Domenica 18 aprile 2021, ore 8:28

Quotidiano di informazione socio‑economica

Intervista a Davide Longo

Sotto il cielo di Torino

di DELIA D'ONOFRIO

Lo scrittore Davide Longo ha creato con il romanzo Una rabbia semplice, edito da Einaudi, insieme ai precedenti Il caso Bramard e  Le bestie giovani da poco ripubblicati sempre da Einaudi, un universo umano che entra nella mente del lettore per non uscirne più. I protagonisti Bramard, Arcadipane, Isa, che in ognuno dei romanzi si avvicendano in un sapiente gioco di messa a fuoco ­- a volte in primo piano a volte sullo sfondo ma sempre interconnessi­ – sono tutti e tre, a modo loro, personaggi disadattati, marginali, ossessivi, “freaks”, come li definisce lo scrittore stesso. Una commedia umana vestita da giallo, in cui tutti gli attori, siano essi comprimari, spalle o fugaci comparse, assumono, grazie allo stile da abile cesellatore di Davide Longo, spessore tridimensionale. Ma su tutti c’è Torino e il Piemonte, quello delle colline del Roero, del versante sud occidentale, che guarda al confine francese, in bilico. Lo scrittore ci guida in questa città che, a suo dire, è fatta di pietra di montagna e in cui si può, nelle giornate limpide, respirare l’aria del mare. Squadrata, severa, dal cielo mutevole ma con una possibilità di sorpresa al suo interno, un aroma esotico, profumato che stordisce il lettore. Un po’ come i sucai, le tipiche caramelle torinesi, rettangoli di liquirizia con granelli di zucchero e un aroma di fiori d’arancio. Incontro virtualmente Davide Longo, disponibile e gentile, si rivela subito grande conoscitore dell’arte della scrittura, sia grazie alla sua esperienza di narratore che a quella di docente della scuola Holden. Il commissario Arcadipane, protagonista di Una rabbia semplice è un personaggio “storto” a cui il lettore si affeziona da subito. Ci sembra di sentire il suo bruciore di stomaco, che si procura abusando dei sucai o il disagio della scarpa rotta durante un inseguimento. Come nascono personaggi con tale spessore? sei partito da un particolare, un tic, o avevi già in mente un personaggio completo?

La genesi dei personaggi, specie quelli principali, quindi stratificati, con tante camere, ha sempre qualcosa di misterioso, anche per chi li crea. Nascono come il terroir di una determinata zona da condizioni che si sedimentano nel tempo: il particolare di una persona che hai conosciuto, un modo di dire di un personaggio letterario, qualcosa di sé, qualcosa che vorresti essere, altro che desideri diventare, ma ne hai paura. E in un romanzo tutto questo si spalma, parcellizza, divide su più personaggi, per cui Bramard e Arcadipane e Isa, sono appunto questo: terroir diversi su cui crescono viti differenti, la cui uva poi io lavoro e metto in bottiglia, ottenendo i tre vini bevuti dal lettore.

Nel romanzo Una rabbia semplice molti temi sembrano opporsi in modo dialettico: la montagna e la città, la borghesia e le classi sociali povere, la vita reale e il web, gli adulti e i giovani. E in fondo gli stessi investigatori della trilogia, Bramard e Arcadipane, funzionano bene proprio nella loro complementarietà. Questa dialettica degli opposti aiuta a decifrare la realtà, oppure i confini tra gli opposti sono più sfumati di quanto sembra?

Un romanzo, come ogni narrazione, è una mappa del reale. E noi non possiamo utilizzare mappe in scala 1 a 1, sarebbero inutili. Questo implica, in ogni narrazione, una semplificazione della realtà, che spesso significa prendere fenomeni che tra loro sono sfumati e ridurre quelle sfumature a un taglio netto. Per esempio tra il mare e la terra c’è ovunque una zona intermedia, ossia la battigia il luogo che è alternativamente asciutto e bagnato. Eppure sulle mappe, sulle cartine, la battigia non c’è: abbiamo solo l’azzurro che è il mare e la terra, marrone o verde. Così sono le storie. Ciò non toglie che ci siano cartine e mappe molto accurate, vere opere d’arte, perché con qualche mossa geniale riescono a restituire la complessità della realtà. E ci sono storie che allo stesso modo provano a farlo.

Sei un maestro nei dialoghi, pieni di ritmo, sulfurei, colpiscono sempre nel segno. Quanto lavoro c'è dietro la scrittura di queste schermaglie?

Il lavoro sui dialoghi c’è, ma è a monte. È un lavoro originario, di preparazione “atletica”. Quando impari a farlo, quando dentro di te sono ormai metabolizzate tre certezze, ossia: non parlare troppo, perché altrimenti non farai attenzione a come parlano gli altri; se prendi una battuta vera, plausibile, tra due persone e la trasferisci sulla pagina, suonerà falsa: e infine, se il tuo personaggio è una persona, è unica, quindi parlerà in un modo soltanto suo. Capite queste tre cose, il resto è lavoro, cura, attenzione al dettaglio, ma come per ogni artigiano più ci prendi la mano, meno tempo ci metterai a scrivere dialoghi che ti convincono.

Nel romanzo, tra i protagonisti, c’è anche la città di Torino, le sue atmosfere, il suo clima oltre che la toponomastica e le persone. Quali sono i luoghi di Torino che ami di più?

Torino è una città che amo, che sento congeniale nel suo complesso. Nella somma di luoghi differenti che la formano. Mi piacciono i palazzi fiat di Mirafiori, come la Stazione di Porta Nuova, come il mercato di Porta Palazzo o piazza Maria Teresa. C’è un posto per ogni umore, un bar per ogni caffè che esteticamente vuoi accompagnare, un paesaggio in cui camminare per ogni discorso che con un amore o un amico vuoi sostenere. Il pantone di colori di Torino per me è perfetto come quantità e varietà, per le cose che io devo fare, dire, vedere.

Segui una routine per scrivere i tuoi romanzi?

Lavoro per molto tempo alla scaletta, allo scheletro, il che mi porta via molti mesi, a volte un anno, ma solo quando la struttura mi convince, allora mi metto a scrivere. In questa seconda fare, l’ideale è invece concentrare la scrittura in due o tre mesi, quasi sempre estivi, nella mia casa di montagna, ma come tutti, cerco di fare come gli impegni e le esigenze varie permettono.

Che tipo di lettore sei? Quali libri ti piace leggere?

Sono un lettore che da molto tempo fa fatica a leggere le cose che vorrebbe leggere. Prima vengono le prove dei miei studenti alla Holden, gli autori che seguo come tutor con la mia agenzia letteraria Blu Carpenter, i testi da valutare, insomma, quando rimane un po’ di spazio allora leggo i libri che ho accumulato e che voglio leggere, quasi sempre più di uno contemporaneamente. Non tutti li finisco, e non sempre perché non mi piacciano. A volte mi pare di aver capito ormai che cosa il libro può darmi e mi darà, allora lo lascio, ma senza astio o mancanza di riconoscenza verso l’autore. I libri di cui mi soddisfa la storia, la scrittura, il mondo narrativo, e fino alla fine, non sono molti, forse uno su dieci di quelli che incontro.

( 18 aprile 2021 )

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