Martedì 25 gennaio 2022, ore 17:25

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Il senso del magico nella vita quotidiana

di ELIANA SORMANI

"Realismo magico” è un ossimoro usato per la prima volta nel 1925 dal critico tedesco Franz Roh in riferimento alle nuove istanze della Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività) movimento artistico presente in Germania che si ispirava genericamente alle correnti italiane del “ritorno all’ordine”, attive negli anni 20 del Novecento nel nostro paese. A riprendere tale espressione in senso più specifico fu tuttavia Massimo Bontompelli, che la usò nel 1927 per definire un modo di sentire presente in diversi artisti italiani dei primi anni del XX secolo, i quali cercavano di rappresentare nelle loro tele la realtà quotidiana collocandola in un’atmosfera magica, surreale adatta ad esprimere la ricerca di magia nel contingente, nel “hic et nunc”, nel tentativo di scoprire e rivelare il senso del magico nella vita di tutti i giorni.

Un termine usato all’inizio non per indicare un movimento artistico o uno stile, ma un modo di sentire la realtà che si era manifestato già a partire dall’ inizio del secolo e che si protrae fino agli anni successivi la prima guerra mondiale, divenendo un vero è proprio movimento solo agli inizi degli anni venti, come forma d’arte alternativa alle nuove istanze metafisiche e al “ritorno all’ordine” intriso di classicità, a cui molti artisti aderivano a partire dal gruppo rappresentato dal “Novecento italiano” sostenuto da Margherita Sarfatti. “Obiettivo degli artisti realistico-magici è scoprire e rivelare il senso del magico nella vita quotidiana, come se rivivessero la spontanea naturalezza di un bambino, ponendosi davanti alla realtà con animo candido, cercando di guardarla con quella schietta e originaria meraviglia che è indispensabile se si vuole vivere la quotidianità più semplice come un “costante, inesauribile miracolo” dichiara Valerio Terraroli, studioso del movimento.

Felice Casorati, Ubaldo Oppi, Giorgio de Chirico, Alberto Savino, Gino Severini, Antonio Donghi, Mario ed Edita Broglio, Cagnaccio di San Pietro, tutti si confrontano con questo stile, ognuno proponendo una propria visione della quotidianità con risultati capaci di comunicare ancora oggi atmosfere magiche.

Milano, dal 19 ottobre 2021 al 27 febbraio 2022 nelle sale di Palazzo Reale, dedica una mostra ai principali protagonisti di questo movimento, intitolandola proprio “Il realismo magico. Uno stile italiano”, mettendo a confronto non solo tra di loro le opere dei suoi principali esponenti ma anche con quelle di altri artisti europei operativi negli stessi anni.

Oltre ottanta capolavori, alcuni di dimensioni monumentali, distribuiti in un percorso cronologico-filologico suddiviso in 8 sezioni, sono magistralmente collocati in un gioco di luci e ombre, con una scelta di colori alle pareti e con accostamenti di tele, capaci di meravigliare il visitatore in un’atmosfera avvolgente e magica proprio come avrebbero desiderato gli artisti protagonisti dell’e sperienza.

La mostra, risultato di anni di studio sul movimento da parte dei curatori Gabriella Belli e Valerio Terraroli, vuole essere anche un omaggio a Emilio Bertonati (la cui intera collezione è presente in mostra), studioso e gallerista milanese che ha dedicato tutta la sua esistenza a collezionare opere dei principali esponenti di questo movimento, promuovendone la conoscenza tra gli appassionati.

Dopo trent’anni dall’ultimo allestimento curato da Maurizio Fagiolo dell’Arco, che aveva salvato dall’oblio la generazione di questi artisti, l’odierno progetto espositivo presenta una nuova chiave di lettura del movimento, restituendogli autonomia ed indipendenza rispetto ai movimenti coevi sottolineando il valore che esso ebbe in Italia ed in Europa in un periodo di grandi contrasti ed di incertezze storiche come fu quello tra le due grandi guerre.

La mostra si apre con una sezione dedicata alle premesse del Realismo Magico che iniziano a manifestarsi nel primo decennio del Novecento attraverso un bisogno di ritorno al passato e alle origini della pittura, che in seguito si evolverà in una sua rielaborazione moderna. A dominare l’in gresso dell’esposizione è Felice Casorati con la sua celebre opera “Silvana Cenni” icona anche della mostra. Accanto ad essa l’o pera di Carlo Carrà “Figlie di Lot”, considerata uno dei punti di partenza del fenomeno del Realismo magico. In essa l’artista fa ritorno a forme primitive concrete espresse attraverso i valori della geometria euclidea, mentre un racconto frammentato di realtà viene trasferito su un piano misterioso e magico. Altre sue opere tuttavia, presenti in mostra nella terza sezione dedicata al paesaggio, come “Pino sul mare” e “Il mulino di sant’Anna” saranno ancora più rappresentative del Realismo magico. Completano la prima sezione del percorso una serie di ritratti e autoritratti di Felice Casorati e Ubaldo Oppi in cui emerge già una evidente spinta verso il verismo capace di nascondere il mistero oltre l’apparenza. Atmosfere di sospensione e incanto fanno da sfondo a immagini reali che, o per gli sguardi, o per le pose statiche nelle loro geometriche rappresentazioni spingono lo spettatore ad andare oltre ciò che vede, proiettandolo in un mondo magico e irreale.

Dalle rappresentazioni di Mario Sironi ne “L’architetto” e ne“L’allieva”, opere fortemente impregnate di realismo magico ma anche di sintesi plastica e di classicità, alle opere di Oppi e Casorati con le loro atmosfere misteriose, fino all’”Autori tratto” di Giorgio de Chirico e alle figure femminili rappresentative della maternità di Funi e Severini, la produzione artistica di quest’anteprima del Realismo Magico si sente vicina ai grandi pittori del Quattrocento, da Masaccio a Piero della Francesca. Il percorso prosegue con un confronto tra le opere del realismo magico e la Neue Sachlichkeit, movimento nato dalle ceneri dell’Espressionismo, pittura dall’inclinazione realista il cui riflesso “riverbera” sulla pittura italiana intrecciandosi al Realismo magico. Grazie alla ricca collezione di Emilio Bertonati e ai suoi studi e approfondimenti oggi il visitatore della mostra può, attraverso le opere dei due movimenti a confronto, conoscere i legami inossidabili che unirono fin dall’origine queste due scuole “in una comunione di temi e stili” determinata da una vicinanza spirituale che portò gli artisti ad uno straniamento dalla realtà, in una sorta di fuga atemporale in un epoca storica incerta e difficile. Dalle riprese degli interni di Mario Tozzi , di Carlo Levi, del fiorentino Baccio Maria Bacci, ai confronti tra le opere di Saverini, Funi e Carrà con quelle di Alexander Kanoldt, George Grosz, Carlo Mense, Otto Dix e Heinrich Maria Davringhausen, “Il tempo sospeso” fa da padrone. Il confronto tra i due movimenti europei prosegue nella terza sezione dedicata al “Paesaggio come sogno” in cui accanto ai capolavori di Carlo Carrà, espressione di rigorismo e geometria al limite dell’astra zione, fanno da contraccolpo la barocca “Ottobrata” di Giorgio de Chirico e due smaltati Paesaggi di Franz Radziwill, dove la Neue Sachlichkeit si manifesta nel suo lucore fiammingo teso alla rappresentazione meticolosa del dettaglio per sollecitare meraviglia stupore e mistero, non da meno delle opere italiane contemporanee.

Una sezione dalle ampie dimensioni spaziali è dedicata al momento centrale dell’espe rienza del movimento, il cui principale manifesto poetico è costituito dall’opera “Dopo l’orgia” di Cagnaccio di San Pietro. Opera questa rifiutata alla XVI Biennale di Venezia per la crudezza della scena e per il sottile riferimento alla corruzione morale dei dirigenti fascisti rappresentata da un fascio littorio nel gemello di un polsino abbandonato sul tappeto su cui giacciono tre corpi nudi, delle carte da gioco, due bottiglie vuote e un bicchiere rovesciato, (da un lato una bombetta e due guanti su un tappetino rosso), in cui il corpo femminile viene oggettualizzato in un’atmosfera di morte molto vicina alle soluzione presenti nelle opere degli artisti della Neue Sachlichkeit. Altri nudi più classicheggianti, come quelli proposti da Mario Broglio in “La donna e il mare”, “Bagno al parco”, “Il romanzo” e

da Ubaldo Oppi in “Il grande nudo disteso”, fanno da contrappunto e da corollario alla monumentale tela di Cagnaccio di San Pietro, scelta anche per la copertina del catalogo che accompagna la mostra curato da Sole 24 ore. Ai temi malinconici e tristi di un’in fanzia rubata rimandano le opere della quinta sala (quasi tutte di Cagnaccio di San Pietro), le cui pareti sono dominate dagli sguardi tristi e inquietanti di bambini dallo sguardo smarrito, espressione di una società in cui l’infanzia è testimone di un “male di vivere” pieno di solitudine e di vuoto esistenziale, di incomunicabilità che neppure il gioco è più in grado di riempire.

La stessa atmosfera surreale si protrae nella sesta sala dedicata a “L’ultimo carnevale”. Qui Gino Severini riprende malinconicamente il dramma dello sdoppiamento pirandelliano, ma influenzato dagli incontri parigini con la pittura di Pablo Picasso , Andre Derain, e Jean Couteau, e dal fascino esercitato su di lui dalla Commedia dell’arte, popolare in quegli anni nella capitale francese. Un contrasto tra i colori sgargianti delle tele e le pose dei personaggi rende l’atmosfera della sala ambigua e misteriosa.

Anche la natura morta, protagonista della penultima sala della mostra, trova un proprio spazio tra gli artisti del Realismo magico, un natura fredda e glaciale densa di valori metafisici e simbolici.

Anche in questa sezione molti i confronti tra i protagonisti della Neue Sashlichkeit e i pittori italiani, tra Cagnaccio di San Pietro e Franz Radziwill e Albert Henrich, Kathe Hoch e le tele di Edita Broglio moglie di Mario Broglio.

L’allestimento milanese si conclude con la fine cronologica dell’esperienza dei poeti del Realismo magico in particolare con alcune opere di Edita Broglio, Cagnaccio di San Pietro e di Antonio Donghi nelle cui opere degli anni trenta riemerge a più riprese lo spirito del movimento. Ancora dunque ritratti dagli sguardi femminili languidi e malinconici rappresentati dalle tele di Antonio Donghi a scene di vita e di fatica quotidiana presenti nelle opere di Cagnaccio da San Pietro con una parabola che si conclude con “Prima canzone” in cui di nuovo ad essere protagoniste sono le figure femminili, colte nella loro quotidianità trasognante e malinconica, proprio come l’epoca che stava per concretizzarsi, che non avrebbe più lasciato spazio al sogno e alla magia.

Realismo magico. Uno stile italiano, Milano-Palazzo Reale, 19 ottobre 2021-27 febbraio 2022

( 29 dicembre 2021 )

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