Domenica 24 gennaio 2021, ore 18:57

Quotidiano di informazione socio‑economica

Cercando  Beethoven

di ROBERTO ROSANO

Questo giovane genio meriterebbe un sussidio
per permettergli
di viaggiare”, fece scrivere Christian Gottlob Neefe, maestro di Beethoven, in un annuncio sul Magazin der Musik. Quel ragazzo, al tempo dell’annuncio, aveva soltanto undici anni e già suonava, con spirito operoso, ineffabili “forza e bravura”, Il Clavicembalo ben temperato di Bach, scritto per “utilità ed uso della gioventù musicale, avida di apprendere”. Chi conosce questa raccolta di preludi e fughe in 24 tonalità sa di cosa parliamo e quanta tecnica domandi ai giovani allievi. Quella scritta da Saverio Simonelli, giornalista, noto al pubblico dei programmi culturali di Tv2000, è la storia di un ragazzo che non ha molta fede in sé, Wilhelm, impaziente di incontrare il suo idolo, Ludwig van Beethoven. Cercando Beethoven (Fazi Editore, pag. 240, euro 18) inizia quando il compositore è molto lontano dalla mola smerigliante del Clavicembalo e dalla sua Renania. Ha già trentotto anni (morirà 19 anni dopo) ed è già quel che è: una sfolgorante vedetta della musica colta occidentale e del classicismo viennese, uno dei più influenti compositori di tutti i tempi ed anche, ahimè, un giovane adulto affetto da una severa ipoacusia, che lo porta ad isolarsi a poco a poco dagli uomini. Non ci si aspetti un vetusto studio sul grande compositore tedesco - per quanto l’accuratezza di certe ricostruzioni aneddotiche e di contesto dia prova di molta applicazione sulle fonti - e nemmeno un’autobiografia “incipriata” da romanzo per aumentarne l’assimilabilità stomatica. Si tratta piuttosto d’un sopralluogo letterario, un patrolling, una di quelle ricognizioni pazienti, ingegnose, tipiche dei servizi di pattuglia inglesi, che dalle retrovie di una comune esistenza, quella di Wilhelm, muove verso lo sfolgorante, e al contempo inespugnabile, rifugio dell’orso Beethoven. Si nota da molti dettagli il piacere dell’escursionista, che passo, passo, inventa il suo percorso, passando di sorpresa in sorpresa, sino alla tana di Heiligestadt, luogo dove Beethoven scrisse il famoso Testamento. Wilhelm è, pare giusto sospettarlo, Simonelli stesso, alla ricerca del suo idolo immortale nel passato in cui visse: sogno intimo di chiunque ammiri un grande personaggio che non è più di questo mondo. “Sente che quella musica è qualcosa di nuovo, di inaudito? Nasconde un mistero. Com’è possibile che attraverso quelle note io veda davanti a me un uomo, le sue battaglie, le sue conquiste? Come ha fatto Beethoven? Come può una musica svelare le azioni, i pensieri, addirittura i sentimenti di un uomo? Devo scoprirlo”, si legge in un meraviglioso passaggio del romanzo.E, movendosi raso terra, come gli aspiranti sniper in un’esercitazione di stalking, arrivando persino alla violazione di domicilio e ad intrufolarsi nel teatro dove Beethoven dovrà esibirsi, Wilhelm/Simonelli riuscirà ad avvicinare il Mistero scorbutico della Musica, a parlargli e a farsi ascoltare, ricorrendo però ad un discorso del Novalis (imperdonabile infrazione del diritto d’autore, che solo all’amore si perdona): “poiché Eros”, come scrive Platone nel Simposio, “è figlio di Poros”, l’Espediente, intento sempre a tramare intrighi. Il trucco riesce alla perfezione e l’avvicinamento fisico e verbale col Mistero è ormai riuscito su “target reale”, per rimanere fedeli alla metafora dei marines. E con gli occhi del ragazzo insicuro, anche noi possiamo vedere com’è fatto il Mistero, come si muove, come parla, come veste, quali sono i suoi appetiti, il suo carattere, il suo spirito. È ormai via dalla folla, ha allontanato le lusinghe e i “pericolosi concetti” - (© Tolstoj) dell’Illuminatenorden. Cerca l’immediatezza dell’essere, il golfo mistico della natura, la via “soteriologica” degli alberi, dei ruscelli, delle pietre: “Dovreste camminare a lungo tra i boschi. Per me è l’unico conforto. La foresta è un incanto. Ma chi riesce ad esprimere tutto ciò? Quando cammino ogni albero mi sembra dire ‘santo, santo’”. A differenza di Wilhelm ha fede, una sua fede personale, generosa, intima, nella vita, i cui articoli forse non hanno la ragione formale della dogmatica, ma hanno la passione, la forza, l’intensità del suono. Nel discorso musicale è l’accento l’indicatore di questa potenza, una sorta di primitivo emotion icon e il Beethoven di Simonelli pare prenderlo molto sul serio. Sembrerebbe uno degli articoli della sua fede: “Tutto sta negli accenti. Senza accenti la musica diventa un discorso monotono, come di un oratore che riferisce l’opinione altrui e alla fine non crede. Io invece credo. Credo sempre. Credo fortissimamente”.
Nella vicenda, che qui abbiamo ridotto all’osso indurito e secco della sintesi, sfilano, insieme a Beethoven e allo sconosciuto Wilhelm, tanti nomi gloriosi: Schikaneder, il librettista del Flauto magico, Novalis e Schlegel, i nobili Lobkowitz e Lichnowsky, e i loro aristocratici palazzi, Ferdinand Ries, suo biografo.
In un articolo pubblicato sul sito della Fazi editore, Simonelli ha rivelato la genesi della sua opera: una sera degli anni ’70, un televisore in bianco e nero, un uomo dal ciuffo bianco con gesti di misurata eleganza, gli occhi chiusi, altri uomini vestiti da pinguini, con strumenti in mano. La bacchetta dell’uomo dal ciuffo bianco comincia a volteggiare nell’aria, i “pinguini” s’attivano ai loro strumenti e l’elettrodomestico con tubo catodico e manopola effonde la sinfonia Eroica. Quella musica, gli dice suo padre, parla di un eroe, di un grande generale che diventò imperatore di Francia. Iniziò in quel momento, per Simonelli (e per Wilhelm e tutti i suoi comprimari) il Mistero Beethoven, il fascino, la curiosità e tutte le sue domande.

( 11 gennaio 2021 )

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