Lunedì 1 marzo 2021, ore 11:06

Quotidiano di informazione socio‑economica

Ivan Graziani

Lugano addio, cantava

di COSIMO ARGENTINA

Tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80 noi ragazzi ascoltavamo David Bowie, Led Zeppelin o i Genesis. Alcuni di noi si flebizzavano coi Pooh, altri osavano ascoltare il rock progressive dei New Trolls. A un amico piaceva Ivan Graziani. Noi tutti, là, nel quartiere, eravamo sospettosi nei riguardi di un maschio abruzzese con pochi capelli svolazzanti, grandi occhiali con la montatura colorata e “la voce di una bimba perversa”. Va bene, con la chitarra era in grado di fare quello che voleva, ma non riusciva a creare quella forza dirompente che suscitavano in noi i pezzi dei Van Halen e a nostro vedere gli mancava la grinta degli Stadio o di Vasco Rossi. Ma quel nostro amico era lì, coi pezzi di Ivan Graziani, a volte morbidi ed evocativi, a volte compatti e decisi. Fu solo quando mi avvicinai ai testi del cantautore che ne compresi il valore e il senso ultimo. Questo era uno che aveva da dire un sacco di cose e le diceva imbracciando una chitarra e lo faceva senza guardare in faccia a nessuno. I suoi versi erano quelli di un poeta cacciato dal portone principale del mondo musicale ortodosso che alla fine era rientrato da una delle finestre con la sua capacità di emozionare e far pensare in un modo mai banale e sempre sul filo che tendeva tra i ricordi e l’impegno civile. Quell’uomo era un musicista dotato visto che i più grandi dell’epoca lo avevano voluto in studio per registrare album e poi in tournèe. I suoi fan erano discreti e riservati come lo era la sua essenza, ma ad ascoltarlo a ripetizione di facevi un’idea di cosa volesse dire, urlare dal palco, ehi, ragazzi, inneschiamo la miccia perché attraverso l’arte si può combattere il ciarpame. Ivan Graziani, quello di Firenze Canzone triste, partecipa a Sanremo, vince il Festival Bar, pubblica un album dopo l’altro, va in tournèe in solitaria o con altri artisti come ad esempio la Banda Bertè, commuove con canzoni come Agnese dolce Agnese, ma al tempo stesso non lascia mai l’ascoltatore in una condizione neutrale, lo scuote, lo sbatacchia e lo rende partecipe di quella sofferenza che molto spesso genera opere d’arte. Si permette il lusso di mandare al diavolo la RCA e si identifica nel vero cantautore, una via di mezzo tra il menestrello e il poeta sociale, il lirico e civile. Graziani spazia dalla musica strumentale alle canzoni impegnate, dall’attività di fumettista (suoi i pupazzetti scopatori disegnati per una rivista erotica svedese) alla scrittura. Dà alle stampe il libro Arcipelago Chieti dove narra le vicende di un ospedale militare in ricordo della sua esperienza di naia nel 1971. Le sue esibizioni dal vivo lasciano traccia in chi vi assiste. È un animale da palcoscenico pur mantenendo quello stile pulito e sincero che molte rockstar abbandonano dopo il primo successo. Essere schivo per lui non era una posa, ma una necessità. Usava dichiarare che un cantante è “sempre nelle mani di troppa gente” e quando la gente che hai intorno è troppa la conseguenza è che i tuoi spazi vitali si assottigliano, la tua vita privata rincula davanti alla macchina del successo a tutti i costi e alla ribalta mediatica che non conosce né vergogna né soste e perdi in termini di spontaneità e sperimentazione. Album come I lupi e Pigro restano degli esempi di opere meditate e mai dettate da esigenze discografiche usa e getta. Questo perché fin dagli esordi Ivan Graziani stabilisce un codice artistico che lo smarca da ideologie e da cavalcate modaiole. Il suo non schierarsi, negli anni Settanta, è spesso visto come una muta critica al pensiero dominante nel mondo artistico. In realtà lui canta le sue storie e lo fa scevro da ogni imposizione o dettame da cultura di massa. Piace alla gente senza dover necessariamente dare in pasto al pubblico quello che il pubblico del momento chiede. In questo riesce a ritagliarsi una notorietà inattaccabile e anche quando emergono lati della sua vita fatti di paranoie personali, Graziani manterrà la rotta e continuerà a custodire la sua esistenza privata tenendola alla larga dal gossip dozzinale nel quale in tanti sguazzano senza ritegno. Muore di cancro all’età di cinquantuno anni e da quel momento i tributi e gli omaggi di altri artisti tra cui Renato Zero non si conteranno. Tra i versi di Una canzone senza inganni, ce n’è uno in cui Ivan Graziani dice “ho fatto sempre a modo mio e non ho mai pregato nessuno” e la canzone La sposa bambina parla di temi attuali e feroci. Ecco cos’è Ivan Graziani, poesia e impegno civile supportati da talento e originalità.

( 1 marzo 2021 )

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