Sabato 2 luglio 2022, ore 9:35

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Arte

Lo straordinario itinerario creativo di Oscar Ghiglia

di PAOLO SPIRITO

Di Oscar Ghiglia (1876-1945) è noto ciò che scrisse l'amico e sodale Amedeo Modigliani ad Alfonso Bucci in Ricordi parigini del 1931: “In Italia non c’è nulla, sono stato dappertutto. Non c’è pittura che valga.Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c’è Ghiglia. C’è Oscar Ghiglia e basta”.

E proprio al celebre pittore livornese è dedicata la stupenda Mostra “Oscar Ghiglia. Gli anni di Novecento”, a cura di Leonardo Ghiglia, Lucia Mannini e Stefano Zampieri, è il titolo della stupenda mostra ospitata dal 7 aprile al 13 settembre a Palazzo Medici Riccardi a Firenze. La Mostra ripercorre la ricerca dell’artista, soffermandosi in particolare sui primi anni de Novecento, nei quali il pittore livornese raggiunge esiti di eccezionale qualità: basti ricordare La modella (1928-29), assunta a icona di questa mostra, a fianco dei meravigliosi accordi compositivi, cromatici e poetici sviluppati nelle sue nature morte e nei suoi ritratti. “Lo straordinario itinerario creativo di Oscar Ghiglia attraversa la prima metà del Novecento seguendo il pulsare degli eventi della storia, lungo le rotte di una pittura di grande fascino e originalità. Un percorso di quasi cinquant’anni durante i quali s’avvi cendano diverse stagioni creative, e con esse i colori, la luce, la lunghezza delle ombre di un artista dal carattere difficile, avverso alla vita pubblica e al mondo delle esposizioni”-affermano i curatori Ghiglia, Mannini, Zampieri.

“Dedicare una mostra a Oscar Ghiglia nel periodo di Novecento significa dunque innanzitutto ricollocare nella corretta prospettiva storica e critica la ricerca artistica portata avanti da pittore nel corso degli anni Venti L’esposizione, che come per magia ci riporta indietro ai primi del Novecento, propone una cinquantina di opere provenienti da prestigiose collezioni private, tra cui l’Istituto Matteucci, e da importanti musei pubblici, fra cui la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, presentate secondo una narrazione che intreccia temi e cronologie.

Ad aprire la mostra l' Autoritratto del 1920, nella sala dedicata agli anni della prima maturità, dove è possibile ammirare anche la modernissima Alzata con arance del 1915-1916 o gli Iris del 1921, che impongono da subito Oscar Ghiglia come sublime costruttore di splendide nature morte.

Nella seconda sala l’accento è posto sulla profonda classicità che permea tutta la sua Opera, declinata in forma sintetica, luminosa e salda al tempo stesso, mentre nella terza sala è offerto uno sguardo sul nudo femminile, in dialogo con un disegno di medesimo soggetto dell’amico Amedeo Modigliani.

Le ultime due sale aprono invece al “realismo magico”, che permea in tono del tutto originale l’opera di Ghiglia; una continua e incessante ricerca sugli oggetti e sulle forme, tanto nitida quanto enigmatica, tanto perfetta quanto irrisolta, che negli anni non ha minimamente perso tutto il suo fascino ammaliatore.Accompagna la mostra un catalogo curato da Leonardo Ghiglia, Lucia Mannini e Stefano Zampieri, edito da Sillabe.

Oscar Ghiglia nacque a Livorno il 23 agosto del 1876 da Valentino e Amalia Bartolini.Dopo i primi studi giovanili come autodidatta, negli anni Novanta frequentò gli artisti livornesi Ugo Manaresi e Guglielmo Micheli, nello studio del quale conobbe Amedeo Modigliani, Antonio De Witt e Llewelyn Lloyd. Nel 1900 il G. si trasferì a Firenze e in seguito condivise con Modigliani, al quale era unito da una intesa amicizia, una camera ammobiliata in via S. Gallo.

Su consiglio di Giovanni Fattori frequentò la Scuola libera del nudo incontrando artisti conterranei, come Giulio Cesare Vinzio, e altri in vario modo allievi o frequentatori del vecchio e venerato maestro livornese. Tra questi, Ardengo Soffici e G. Melis che, insieme con Umberto Brunelleschi e Giovanni Costetti, decisero di partire una mattina di autunno di quello stesso anno alla volta Parigi per visitare l'Esposizione universale riportando, ciascuno a suo modo, impressioni e influssi dell'arte parigina.

Firenze in quegli anni andava riproponendosi quale vivo punto di riferimento del dibattito culturale e artistico, allineandosi così ambiziosamente alle esperienze internazionali e, in particolare, a quelle di Venezia e Roma, con iniziative succedutesi già allo scadere del 1896, quali l'Esposizione internazionale “Festa dell'arte e dei fiori” (visitata dal Ghiglia) e la nascita della rivista battezzata Il Marzocco da Gabriele D'Annunzio, che in questo stesso giro di anni si insediò presso Settignano rimanendovi fino al 1910.

Sulle colline a nord di Firenze, presso la celebre villa “I Tatti”, si era trasferito Bernard Berenson, mentre già dal 1894 Arnold Böcklin dimorava a Villa Bellagio, presso Fiesole, luogo prediletto pure, significativamente negli anni Novanta, da Maurice Denis.

Di rilievo, anche le presenze tedesche a Bellosguardo, presso il convento di S. Francesco di Paola, dove abitarono Adolf von Hildebrand e, dal 1905, Max Klinger, o quella dell'artista francese, già membro del gruppo di Pont-Avant, Henry De Prureaux, alla moglie del quale il Ghiglia fece un ritratto (ubicazione ignota).

Nel 1901, inoltre, Adolfo De Carolis ottenne la cattedra di decorazione presso l'Accademia di belle arti fiorentina, dove strinse amicizia con D'Annunzio: qui la notte del 25 novembre

1902 Giovanni Papini annunciò la fondazione della rivista Il Leonardo alla quale collaborarono, tra gli altri, De Carolis, i giovani artisti G. Costetti e A. Spadini, e, in un secondo momento, Soffici e il Ghiglia.

Il giovane pittore livornese elaborò in questo contesto un personale linguaggio figurativo ove coniugò la tradizione della pittura macchiaiola, in particolare del venerato Fattori, con echi simbolisti assunti da Böcklin e dal coetaneo Costetti, fino alle tendenze di In arte libertas di De Carolis. Forte di queste esperienze, Ghiglia esordì con successo alla Biennale veneziana del 1901 presentando un Autoritratto dipinto a Livorno nello stesso anno: si tratta di uno dei primi quadri noti di questo prolifico pittore la cui produzione, per lo più attualmente conservata in collezioni private fiorentine, è stata ampiamente documentata dalle due mostre toscane del 1996, ai cataloghi delle quali si rimanda per le riproduzioni dei dipinti.

Uno dei momenti più rilevanti dell'attività artistica del Ghiglia fu senza ombra di dubbio quello che maturò allo scadere del primo decennio, arrivando alle soglie della Grande Guerra.

Risale al 1908-09 - grazie all'intercessione dell'amico scultore collezionista Mario Galli - l'incontro con Gustavo Sforni, anch'egli pittore e amico di Fattori, nonché uno dei primi italiani a collezionare opere di E. Degas, V. Van Gogh, e P. Cézanne. Nel 1911 Sforni, dimostrando grande stima per il G., gli propose un “contratto”, che sarebbe durato tutta la vita, di lire 500 al mese in cambio di un diritto di prelazione sulle opere che più lo avrebbero interessato.

Ghiglia sviluppò la sua ricerca magistralmente proprio nel periodo in cui i Cézanne erano più numerosi dei Botticelli (secondo la ben nota boutade di E. Cecchi, Tre volti di Firenze, in I piaceri della pittura, Vicenza 1960, p. 385). Quadri del maestro di Aix erano conservati, oltre che nella raccolta Sforni, nella collezione di Egisto Fabbri e Carlo Loeser. Dal ritorno a Firenze nel 1907, Soffici divulgava congiuntamente a Cézanne, alla cui lezione dedicò diversi dipinti, la pittura di Maurice Denis. Fu Vittorio Pica a pubblicare per la prima volta nel 1908 le opere di Cézanne nel libro sugli Impressionisti francesi, al quale lo stesso Soffici, nonostante l'avversione per il critico, aveva attinto: è così che, nel giugno dello stesso 1908, sulle pagine della rivista senese Vita d'arte, apparve il suo fondamentale e primo saggio critico su Paul Cézanne.

( 15 giugno 2022 )

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