Sabato 15 giugno 2024, ore 16:04

Libri

L’uomo giusto al momento sbagliato

di MARIA LUCIA SARACENI

L’uomo giusto al momento sbagliato. Si potrebbe riassumere così la storia (finora poco nota) di Vincenzo Tiberio, il medico italiano che primo fra tutti, nel 1895, quindi 34 anni prima di Alexander Fleming, scoprì l’impor tanza di alcune muffe e sperimentò il loro potere antibiotico. Una storia davvero particolare raccontata da Tiziana Lupi racconta nel suo libro “Il Nobel mancato”, appena pubblicato da Minerva.

Un lavoro che “intende riconoscere il giusto merito a un uomo che ha saputo essere uno scienziato di grande intuito e un validissimo ufficiale, di mirabile esempio per tutti”, sottolinea nella prefazione l’ammiraglio ispettore capo Antonio Dondolini Poli.

In realtà Tiziana Lupi non ha scritto un “santino”. Tiberio, nato a Sepino in Molise nel 1869 e morto a Napoli nel gennaio 1915, aveva un carattere tutt'altro che facile e accomodante, come si capisce dalla lettura delle pagine dei suoi diari, che descrivono ad esempio le esperienze di mare come medico degli italiani che emigravano in America del Nord; e sulla nave Campania per l’intervento umanitario in occasione del terribile terremoto di Messina del 1908. Tiberio fu infatti ufficiale medico del Corpo Sanitario della Marina Militare italiana. Per frequentare l’Università di Napoli si trasferì ad Arzano, ospite della sorella del padre. Qui ebbe modo di conoscere la cugina Amalia Teresa, la Lia del suo appassionato diario, della quale si innamorò, e che sarebbe successivamente diventata sua moglie. In quegli anni la facoltà di Medicina e chirurgia nel capoluogo campano non era solo luogo di istruzione, ma anche di ricerca, soprattutto in campo batteriologico. In questo ambiente, Vincenzo Tiberio iniziò a frequentare i laboratori di igiene, per verificare alcune sue casuali intuizioni.

Nel cortile della casa di Arzano vi era un pozzo in cui si raccoglieva l’acqua piovana; la stessa veniva poi usata anche per bere. L’umidità del luogo faceva sì che sul bordo della cisterna crescesse spesso la muffa, per cui periodicamente era necessario ripulirla. Tiberio notò che ogni qual volta il pozzo veniva ripulito, gli abitanti della casa andavano incontro ad enteriti, cosa che non accadeva invece nei periodi in cui erano presenti le muffe. Ipotizzò quindi un collegamento tra la presenza dei miceti e la crescita dei batteri patogeni all’interno dell’organismo umano.

Sottoposta a verifica sperimentale tale intuizione, Tiberio riuscì a dimostrare come l’azione terapeutica delle muffe fosse legata ad alcune sostanze presenti in esse, dotate di azione battericida e chemiotattica. Riuscì inoltre ad isolare alcune di queste sostanze ed a sperimentarne l’effetto benefico, sia in vitro sia in vivo su cavie e conigli, fino ad arrivare alla preparazione di una sostanza con effetti antibiotici. Gli studi, pubblicati negli Annali d’I giene Sperimentale con il titolo “Sugli estratti di alcune muffe”, rimasero in un cassetto perché Tiberio, a causa di quell’amore apparentemente impossibile per la cugina, abbandonò la carriera universitaria per quella militare, vincendo il concorso per Ufficiale medico della Regia Marina. Nel 1947, due anni dopo il conferimento del Premio Nobel per la medicina a Fleming, il tenente colonnello Giuseppe Pezzi, ufficiale medico della Marina italiana, ritrovò in biblioteca il primo fascicolo degli Annali di Igiene sperimentale del 1895, in cui era stato pubblicato il lavoro sperimentale di Tiberio; e diffuse la notizia di tale ritrovamento in un articolo intitolato “Un italiano precursore degli studi sulla penicillina”, pubblicato su due riviste scientifiche.

Agli addetti ai lavori il nome di Tiberio è noto: nel 2014 il Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute dell’Università degli Studi del Molise è stato intitolato in suo onore. Ma fuori dall’ambiente accademico quel nome dice poco. Per questo e solo di recente i nipoti, in particolare Giulio Capone, anch’e gli medico, hanno deciso di mettere a disposizione i diari finora gelosamente custoditi, aggiungendo aneddoti di famiglia, a Tiziana Lupi, giornalista e autrice di documentari a carattere storico e religioso (suo il libro “Il nostro Papa”, prima biografia illustrata di Francesco; ed è a sua cura il volume di Bergoglio “La mia idea di arte”).

Sottolinea Lupi: “Con questo libro non intendiamo riscrivere la storia della medicina. Le basi culturali e scientifiche dell’epoca non erano adeguate per recepire l’enorme rilevanza dell’opera, che ha avuto forse la «colpa» di essere pubblicata solo in italiano”.

Una vicenda che può ricordare quella dell’invenzione del telefono. Dal 1876, anno in cui venne presentato il brevetto, attribuita all’ameri cano Alexander Bell; fino al 2002, anno in cui il Congresso americano ha riconosciuto la paternità all’ita liano Antonio Meucci.

La storia dunque si ripete, ma mai allo stesso modo. Piuttosto Tiziana Lupi si chiede nel libro: “Se fosse stata riconosciuta la scoperta di Tiberio chissà quante morti per malattie legate alla Grande Guerra, causate da infezioni non curate, si sarebbero potute evitare”.

Tiziana Lupi, Il Nobel mancato. Vincenzo Tiberio, l’italiano che scoprì gli antibiotici, Minerva 2024, euro 17

( 21 maggio 2024 )

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