Domenica 18 aprile 2021, ore 8:33

Quotidiano di informazione socio‑economica

8 Marzo

Furono le migliori

di MARIA INVERSI

Nella storia dell’arte, le omissioni di grandi talenti femminili, ha condizionato la cultura di giovani e non. Arte che veniva considerata, per la differenza, di minor valore rispetto a quella degli uomini, fatta eccezioni di alcuni critici come Longhi. Si riteneva inoltre che le donne, non potendo accedere alle accademie (vietato dalle leggi), non potessero acquisire quelle qualità che definisce il segno e la sua storia, e con esso, lo stile. Ma nonostante i divieti che, possiamo immaginare, hanno condizionato le scelte di molte donne, alcune riuscirono a imporsi all’attenzione di aristocratici e borghesi per essere rivalutate in età contemporanea per le loro qualità e le evidenti differenze di appartenenza di genere. Il talento di tali artiste non si piegò al concetto di ideale, ma cercò, come Caravaggio, di perseguire visioni ritrattistiche più aderenti al vero, al reale, a ciò che osservazione e analisi, nella loro soggettività, rifletteva tanto e da potersi considerare visione estetica e nonostante, appunto, non potessero frequentare scuole pubbliche e godere così di confronti. Ma grazie al lavoro di molte donne e di alcuni uomini, esse possono ora godere di fama riconquistata poiché alcune di esse, che trattiamo in questo articolo, furono celebri nel loro periodo operativo e tanto da ricevere, nonostante i tempi, non poche commissioni grazie, potremmo dire, al sostegno dei padri. Come se il loro talento, senza una figura maschile dominante e di riferimento, non avrebbe avuto alcuna possibilità di emergere. Le pittrici che qui trattiamo provenivano, ovviamente, da famiglie o abbienti o dell’alta borghesia.

Sofonisba Anguissola, che nacque a Crema nel 1532, ebbe un padre che comprese il grande talento di cui era dotata e, per tale ragione, si comportò come se fosse il suo agente anche perché, trattandosi di famiglia numerosa, Sofonisba poté essere di sostegno economico per tutti. Fu lui che inviò a Michelangelo alcuni disegni di Sofonisba adolescente che, com’ era costume in quei tempi, non poteva, qualsiasi fosse il tema scelto, rappresentare nudi. Michelangelo apprezzò molto e da allora, Sofonisba poté godere di tutori e studiare anche musica e scrittura e, sempre protetta dal padre, non si limitò a dipingere solo ritratti. Spesso lei pone se stessa al centro del dipinto e in tal modo si afferma anche come autrice, obbligandoci a formarci opinioni solo attraverso il suo sguardo, che possiamo considerare, forma di rivendicazione autoritaria del femminile. Si ribellò alla natura o al destino dell’epoca tanto da sposarsi, contrariamente al costume di quel tempo, all’età di quarant’anni. Rappresentandosi come virtuosa non ci ha concesso alcuna illazione sulla sua vita privata costringendoci a soffermarci, con attenzione, sui particolari del suo lavoro. Vissuta in varie corti, morì all’età di 92 anni.

Marietta Tintoretto che nacque a Venezia nel 1554, fu figlia amatissima di Jacopo Robusti detto il Tintoretto e di una cortigiana, ebbe col padre un rapporto privilegiato tale che Jacopo la portava con sé nel suo studio affinché, con funzioni anche di garzone di bottega, apprendesse a dipingere. Essendo Jacopo di umili origini e temendo ripercussioni, impose a Marietta di vestirsi da ragazzino. Marietta abilissima ritrattista, madre di un bimbo morto in tenera età, immediatamente dopo, si ammalò e morì a soli 36 anni con grande disperazione del padre: “Visse dunque in Venetia Marietta Tintoretta, figliola del famoso Tintoretto, e delitie più care del genio suo, da lui allevata nel disegno e nel colorire, onde poscia fece opere tali, che n’hebbero gli Huomini a meravigliiarsi del vivace suo ingegno; conducevala seco il padre dovunque andava, onde era tenuta da tutti un maschio“. Non pochi gli autoritratti ove il suo talento le consente di arricchire i particolari (pizzi) come se fossero disegnati e non dipinti. Ritrasse il padre e se stessa come se ci interrogasse sulla relazione padre-figlia.

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593, la più famosa tra le pittrici che trattiamo, fu anche la più libera e la più coraggiosa. Anche lei come le altre era a stretto contatto con il padre che la utilizzò anche per dipingere, ancora fanciulla, particolari dei suoi quadri. È noto lo stupro subito ad opera del Tassi (pittore paesaggista) e che conduce Artemisia a raccontare, nei suoi quadri, scene ove le figure femminili sono forti, terrene, anche quando, attingendo alla mitologia, le ritrae narrando tenacia, forza, volitività, doti che che le rendono comunque e sempre vincenti. Le donne di Artemisia Gentileschi scelgono tanto da mettere in dubbio la visione di “destino”. La sua fama che crebbe dopo il processo, ove subì la tortura delle cordicelle, la portò a viaggiare molto (per quei tempi) e a essere considerata, per il carattere narrativo-provocatorio, molto caravaggesca. Dobbiamo ad Anna Banti la prima narrazione storico - romanzata degli eventi che la riguardarono; eventi i cui documenti sono nell’archivio del vaticano e a cui lei ebbe accesso, forse anche perché moglie di uno dei più grandi critici di arte visiva: Roberto Longhi e che fu il primo, a scrivere di lei, lodi non solo per la tecnica, ma anche per essere, dal suo punto di vista, la più caravaggesca tra le pittrici donne.

Elisabetta Sirani nasce a Bologna nel 1638, precocissima destò anche le gelosie del padre, e della ragazza di bottega, tanto che, pare, sia stata avvelenata da uno dei due. Fu non solo interessante pittrice ma anche incisora, attitudine prettamente maschile. Fu la prima donna a servirsi della tecnica dello schizzo proponendo così a tratti veloci, immediata possibilità di comprendere il suo grande talento e di ricevere lei (non il padre pittore) commissioni rilevanti di ritratti tanto da divenire economicamente indipendente. Che si tratti di Cleopatra, di Giuditta o di Porzia le sue figure femminili appaiono sfidanti e risolte. Anche per lei, come per le altre, l’accademia fu vietata.

Rosalba Carriera, nata a Venezia nel 1675, sarà ospitata spesso dall’aristocrazia sia italiana che francese. Si è dedicata prevalentemente al ritratto riuscendo a disegnare particolari tali da rendere il suo lavoro nell’insieme, accostabile alla fotografia. Fu accettata nonostante non fosse bella per i canoni del tempo, ma poté, più facilmente fare carriera. Morì nubile sola e cieca.

Da giovane ebbe la fortuna di studiare anche la musica e la pittura oltre al ricamo, che al tempo soleva essere l'attività cui maggiormente venivano indirizzate le donne.
Rosalba Carriera si discostò decisamente dallo stereotipo femminile (tuttora imperante nell'immaginario collettivo) della damina settecentesca tutta frivolezze, tanto che ella stessa aveva creato una sorta di circolo a cui appartenevano personaggi illustri nell'ambiente artistico letterario. “Ottenne riconoscimenti in tutta Europa, tanto di ricevere commissioni di ritratti, anche dal re di Francia Luigi XV. Grazie anche a un intermediario amico: Cristiano Cole, fu accettata dall'Accademia nazionale di San Luca a Roma con l'opera
Fanciulla con colomba; successivamente entrò a far parte dell'accademia reale durante il suo soggiorno parigino come ospite di Pierre Crozat, amico di Antoine Watteau e noto estimatore di quadri. La peculiarità della Carriera fu quella di saper scrutare il volto di chi le stesse di fronte e di capirlo tanto da riuscire a trasporre in pittura ciò che lei vedeva: “un profondo realismo permea tutta la sua opera come in Ritratto di signora anziana in cui dipinge anche il porro della signora narrando però anche la dolcezza della donna” (Tina Masoero Quattro)

Angelika Kauffmann nasce a Coira (Svizzera) nel 1741, di lingua tedesca e deceduta a Roma dove risiedeva da tempo, è considerata una protagonista indiscussa del neoclassicismo. Riuscì a sfuggire ai generi a cui le donne erano relegate. Dal padre ricevette la passione per l’arte visiva, mentre della madre apprese lingue straniere e musica. Angelika era dunque un’ artista con un’ istruzione particolarmente vasta e già di visione europeista. Scegliendo temi biblici e storici, Angelika si consente di studiare il corpo umano e le sue forme e di narrarci, da un punto di vista femminile, il carattere dei soggetti rappresentati nonostante fosse scandaloso che le donne dipingessero il nudo, lei, con molta intelligenza, scelse, attraverso ciò che le era consentito, di narrare il non consentito. Divenne membro del Royal Academy of London. Le sue figure femminili sono: libere (ninfe), studiose (libri), musiciste (liuto e arpa) e …. Donna arguta capì che il successo era possibile solo aggregandosi ad un gruppo sociale, e dunque, dette molta importanza alle relazioni che creava strategicamente. Per tale ragione le sue donne sono determinate, volitive e guerriere.

Elisabeth Vigée Le Brun nata a Parigi 1755, pittrice francese preziosissima ritrattista (paragonata ai grandi del tempo quali Van Dyck, Rubens…), ci offre affreschi dello stile e dell’eleganza del tempo poiché rappresenta la classe agiata e aristocratica nel loro abbigliamento elegante e ricco di accessori ove la sua abilità, che si manifestò precocemente, , ci incanta anche per il disegno dei raffinati tessuti. Fu il padre che comprese il grande talento della figlia e che la ritirò dal collegio affinché si concentrasse sulla pittura. Ma fu il marito, pittore mediocre ma abile commerciante, che riuscì a renderla famosa e a difenderla dalle pesanti calunnie dovute alla gelosia di uomini e donne causata dalla sua bellezza e dal suo straordinario talento. Contesa nelle corti del tempo, fu scelta da Maria Antonietta come pittrice personale e da lei protetta tanto che Elisabeth ,raffigurò la Regina in situazioni diverse e in ben trenta ritratti. Quando scoppia la rivoluzione fugge con la figlia e il denaro che aveva e si rifiutò di sapere quali, tra i suoi amici, avesse subito o stesse subendo la ghigliottina. La famiglia, che dall’età infantile le fu accanto sostenendola e incoraggiandola, ebbe un ruolo determinante nel renderla forte, astuta e, in un certo senso, guerriera. Inviò all’Accademia reale due suoi ritratti, grazie a cui le si aprirono le porte favorendo così la strada, se pure per breve periodo, ad altre pittrici. Quando la figlia si sposò, Elisabeth andò in crisi poiché rifuggiva la solitudine. Alla morte del padre avvenuta quando lei aveva 12 anni, Elisabeth non si rassegnò mai poiché insieme avevano condiviso l’amore per il disegno, un amore così grande che condizionò anche il parto non volendo abbandonare la matita neppure durante le doglie. La rivoluzione si tradusse per le donne in restaurazione e lei, nel frattempo, girò ospite in molte corti europee. All’età di 54 anni (aveva perso nel frattempo figlia e fratello), divorzia causa eccessi di perdite di denaro da gioco del marito che continuò a sostenere economicamente cedendogli periodicamente i suoi lavori. Aprì un salotto letterario, divenendo punto di riferimento di molti intellettuali. Celebre è il suo libro (voluto anche dagli amici): Souvenirs ove narra gusti e condizioni di vita del tempo, libro che ha consentito agli storici di appropriarsi di elementi utili alla valutazione di un periodo importante e particolarmente movimentato non solo in Francia.

Adélaïde Labille-Guiard nasce a Parigi nel 1749. Fu ammessa all’accademia nel 1783 e divenne pittrice ufficiale dei nipoti di Luigi XVI. Allo scoppio della rivoluzione francese continuò a essere ammirata e rispettata, tanto che persino Robespierre volle essere ritratto da lei. Impegnata nelle vicende civili, sostenne il diritto delle donne a essere ammesse all'accademia e senza numero chiuso. Battaglia che vinse, ma che purtroppo, non inserendosi nella cultura come realmente acquisita, il diritto si perse con la restaurazione.

Mentre cercava uguaglianza di trattamento per le donne e il marito la tradiva, il suo essere guerriera chiedeva anche di essere riconosciuta come maestra. Aveva molta consapevolezza delle sue capacità e del suo ruolo nel mondo artistico e sociale, tanto che in un suo celebre quadro, lei guarda noi e le allieve sono concentrate, invece, a guardare lei, la maestra, appunto. I suoi quadri trattano, prevalentemente, l’importanza del ruolo delle donne nella società a cui lei era molto attenta.

Fu a fianco dei rivoluzionari, ma la rivoluzione bloccò, come abbiamo scritto l’emancipazione delle donne, un po’ come accadde in Italia nel movimento dei brigatisti. La rivoluzione francese spinse verso il diritto individuale escludendo da tale diritto, le donne che non poterono accedere al diritto di essere artiste e nuovamente escluse dalle accademie tanto che, molti anni più tardi, e anticipando una celebre installazione degli anni settanta, Camille Claudel, scultrice, a cui non dettero il permesso di frequentare l’accademia francese nonostante l’intervento del padre, inviò al direttore i suoi escrementi.

Marie –Guillemine de Laville-Leroux, figlia di un funzionario, fu allieva di Adelaide Labille-Guiard, e in seguito entrò, con la sorella Marie-Élisabeth Laville-Leroux, nell’atelier di Jacquaes – Luis David. Era il 1786 Marie realizzò oltre ad opere virtuose, opere politicamente impegnate come il ritratto di donna nera, dimostrando così che la carnagione nera si poteva, eccome, dipingere, aprendo così il varco alla liberalizzazione dei “negri”. Oppure realizzò opere in cui, per esempio, ne il Vizio e la Virtù, il Vizio è rappresentato in abiti maschili come a voler raccontare una posizione femminile-politica-sociale, paragonabile a quella di Olympia De Gouges o come quella delle femministe di oggi. Al Salon, nell’esposizione del 1804, ricevette una medaglia e una pensione governativa. Fu chiamata da Bonaparte per alcuni ritratti di famiglia. Aprì uno studio riservato solo alle donne, ma con la restaurazione (nel frattempo si era sposata con un membro del Consiglio di Stato), fu costretta ad abbandonare la pittura poiché Napoleone influì ulteriormente a negare la libertà alle donne che dovevano sottostare alla tutela degli uomini. La rivoluzione industriale sviluppò altri cambiamenti, tanto che non poche donne compresero che il valore della libertà consisteva anche nel non sposarsi, assumendo su di sé la responsabilità della propria vita e delle scelte come fece la pittrice Maria Rosalia Bonheur nata a Bordeaux nel 1822 e che divenne famosa anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti d'America come George Sand e Sarah Bernhardt, poiché rappresentativa degli inizi del femminismo. I suoi dipinti si focalizzano sulla relazione tra uomo e animale e che lei ritraeva con la stessa attenzione che caratterizzava ritrattiste/i. Omosessuale, convisse con altra pittrice fino alla morte di lei: Nathalie Micas. Quando conobbe Nathalie aveva 14 anni e Nathalie 12 (1837) che divenne pittrice e da cui Rosa non si separò che alla morte di lei. Ebbe altra relazione appassionata con Anna Klumpke con cui convisse per dieci anni divenendone l’erede universale. Anche in questa storia, la figura del padre ebbe grande importanza nella sua formazione artistica. Ma la vita eccentrica che Rosa Bonheur conduceva non fece scandalo in un'epoca peraltro molto attenta alle convenzioni anche se Rosa, per frequentare le fiere di bestiame e studiare gli animali, dovette chiedere il permesso alle autorità per indossare pantaloni. Permesso che le fu accordato con rinnovo semestrale, e che le consentì di dipingere opere gigantesche, non certo usuali neanche tra gli uomini. Il dipinto La fiera dei cavalli, per esempio, suscitò scandalo in Francia ma fu molto apprezzato in Inghilterra. La fama di questo quadro divenne tale da imporsi all’attenzione del grande pubblico e per cui ricevette la Legion d’Onore dall’imperatrice Eugenia de Montijo e, straordinariamente, nel suo studio.

Marie Pauline Morisot nasce a Bourges (Francia) il 14 gennaio 1841. La sua famiglia appartiene all'alta borghesia francese; il padre è un illustre funzionario statale, costretto dunque, a cambiare spesso residenza e fino al 1852 anno in cui tutta la famiglia si stabilisce a Passy (Parigi). Berthe e le sue due sorelle trascorrono molto del loro tempo con un maestro privato, Geoffry Alphonse Chocarne ma solo Bethe (Marie Pauline) Morisot riesce a entrare all'Ėcole des Beaux-Arts. E con la sorella Edma continua a prendere lezioni private da Joseph Guichard che comprende il grande talento di Berthe e la induce a copiare dal vivo le opere del Louvre, ma quando Berthe incontra Henry Fantin-Latour formatosi senza alcuna scuola, inizia un percorso con Baptiste Camille Corot che le impartisce lezioni en plein air e che saranno, per la Morisot, determinanti per l’uso della luce in cui divenne sapiente nel creare effetti di forte suggestione. Nel 1864 Berthe Morisot inizia a esporre al Salon, ricevendo però dei giudizi non proprio positivi poiché i critici evidenziarono l’influenza di Corot. Alcuni anni dopo Berthe incontra Èduard Monet di cui divenne modella: Il balcone, Berthe con mazzo di violette, Berthe con ventaglio. Un’amicizia che fu per lei determinante per la ricerca della sua visione artistica-estetica, ma i suoi dipinti, ove usava colori audaci e decisi, suscitarono ancora una volta critiche non positive. Molto probabilmente la cultura della restaurazione ben attecchita, s’imponeva ancora, e la Morisot non ebbe i riconoscimenti che avrebbe meritato. Furono i suoi amici: Dégas, Puvis, Stevens, Renoir, Mallarmé, Zola che la spinsero a proseguire e le ridettero fiducia in se stessa. Qualche anno dopo partecipa alla mostra impressionista tenutasi nello studio del fotografo Nadar, esponendo La culla in cui sono ritratte la sorella che guarda con tenerezza la figlia Blanche. Un scena ove i colori sono tenui: bianco, rosa, grigio e azzurro e da cui emerge il suo grande affetto per ambedue. Sposa Èugene, fratello di Manet da cui ha una figlia Julie che diviene, tra un viaggio e l’altro, il soggetto dei suoi quadri. Quando, prematuramente, muore il marito, Berthe Morisot si allontana sempre più dalla pittura. Quando Berthe muore (1895), l’impressionismo è già in crisi e in lontananza si avverte la profonda crisi socio-politica che sfocerà nella prima guerra mondiale e con essa, ad altre forme di restaurazione che relegano nuovamente la donna a essere madre e “regina” d’interni. Il voto politico sarà conquistato dalle donne molto faticosamente in tutto il mondo, e tardivamente in Italia: 1946 e in Svizzera tra il 1959 e il 1971, anno in cui fu finalmente concesso il suffragio femminile a cui si erano opposti, fino ad allora, il 95% degli uomini. Una libertà non ancora conquistata e che porta con sé, ancora oggi, strascichi di opposizione evidenti negli eccessivi femminicidi non solo in Italia, ma la cui tenacia femminile e di alcuni uomini ha consentito nel novecento, se pur lentamente, la libertà femminile di essere artiste, benché, data la crisi economica in atto, ancora espressione di classi abbienti e di padri o compagni che hanno saputo e sanno guardare le donne per ciò che sono, e per ciò che desiderano rappresentare nel mondo. Il percorso di emancipazione, come si evidenzia anche nel nostro articolo, è possibile solo se tutti i padri del mondo riusciranno a somigliare agli esempi di cui qui, il nostro giornale, si è occupato. Avendo l’uomo cultura, e dunque attitudine polito-sociale, può operare il grande cambiamento che la società femminile chiede a gran voce, ovunque.


 

 

( 18 aprile 2021 )

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