Lunedì 1 marzo 2021, ore 11:21

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La vocazione al ricordo

di MAURO FABI

Quando Pasolini fu ucciso Moravia ai suoi funerali gridò che di poeti veri in un secolo ne nascono tre o quattro e aveva ragione. Moravia volle ricordare l'amico, il poeta. Ma Pasolini era un uomo rinascimentale, che spaziava dalla poesia al romanzo al cinema, al giornalismo con una lucidità profetica impressionante. Pasolini è costantemente presente tutt'oggi nella nostra cultura, la sua voce risuona dentro di noi netta, vicina.

Ma c'è un altro grande uomo rinascimentale che il Novecento italiano ha avuto in dono, non altrettanto presente oggi purtroppo, come molti scrittori che sono caduti nel dimenticatoio, basti pensare a Piero Chiara, a Giuseppe Berto, a Goffredo Parise, solo per citarne alcuni.

Questo uomo fu poeta, scrittore, regista esattamente come Pasolini, ma sicuramente più appartato, non controverso, non eretico come il primo. Quest'uomo è Alberto Bevilacqua.

Ora Alessandro Moscè, che di Bevilacqua è stato amico, ha mandato alle stampe questo prezioso volume che ripercorre mezzo secolo di “luoghi, esilio, eros tra Roma e Parma”, insomma la lunga esperienza di vita e di artista dell'amico scrittore scomparso nel 2013 a Roma.

Quella Roma nella quale viveva nel suo attico e superattico a Vigna Clara, da cui il suo sguardo si espandeva su tutta la capitale, un quartiere borghese abitato da altri artisti, tranquillo, con il giornalaio sotto casa, il tabaccaio dove comprava i suoi amati Davidoff, il bar dove scendeva a prendere il caffè. Ed qui che Alessandro Moscè approdava partendo dalla sua amata Fabriano per intervistarlo, per fargli leggere le sue poesie, per avere il parere di quell'uomo che aveva raggiunto l'apice del successo e che aveva conosciuto tutti i maggiori scrittori, attori, registi, artisti del tempo.

C'è un fondo di malinconia tra queste pagine, come quella luce che taglia in due il salone dove si sedevano - che sembra dividere il prima e il dopo – pieno di ricordi, di quadri, di libri; come se quella luce fosse quello che Bevilacqua ha lasciato nel momento della sua scomparsa e la parte in ombra la sua assenza, quello che manca oggi.

Il libro è davvero emozionante, commovente a tratti. Come quando Bevilacqua chiede al più giovane amico se ha una donna, un amore, quasi intuisse quel sentimento inestricabile ma irrinunciabile che l'autore allora provava.

Moscè è un poeta, uno dei nostri migliori poeti e questo ritratto non poteva che iniziare con il Bevilacqua poeta. Perché è da qui che tutto comincia, anzi prima, inizia con l'insegnamento di Attilio Bertolucci nella sua Parma, la sua “Itaca all'incontrario”, sempre presente data la sua vocazione permanente al ricordo.

Fu proprio Bertolucci, quando lesse la raccolta “L'amicizia perduta”, che parlò dell'allievo come un poeta fanciullo, “immune da manierismi moderni”. E ovviamente la silloge pone al suo centro Parma, l'Oltretorrente, “la risonanza di un pensiero scolpito”. E già da questa prima raccolta si capisce come la poesia trasmigrerà naturalmente nel romanzo, come accade in “Una città in amore”. Ma questa ambivalenza che superava la rigidità del canone, “la prigionia degli schemi”, appare in tutta la sua evidenza nella raccolta “Tu che mi ascolti”che ha lo stesso titolo del romanzo uscito un anno prima.

Il rapporto con la madre Lisetta, alla quale Bevilacqua ha dedicato molte poesie, il giorno in cui le portò Charlie Chaplin a casa e lei non lo riconobbe subito, il ricordo ancora una volta di quando era lei a portare il figlio a vedere il piccolo eroe muto, ed ora eccolo lì sulla soglia della sua casa il grande Charlot, che afferra un cappello e si fa riconoscere con i suoi movimenti ineguagliabili.

Il successo, la fama erano arrivati con “La Califfa” come tutti sanno.

Ma l'attività poetica non si è mai fermata: “L'indignazione”, con i ricordi di gioventù l'amore, e sempre Parma. Poi “La crudeltà” nel 1975, “Piccole questioni di eternità” nel 2002, una antologia con una raccolta nuova. E poi la narrativa, di cui abbiamo già citato il primo romanzo nel 1962.

Il rapporto con Romy Schneider che soffriva d'amore per il cinico Delon, l'incontro con Borges che vedeva meglio di chiunque pur essendo cieco. L'insegnamento di Zavattini, Sciascia, tutti gli incontri importanti di una vita, gli amori, le donne che se ne andavano al mattino dall'appartamento di Vigna Clara, e ovunque il Po, vicino e lontano ma sempre dentro come lo stesso sangue che corre a ritroso fino alla giovinezza, alla ragione di tutto.

Alessandro Moscè, Alberto Bevilacqua. Materna parola, IL RIO 2020, pp. 166, euro 19

( 1 marzo 2021 )

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