Sabato 15 giugno 2024, ore 15:11

Filosofia

Interrogarsi sulla verità

di MAURO FABI

La verità e il nulla è il titolo di un breve saggio edito dalle edizioni San Paolo un ventennio fa che vede come protagonisti Emanuele Severino e Piero Coda, e che credo sia ancora oggi di grande attualità. Vediamo perché.

Il pensiero di Emanuele Severino è noto: egli si è mosso intorno all’analisi della tradizione occidentale guardata come il risultato dell’affer marsi di due forze contrastanti: il divenire concepito come evidenza esperenziale e l’eterno inteso come ciò che non può non essere. Secondo Severino, lo “spettacolo del divenire” al quale assistiamo è falsato da un’interpreta zione che ne altera la rappresentazione stessa. In quanto rappresentazione che finisce nel nulla, il divenire non può non suscitare orrore. Per Severino è questo il punto di rottura della tradizione greco-occidentale: in realtà il passaggio che vede le cose di questo mondo nascere trasformarsi e poi morire, è minato da un’o perazione in se stessa violenta, di una violenza interpretativa che deriva dal fatto che di ciò chemuore noi non abbiamo esperienza, ovvero ciò che muore non si fa più esperire.

La fede stessa, come manifestazione di ciò che non si vede, appartiene ad una violenza interpretativa dell’esistenza di cui la stessa esperienza è privata.

Quello che Severino intende mostrare è che tutta la grande metafisica occidentale proprio nel suo affermare “l’eterno come padrone del divenire renda impossibile proprio quel divenire di cui essa è la grande evocatrice”.

Anche il discorso preliminare sulla verità parte da un’idea forte: l’ alétheia , la verità intesa grecamente come disvelamento annuncia un contenuto disvelato che non può essere un contenuto qualsiasi.

Quando cioè il Greco pensa l’ alétheia, ciò che si manifesta nel disvelato è un qualcosa d’inne gabile, di stante, di assolutamente inamovibile. Ora, i greci hanno una parola per dire ciò, questa parola è epistéme . Da tutto questo scaturisce il fatto che se la verità è in rapporto all’uomo, allora non può esserlo che in termini originari, come presenza originaria, come conditio sine qua non della stessa ricerca della verità. Questa idea della verità come innegabile, come stante, aperta dai Greci è stata, secondo Severino, fatta propria dal cristianesimo: il fides quacreditur è identico al carattere formale dell’ epistéme, il suo affermarsi secondo caratteri d’innegabilità e di indiscutibilità: “Il grande senso della verità aperto dai Greci e fatto proprio dal cristianesimo appare destinato al fallimento… Se esiste uno stante, un eterno, un immutabile, un qualcosa di divino, non può esistere ciò di cui l’intera civiltà occidentale è convinta: il divenire delle cose, il loro oscillare – come dice Platone – tra l’essere e il nulla”.

Il teologo Piero Coda a sua volta tiene fermo il fatto che la stessa esperienza religiosa autentica si configura come un abitare nella verità . Questo abitare nel senso, questo stare nel senso attraverso l’espe rienza della rivelazione, si presenta a sua volta come relazione al mistero.

Qui il mistero non deve essere inteso semplicemente come realtà oscura e ultima che avvolge l’esistenza, ma come rischiaramento di quella verità in cui l’esistenza umana si conosce e si attua come evento di libertà.

Per quanto riguarda il dibattito sul divenire, Coda afferma che la riflessione teologica recente tende a pensare Dio come intrinsecamente caratterizzato da un “movimento”. Questomovimento non contraddice quella pienezza d’es sere che Egli è, ma al contrario la esprime: “quel movimento, quell’e stasi da Sé verso l’altro che la tradizione neotestamentaria indica come l ’agápe tra il Padre e il figlio”. Coda intende cioè questo essere di Dio come divenire non come contrapposto all’eterno e all’essere, bensì inteso in Dio come l’atto stesso dell’essere.

È proprio questo il contenuto più dirompente dell’evento cristologico: nella prospettiva di ontologia trinitaria in cui il divenire come agápe è pensato interno all’essere, il rapporto tra verità e libertà perde quei connotati di conflitto che l’ave vano caratterizzato per assumere invece una prospettiva di mutua implicazione.

La fede, dunque, secondo Coda, è l’atto stesso che, nel momento in cui accoglie l’evento della rivelazione come evento di libertà (atto che si manifesta nella dedizione al Cristo che muore per me) si precisa come una ontologia della dedizione direttamente legata ad una ontologia della libertà: “se Dio ci ha amato, io sono chiamato, in risposta all’amore stesso di Dio, ad amare l’altro. Il tipo di ontologia che in questa prospettiva viene prendendo forma appare caratterizzata dal fatto che la libertà dell’uomo, come corrispettivo della verità, esce dalle secche di un rapporto contrappositivo con quest’ultima…”.

( 23 marzo 2023 )

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