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Filosofia

Gadamer: il carattere pubblico del vero

di MAURO FABI

Nato a Marburgo nel 1900, Hans Georg Gadamer era stato destinato dai suoi genitori, entrambi insegnanti, alla carriera militare. Già nel 1918 però, quando s’iscrisse al collegio di psicologia di Breslavia, egli rivelò interessi completamente diversi. Cominciò allora ad appassionarsi alla letteratura tedesca e ai classici greci e iniziò a gravitare nell’orbita del poeta Stefan George. I due anni a Breslavia segnarono una tappa importante nella formazione del futuro filosofo. Tornato a Marburgo studiò con i neokantiani Natorp, Hartmann e Heimsoeth, interessandosi nel contempo di letteratura e di storia dell’arte. Nel 1922 consegue, insieme a Natorp, il dottorato in filosofia, l’anno dopo segue, per tutto il semestre invernale, le lezioni di Husserl ed Heidegger a Friburgo. L’autore di Essere e tempo lo chiamerà a Marburgo, dove nel 1928 gli farà conseguire l’abilitazione. A Marburgo il giovane Gadamer insegnerà come libero docente quasi ininterrottamente per dieci anni. Finché, nel 1938, sarà chiamato a Lipsia, ove gli verrà assegnata la cattedra di ordinario di filosofia. Qui egli passerà gli anni della guerra, per poi trasferirsi (ma sarà una breve parentesi) nel 1947 a Francoforte. Nel 1949 inizierà il suo lungo insegnamento all’Università di Heidelberg, dove, tra l’altro, lavorerà alla sua opera fondamentale, Verità e metodo, con la quale getterà le basi di una ontologia ermeneutica.

La filosofia di Gadamer prende le mosse dalla necessità, che egli avvertiva incombente, d’integrare il pensiero heideggeriano, in quanto pensiero radicale (Habermass). E in effetti, con la sua speculazione devastante, Heidegger aveva creato un abisso che sembrava incolmabile. Aveva creato una distanza concettuale e linguistica che era anche distanza temporale, nel senso che separava i postumi dai testi tramandati, ma non solo; egli aveva fatto del suo pensiero allusivo una provincia. Lo sforzo di Gadamer è stato quello di urbanizzare il pensiero rapsodico di Heidegger. Non tanto da un punto di vista popolare, di divulgazione cioè di un modo di filosofare nuovo e in se stesso ostile, “quanto piuttosto nell’inaugurare un dialogo positivo con la tradizione filosofica, che [Heidegger] aveva sottoposto a una radicale Destruktion” (Ferraris). Ora, la prima direzione da prendere, in un progetto del genere, è quella di un recupero della tradizione umanistica. Già in questo contesto, che è contesto necessariamente interdisciplinare, si annuncia la distanza di Gadamer dal suo Maestro. Heidegger aveva operato la sistematica distruzione del pensiero occidentale, attraverso la teorizzazione dell’oblio dell’essere, svalutando in tal modo la storia del pensiero filosofico da Platone a Tommaso, passando per Descartes fino a Hegel. Gadamer invece annuncia la “riabilitazione del contenuto oggettivo della filosofia di Platrone e di Hegel”. Per far ciò egli si avvale proprio di quell’ Andenken, di quel pensiero rammemorante che Löwith relegò in un ambito extra-filosofico, e che per lui costituisce invece il nocciolo più fecondo dell’esperienza filosofica heideggeriana, poiché proprio in esso si sviluppa la necessità di un rapporto tra riflessione e tradizione. Se questo riguarda un aspetto del progetto di urbanizzazione del pensiero di Heidegger, l’altro ambito essenziale riguarda il senso. Secondo Vattimo, in Gadamer si riscontra “un’accentuazione del carattere prevalentemente pubblico del vero…andare nella verità non vuol dire tanto raggiungere lo stato di luminosità interiore che tradizionalmente si indica come evidenza, quanto piuttosto passare sul piano di quelle assunzioni partecipate e condivise”. E in Verità e metodo (1960), è espressa sin dall’incipit la necessità di una non assolutizzazione del valore di verità della conoscenza tecnico-scientifica. Nel contempo avviene il recupero del valore di verità delle scienze dello spirito: esse si vanno ad affiancare a quei tipi d’esperienza che stanno al di fuori della scienza. Si tratta dell’esperienza filosofica, di quella artistica e di quella storica: “tutte queste sono forme di esperienza in cui si annuncia una verità che non può essere verificata con i mezzi metodici della scienza”. Questo approcciò umanistico alla verità spingerà Gadamer ad una apologia della portata ontologica dell'opera d'arte. Non solo, egli riconoscerà nelle istituzioni tipicamente moderne preposte alla fruizione indifferenziata delle opere (i musei), ove appunto si accomunano senza alcun legame organico con il loro contesto iniziale opere d’arte di epoche lontane, un tentativo di differenziazione estetica, mosso a stimolare uno choc estetico delle opere che prescinde totalmente dal loro senso, dalla loro storia. Si tratta quindi di un mero choc transitorio che non coglie la verità e che non trasforma, nell’incontro, colui che ne è partecipe. E’ proprio l’incontro con l’opera d’arte invece che costituisce propriamente un’esperienza ermeneutica, secondo il modello hegeliano dell’integrazione: "Il rapporto con l’opera non è né semplicemente soggettivo, né oggettivisticamente ricostruttivo, ma rappresenta una mediazione tra il nostro presente d’interpreti e le tracce e il senso del passato che ci vengono trasmessi, questo tipo di mediazione costituisce però un’esperienza di verità e di trasformazione molto più intensa… di quanto non lo sia l’incontro con l’esattezza in opera nel sapere scientifico”.

( 1 dicembre 2021 )

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