.

 

( 4 maggio 2022 )

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