Domenica 18 aprile 2021, ore 7:56

Quotidiano di informazione socio‑economica

Letteratura

Il mondo di Dino

di LELLO GURRADO

Se è vero che viene ricordato soprattutto per quel capolavoro che è “Il deserto dei tartari”, considerato uno dei romanzi più importanti del Novecento italiano, e per il fascino struggente di “Un amore”, è comunque doveroso ricordare che Dino Buzzati, prima di diventare un eccelso romanziere è stato un altrettanto eccelso giornalista. Nato a San Pellegrino di Belluno nel 1906, e trasferitosi presto a Milano, dove frequentò prima il liceo classico Parini e poi l’Università Statale per laurearsi in legge, Buzzati in giovanissima età si innamorò del giornalismo. Incominciò a scrivere articoli per vari giornali, fino a quando, a soli ventidue anni, la sua passione fu premiata dall’assunzione, come praticante, presso “Il Corriere della sera”. Fu il coronamento ma anche l’inizio di un sogno. Il giovane Buzzati si dedicò anima e corpo al giornalismo, con un’attenzione particolare alla cronaca nera. E questo ci obbliga a fare un salto in avanti per ricordare un clamoroso episodio che nel primo dopoguerra turbò gli animi di tutta Italia: il caso della “belva di via san Gregorio”. La “belva” era Rina Fort, una trentenne friulana che il 29 novembre del 1946 uccise la moglie del suo amante e i suoi tre figli rispettivamente di 7 anni, 5 anni e dieci mesi. Una strage inaudita che ovviamente riempì le pagine di tutti i giornali. creando particolare sgomento in chiunque trovasse la forza di guardare la fotografia che mostrava il corpicino insanguinato della vittima più piccola, il piccino di dieci mesi massacrato sul seggiolone. Il “Corriere della sera” affidò il caso a Dino Buzzati e fu lui a coniare la definizione che ha accompagnato Rina Fort fino alla tomba, avvenuta nel 1988: “la belva di via San Gregorio”. A quel tempo Buzzati aveva già esordito come scrittore (“Il deserto dei tartari” è del 1940) ma non seppe resistere al richiamo della cronaca nera. I suoi articoli sul caso e sul relativo processo sono entrati a far parte della storia del giornalismo. Entusiasta ed estremamente determinato, Dino Buzzati ai tempi di Rina Fort aveva quarant’anni, ma lo stesso entusiasmo di vent’anni prima, entusiasmo e amore per la professione che conservò sempre, per tutta la vita. Legato a filo doppio al “Corriere” Buzzati scrisse centinaia e centinaia di articoli, svolse il ruolo di inviato, seguendo anche un Giro d’Italia, nel 1949, intervistò papi e altri potenti della Terra fino a quando, negli anni Sessanta, venne nominato critico d’arte e poté occuparsi dell’altra grande passione della sua vita, la pittura. Ma passiamo all’aspetto che gli ha dato la fama maggiore: Dino Buzzati scrittore. “Il deserto dei tartari” è del 1940, l’abbiamo detto. È il suo romanzo più famoso, una straordinaria metafora della vita. Racconta i tormenti del capitano Drogo che viene spedito nel deserto a prendere il comando della Fortezza Bastiani, che è minacciata da un imminente attacco dei tartari. Ma i tartari in realtà non arriveranno mai. Capitan Drogo li aspetterà per anni fino alla beffa finale: vecchio, stanco e malato un bel giorno lasciò la Fortezza Bastiani e proprio all’ora, ironia del destino, i tartari finalmente arrivarono. Capitan Drogo morì poco dopo. Per caso, per avvilimento, per chissà qualche altra malefica coincidenza. Inutile ricordare in quanti modi è stata letta questa storia. Diciamo soltanto che Buzzati non volle mai esplicitare il suo pensiero lasciando libertà di interpretazione e di critica al lettore. Allo stesso modo non disse mai quanto di autobiografico ci fosse nel romanzo “Un amore”, del 1963, quanto di lui si celasse nella figura del quarantanovenne architetto Dorigo che un; bel giorno si innamorò perdutamente della giovane Laide e portò avanti una storia inquietante, coinvolgente ma, al contrario del “Deserto”, con uno spiazzante lieto fine. Fantasia, voglia di stupire, coinvolgimento del lettore adulto o adolescente che fosse. Adulto nei due romanzi appena ricordati, adolescente nel “Segreto del bosco vecchio”, nella “Famosa invasione degli orsi in Sicilia” e, soprattutto, nella magica raccolta di racconti, ben cinquanta, riuniti nel “Colombre”, una favola triste e stupefacente che si sviluppa sul singolare rapporto tra un giovane pescatore e uno strano animale marino, il Colombre, appunto. Quando uscì “Il colombre” Buzzati aveva sessant’anni esatti, ancora pochi da vivere e, quasi lo prevedesse, decise di dare un ordine al suo ultimo tratto di strada terrestre: nel mese di dicembre sposò Almerina Antoniazzi, una splendida ballerina milanese che aveva 35 anni meno di lui. Buzzati la amò profondamente così come continuò ad amare visceralmente il suo mestiere di giornalista nel nuovo ruolo di critico d’arte. Questo nuovo impegno durò cinque intense stagioni, fino a quando, il 28 gennaio del 1972 Buzzati dovette arrendersi agli attacchi di un tumore che l’aveva colpito al pancreas e morì alla clinica Madonnina di Milano, forse, è favolistico e degno di lui pensarlo, nella stessa stanza in cui era morto suo  padre nel lontano 1920. Buzzati chiese che le sue ceneri venissero sparse sulla Croda da Lago, nelle sue amate Dolomiti ma dovette aspettare quasi quarant’anni prima che il suo desiderio venisse esaudito. A lanciarlo finalmente verso il cielo delle sue montagne fu, nell’estate del 2010, proprio l’amatissima Almerina. “Il sogno di Dino si è finalmente realizzato” disse lei un istante prima del lancio delle ceneri.

( 18 aprile 2021 )

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