Domenica 24 gennaio 2021, ore 20:51

Quotidiano di informazione socio‑economica

L’uomo che volle  essere Verdi

di MARCO MAUGERI

Forse nessuno meglio di Barili centrò, più o meno volontariamente, il destino, e la natura, di Giuseppe Verdi, che senza infingimenti fu forse il più grande di tutti. Con ampie concessioni letterarie, come è inevitabile. “Verdi nacque qui, né si volle muovere da questi luoghi. Il suo respiro fu tutt’uno con l’aria carica e violenta di questa pianura lavorata a fondo dai più grami contadini”. Meravigliosa invenzione di Barilli. Ce n’erano di ben più grami, qualche chilometro più in giù. “Non si ha un’idea del suo ordine, della sua atavica semplicità e della sua profonda fatica. Se gli avessero portato per le briglie Pegaso, il cavallo dalle ali, egli lo avrebbe attaccato a un aratro o un qualunque carrettino rurale”. E ancora “vuole la terra sotto i piedi quest’uomo tetragono come il toro nel buio della stalla, e il suo occhio cerca nell’ombra la scintilla e la vampa” E poi l’indicibile. “Dunque con lui niente teorie, esperimenti, avvenirismi”. Niente esperimenti! Sembra incredibile. Verdi! Ma Verdi è tutto un esperimento. Ma questo si capisce è il difetto della monumentalizzazione. Non tanto dell’opera. Ma dell’uomo. Cui l’estrema longevità solo da questo punto di vista non giovò. Ma nascere in una terra contadina non implica essere un musicista rozzo. Verdi pagherà sempre una cambiale ai suoi relativamente duri natali. Che retroattivamente diventeranno più duri di quanto n realtà non furono. La rusticità dei luoghi aleggerà sulla sua opera a trattenerne qualcosa di rozzo, di affrettato, così come dopo il patriottismo allungherà le sue mani dove patriottismo non è. Verdi fu musicista raffinatissimo, sperimentò forse come pochi. Wagner è sempre Wagner, non potendo disporre altrimenti. Verdi certo poté disporre di una lunga vita, ma insomma dai primi motivetti donizettiani, Verdi arrivò alle soglie di Wagner, e senza Wagner. Lo stesso Boito che lo malediva nella metà dell’800, vent’anni dopo supplicherà una collaborazione con lui. Poi certo Verdi era figlio di un oste, ma non proprio di un contadino, di un contadino semmai che a forza di ammucchiare prodotti, e venderli, si era aperto un’osteria cui si dedicava d’accordo con la moglie. Verdi fu il classico fenomeno di paese. Studio con l’interessamento del maestro della banda, con riconoscenza ne sposò la figlia. Quando provò a scalare la città, il Conservatorio lo rifiutò non ritenendo la sua ispirazione sufficientemente strutturata. Poi certo in vecchiaia l’uomo metterà in piedi praticamente un’azienda agricola, le sue lettere grondano consigli sul bel canto quanto sulla coltivazione della vite. Ma questo non è sufficiente per trovare niente di rustico nella sua ispirazione. Nella sua sterminata carriera l’uomo provò tutto. Negli anni a venire, al mito del musicista contadino si sostituì quello del musicista patriottico. Tutto naturalmente a spese del genio. E’ evidente che le opere di Verdi infiammarono i teatri, e tutto ciò che in quegli anni nei teatri politicamente covava. Ma il Va pensiero non è per forza scritto pensando alla propria patria. Verdi è un genio, è un musicista. Le sue giustificazioni sono sempre esclusivamente musicali. Negli anni del Nabucco l’uomo da tutto era preso fuorché dalla patria. In prima lettura aveva rifiutato il libretto del Piave non ravvedendo nessun interesse. Verdi scrive Nabucco nel ’42, se si escludono i moti del ’20, e li si devono escludere, avendo il bambino neanche dieci anni, nel ’42, le repubbliche popolari sono molto lontane dalle più oltraggiose ambizioni. Verdi ebbe il primo figlio, una figlia, nel 1837, la perse l’anno dopo, stessa sorte subì il figlio morto a rotta di collo già nel ’39. Nel 1840 muore la moglie. Che aggiungere. Può stupire solo come la stessa identica sequenza visse Alessandro Manzoni. Perfino le date sono qua e là sovrapponibili. Ma a Manzoni la cosa capitò lo stupefacente numero di otto volte. Senza togliere che Matilde non vide i sedici anni. Giulia sposa di D’Azeglio non andò tanto più lontano. Verdi non a caso rimuginò tutta la vita di musicare i Promessi Sposi, adorava lo scrittore, e certo le disgrazie rafforzarono il legame a cifre che possiamo ignorare, e che il requiem che compose alla morte dell’amico solo in parte può restituire. Dopo la morte della moglie, paralizzato dal dolore, rovesciò per caso le scartoffie di Francesco Maria Piave, leggenda vuole che gli incarti si squadernassero proprio fra le pagine del Và Pensiero. Nel 1840, Manzoni ha rilegato l’ultima e definitiva incisione dei Promessi Sposi, Bellini è morto da già sette anni. C’è ancora tanto Rossini nelle sue note. Non c’è n’è già quasi alcuna in quelle di Verdi. Barilli scrive “niente sperimentazioni”, ma è una suggestione letteraria. Figlia ovviamente del successo popolare. L’orecchio di Verdi nuocerà alle raffinatezze dell’artista. E con qualche motivo. Le sue opere son piene zeppe di motivetti orecchiabili. Le due canzonacce del Rigoletto avranno indicibile fortuna (“La donna è mobile” “Questa e quela”). Non sono cose di poco conto. Il Don Govanni è un’opera immortale, nessuno ne esce uguale, ma sconvolti dall’emozione oggi come ieri ce ne torniamo a casa con alle orecchie il solo “La ci darem la mano”. Donizetti poté scrivere “t Ti voglio bene assai”, ma dall’Elisir passa solo la “furtiva lagrima”. Nel solo Trovatore contiamo “L’amore on’ardo, Di quella pira, La zingarella”, naturalmente trascurando in tutto le arie di Leonora. In un sola opera è un risultato inimmaginabile. Lo stesso per Traviata. C’erano poi motivi orecchiabili ovunque. Barilli ha parole meravigliose sul Trovatore. Ad apertura d’opera Ferrante racconta la terribile storia della zingarella che ha rubato il figlio del Conte, per poi lanciarlo nelle fiamme (ossame acceso fumante ancor”). Nel successivo quarto d’ora Verdi va da tutt’altra parte. Racconta l’amore di Leonora per il Trovatore, la gelosia del Conte di Luna, il duello fra i due. Infila arie e canzoni sublimi come se nella fosse. Poi senza soluzione di continuità riprende la storia della zingarella. Adesso è grande, il trovatore è suo figlio. La madre data alle fiamme (“condotta ella era in ceppi”) le aveva chiesto di essere vendicata. Azucena ha rapito il figlio del Conte, ma al momento di bruciarlo sbaglia, e getta il suo. Tutto inverosimile, tutto ridicolo, eppure la sequenza è pervasa di una paura quasi incontrollabile. Gli archi battono al fondo una cosa ipnotizzante, cui rispondono molto più su due note discendenti: è un tamburo che batte, una lanetta che si approssima all’ultimo giro, l’ultimo insufflo di un’iniezione mortale. E’ una minuscola pazzesca invenzione di Verdi. Traviata è nota per i suoi valzer, le sue ampie concessioni al patetico, ma tutt’oggi il preludio continua a sorprendere per la facilità con cui l’uomo ci mette nel bel mezzo di un concerto sinfonico dove tutto può succedere. Bruckner ne avrebbe ricavato una dozzina di sinfonie. Verdi la butta alle ortiche, per fare spazio allo spettacolo. Verdi del resto fu un grande uomo di teatro. Né burino, né altro. Era il so lavoro. E’ Monteverdi che tutte le sere deve aprire la sua attività privata. E’ l’assoluto con le incombenze di una partita iva. Preferì a volte cantanti meno dotate perché ù adatte alle ragioni drammaturgiche di un dato personaggio. Poteva arrivare ovunque, disponeva del sublime, ma gli preferì l’utile, coltivò l’intangibile nello limitato caso in cui fosse opportuno. Salvo subito disfarsene. In Rigoletto tocca tutta la scala delle emozioni in appena quattro minuti. Rigoletto che canta, Rigoletto che inveisce, Rigoletto abbarbicato ai piedi, che supplica quelli contro cui ha inveito. A nascosto la figlia dal mondo, sarà involontario responsabile della sua morte. Due canzonacce da bordello a infiorettare il tutto, tanto per care qualcosa da cantare all’uscita dello spettacolo. Negli anni a venire lo vedremo sempre intabarrato, sciarpa bianca, una lunga barba a incutere, se possibile, ulteriore timore. Più Giorgio Germont, sarà in tutto e per tutto uno dei suoi foschi personaggi. Campeggerà in una delle più celebri banconote da mille lire che, colpa del soggetto, apparirà a riguardarla più vecchia anche di quelle che l’avevano preceduta. Non c’è pubblicità, film, jingle che non l’abbia fatto a pezzi. Aveva quarant’anni ai tempi di Traviata. Comporrà Falstaff quasi quarant’anni dopo.

( 11 gennaio 2021 )

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