Sabato 15 giugno 2024, ore 16:55

La scomparsa di Alice Munro

Lo sguardo sulla provincia

di ENZO VERRENGIA

C’è un limite alla quantità di sofferenze e di scombussolamento che si è disposti a sopportare in nome dell’amore, come c'è un limite al disordine che siamo disposti ad accettare in una casa. Non si può conoscere in anticipo, ma quando lo raggiungi, te ne accorgi. Ne sono convinta. Quando cominci veramente a lasciar perdere, succede così. Ti parte dentro una fitta di dolore segreta, inaspettata. E subito dopo, un senso di leggerezza. Vale la pena rifletterci, sulla leggerezza. Non si tratta solo di sollievo. Contiene una forma strana di piacere, niente a che fare con masochismo o vendetta, niente di personale, insomma. È il piacere spontaneo di quando si constata che il progetto non corrisponde più alla struttura, che l’edificio non può stare su; è il piacere di riconsiderare dal principio tutto ciò che esiste di contraddittorio, persistente e irriducibile nella vita.»
Questa riflessione riflette alla perfezione l’essenza, la personalità e la poetica di Alice Munro, Premio Nobel per la letteratura nel 2013 e subito dopo precipitata nell’avverarsi dell’incubo peggiore di chi scrive: la demenza senile, che togliendo lucidità cancella con progressione inesorabile l’anima di quanti ne sono colpiti. Accadde anche a “Gabo” Marquez, e con lui si perdette per sempre la scaturigine del Macondo. Nel caso della Munro, inoltre, tornò a riproporsi, stavolta per lei stessa, un’idiosincrasia giovanile: «L’assenza di logica dei discorsi adulti mi mandava in bestia: si aggrappavano ai loro principii comunque, a dispetto di qualsiasi prova contraria». Prima, però, aveva elaborato un universo fatto di micromondi interconnessi, quelli dei suoi racconti. Non che questi potessero marchiarla come una prigioniera della narrativa breve. Sostenne Borges: «Scrivere libri lunghi è un laborioso e impoverito atto di follia: espandere in cinquecento pagine un’idea che potrebbe essere perfettamente spiegata in pochi minuti. Una procedura migliore è fingere che quei libri esistano già e offrire un riassunto, un commento». Ma a differenza dell’Omero argentino, Alice Munro non inventava delle sintesi di opere fittizie. L’autrice canadese concentrava il mondo nella prossimità del suo Southwestern Ontario, paragonabile alla contea di Yoknapatawpha, sovrapposta da William Faulkner a quella reale di Lafayette, nel Mississippi. Diversamente dalla Biblioteca di Babele borgesiana, queste località in apparenza circoscritte si prestano a rappresentare anche tutto quanto si trova al di là della collina.
Nelle sue escursioni sulla pagina, Alice Munro, ricostruiva la location di riferimento a misura dell’umanità intera. Destrutturava il corale planetario per strutturarlo in base alle proprie coordinate di riferimento. Nelle quali ritrovava la materia di cui è fatta la saga ininterrotta dei viventi: «Quando si torna a stare in un piccolo centro, dopo la grande città, ci si convince che lì sarà tutto più facile e gestibile, quasi come se la gente si fosse radunata e avesse deciso di “giocare alla vita di paese”. 
Si arriva a credere che in un posto così non possa morire nessuno». Esperimenti ai quali avevano già abituato i lettori Edgar Lee Masters (“L’antologia di Spoon River”), Thornton Wilder (“Piccola città”), il già citato Faulkner e la celeberrima Harper Lee (“Il buio oltre la siepe”). 
Il primo esempio, tuttavia, è una silloge poetica. Per gli altri si hanno sempre dei romanzi, tutti di certo respiro. Alla Munro non occorrevano.
Le bastava tracciare linee di conduzione: «Sembrava che l’economia emotiva del mondo dovesse contemplare una forma di parsimonia sentimentale fortuita e naturalmente scorretta, se l’immensa felicità – per quanto passeggera, per quanto effimera – di una persona poteva nascere dall’immensa infelicità di un’altra».
I singoli pezzi della scrittrice sono mattoncini di una “economia emotiva” amministrata dai suoi sguardi sulla provincia, nella quale intravedeva e narrava la totalità che ogni grande autore ha il dovere di condividere con chiunque lo legga.

( 17 maggio 2024 )

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