Domenica 18 aprile 2021, ore 8:04

Quotidiano di informazione socio‑economica

Cesare Pavese

Tra politico e civile

di ELIANA SORMANI

Ci sono stati anni in cui i grandi esponenti del Neorealismo italiano erano i protagonisti delle letture delle giovani generazioni, con le loro tematiche spesso incentrate sui temi della resistenza, della lotta al fascismo, della vita nell’immediato dopo-guerra. Italo Calvino, Elio Vittorini, Carlo Cassola Vasco Pratolini e Cesare Pavese sono stati gli autori tra i più letti della narrativa italiana degli anni ‘80. Oggi sono pochi i giovani che di fronte a titoli come “Il sentiero dei nidi dei ragni”, “Il garofano rosso” “La ragazza di Bube”, “I ventitre giorni della città di Alba” o “La casa in collina”, giusto per citare alcune opere, conoscono i loro autori e l’importanza che i loro romanzi hanno avuto per la formazione civica e morale di un’intera generazione. A questo scopo d’altro canto questi scrittori indirizzavano le loro opere, in seguito definite “neorealiste”.

Di alcuni di essi ancora molto ci rimane da scoprire e da capire, vuoi per la mole di opere inedite lasciate, vuoi per le difficoltà anche di ragione politica che ne preservavano la divulgazione e vuoi per le contraddizioni presenti nei loro scritti e dunque nei loro pensieri, insite nella natura umana spesso impenetrabile e contraddittoria.

Proprio da poco tempo, ad una di queste opere inedite, molto controversa, di Cesare Pavese, l’editoria, grazie all’interesse della casa editrice Nino Aragno, ha dedicato la sua attenzione, con la pubblicazione di “Taccuino segreto”, riproponendo domande e dubbi sulla natura ideologica stessa del suo autore. La curatrice dell’opera Francesca Belviso esegue, con puntuale analisi, il tentativo di portare alla luce nuovi segreti legati a questo scrittore, che ha cercato per un lungo periodo della sua vita di essere protagonista delle vicende storico politiche della nostra nazione, ma che poi, chiuso in se stesso, si è ritirato dalla vita pubblica rifiutando ogni lotta e ogni forma di ribellione sociale e politica.

Il testo, già uscito l’8 agosto del 1990 sul quotidiano “La Stampa” a quarant’anni dalla morte del suo autore, ha dovuto attendere ulteriori trent’anni per vedere la sua pubblicazione in formato volume, in parte a causa del suo contenuto contraddittorio con l’immagine che la letteratura italiana aveva diffuso intorno a Pavese e in parte per ragioni prettamente di carattere politico, superate poi con la caduta dell’URSS.

La pubblicazione, accompagnata da una approfondita analisi e contestualizzazione di Francesca Belviso, è preceduta da un’introduzione dello storico della cultura Angelo D’Orsi, e da una testimonianza del giornalista (a lungo vicedirettore delle pagine culturali de La Stampa) Lorenzo Mondo, suo scopritore. Il testo inedito, denominato taccuino, è costituito da 29 fogli fotocopiati (gli originali affidati a Calvino sono andati perduti) “di carta quadrettata mancante delle pagine iniziali e di una copertina”, più un trentesimo foglio, non conservato perché considerato a suo tempo inutile da Lorenzo Mondo, in quanto mero elenco di nomi di alunni a cui Pavese dava lezioni private. Costituito da una serie di pensieri, appunti sparsi, redatti prevalentemente in matita, evidenzia due temi principali: il rapporto di Pavese con la guerra e con la politica negli anni in cui, a seguito dei gravi episodi di cui egli era stato vittima (in particolare il confino per un anno in Calabria nel 1935), si era ritirato nella casa di campagna della sorella a Serralunga di Crea e poi nel Collegio Trevisio di Casale Monferrato, dove rimase fino al 1945 con il nome di Carlo de Ambrogio. Fu dunque scritto probabilmente tra il 1941 e il 1943, anche se, sulla base di studi filologici compiuti da Francesca Belviso, si può fare antecedere al 1940 l’incipit caratterizzato da riflessioni prettamente di carattere letterario legate al valore che Pavese attribuiva alla poesia “Poesia (magia che fa provvisoriamente possedere l’assoluto) …”.

Ritrovato casualmente dal giornalista Lorenzo Mondo nel 1962 (come racconta nella sua testimonianza all’interno del libro) tra i documenti lasciati dallo scrittore nella casa della sorella, Maria Sini, dopo essere stato sottoposto ad una lettura di Calvino, il Taccuino rimase a lungo “segretato” su richiesta dello stesso Calvino, che con ogni probabilità voleva evitare con la sua pubblicazione, da un lato ulteriori sofferenze alla sorella di Pavese e dall’altro non voleva suscitare eventuali speculazioni letterarie, che avrebbero potuto ledere alla memoria dello scrittore. Solo alla morte della sorella di Cesare nel 1983 e di Calvino nel 1985, il giornalista pensò fosse giunto il momento di rendere pubblico il contenuto del “block notes” e con il permesso degli eredi, procedette nel 1990 alla sua pubblicazione sul quotidiano “La Stampa”, non senza critiche da parte degli amici e dei conoscenti del poeta torinese, tra cui quelli di Natalia Ginzburg figlia di Leone, amico di Pavese, che vedeva nella pubblicazione del testo “un’operazione viziata da speculazione commerciali e scandalistiche” rimandandone ulteriormente la sua pubblicazione in un volume fino ad oggi.

Il saggio critico pubblicato nell’agosto 2020, nel settantesimo anno dalla morte del suo autore (27 agosto 1950), presenta per la prima volta nella parte finale anche la fotocopia autografa del testo ed è arricchito da una serie di articoli giornalistici pubblicati nel 1990 sul “La Stampa” che mostrano il dibattito e “l’isteria collettiva” che alla sua prima diffusione pubblica esso provocò.

La curatrice del saggio Francesca Belviso, rendendo il testo parte integrante degli scritti biografici del autore, cerca nella sua “riflessione”, dal titolo “Ritratto in chiaroscuro”, di definire i caratteri fondamentali del block notes, grazie al confronto dello stesso con il diario di Pavese “Mestiere di vivere”, contestualizzando entrambi i lavori nella realtà torinese del tempo e nella realtà biografica del loro autore, che in quegli anni di isolamento era immerso negli studi della lingua tedesca e soprattutto era attratto ed influenzato dalla filosofia nietzscheana.

Cesare Pavese vive d’altro canto in un periodo di grandi trasformazioni politiche e ideologiche che inevitabilmente incidono su alcune sue “posizioni” di carattere politico e su alcune sue riflessioni apparentemente contraddittorie che egli appunta come pensieri estemporanei, brevi appunti che in parte avrebbe poi sviluppato nel suo Diario e in forma narrativa enfatizzato nel romanzo “Casa in collina”, mentre in parte sarebbero rimasti allo stato di bozze. Il taccuino si può dunque affermare che viene usato semplicemente come una specie di brogliazzo, un supporto scrittorio a cui riferirsi, prima della stesura definitiva di altre opere. Ma, quali verità si nascondono dietro le “scabrose” dichiarazioni che esso contiene, definite poi dalla critica filo-fasciste, quando lui è sempre stato considerato un antifascista? Cosa si cela dietro la sua definizione “del fascismo come un regime che può insegnare agli italiani la disciplina”? Che cosa sottintende la sua affermazione di “una guerra che risana il mondo”? O cosa nasconde la sua visione del dolore come una condizione inevitabile del vivere, strumento di conoscenza necessario per rinascere, che appartiene tanto alla lezione nietzscheana? La Belviso sembra trovare nel suo studio critico una risposta convincente a tutte queste domande con accurate e precise note critiche e riferimenti biografici e letterari, giungendo a definire Pavese un “antifascista estetico” che rifiutava l’arte magniloquente di regime, cresciuto alla scuola di Augusto Monti, (leggendo in questo senso anche l’anti-americanismo di Pavese come una reazione alla prosa d’arte) e contemporaneamente un “apolitico etico”, ribadendo quanto dichiarato da Italo Calvino che lo aveva definito un inadatto alla vita politica, abbracciata solo per ragioni strumentali e ben poco ideologiche. Lo stesso confino in Calabria di Pavese avvenuto ne 1935 fu determinato da ragioni pratiche e non certo ideologiche. Egli infatti era stato arrestato perchè accusato “di aver svolto attività politica tale da aver nuociuto agli interessi nazionali” e per questo condannato a 3 anni di isolamento, quando in realtà si era limitato a fornire alla donna che lui amava (la donna dalla voce rauca), Battistina Pizzardo, implicata nell’organizzazione clandestina comunista, la sua casella postale. Anche in precedenza la sua sottoscrizione, nel 32-33, alla carta del fascio era stata attribuita alle pressioni famigliari, di cui lui stesso si lamenta poi con la sorella. Non bisogna infine dimenticare che inseguito, dopo aver ottenuto nel 1936 la grazia da Mussolini ed essere rientrato a Torino, nel 1945 si iscrive al Partito comunista, anche in questo caso non per ragioni ideologiche, ma probabilmente solo per uscire dall’isolamento intellettuale in cui rischiava di dover vivere.

Pochi accenni all’interno del block notes all’amore, che noi sappiamo fu per lui ragione sempre di grandi dolori, nessuno alle donne, con cui ebbe sempre un rapporto complesso, o alla morte e al suicidio, che fu una delle ossessioni che l’accompagnarono per tutta la sua esistenza fino a divenire una scelta stoica, attutata, nel silenzio, a soli quarantanove anni, all’apice del successo letterario e sulle cui ragioni si potrebbe discorrere a lungo.

Il dibattito acceso con la pubblicazione del “Taccuino segreto” rimane così prettamente legato al suo pensiero politico e civile, fornendoci, ieri come oggi, un’immagine diversa dal Pavese tanto mitizzato. Tra i tanti dubbi irrisolti però rimane tuttavia la certezza che, in fondo al di là di ogni ideologia politica, Pavese era e rimarrà sempre un “P (poeta)”. Come ricordò nel 1990 Alessandro Galante Garrone in un suo articolo riportando un episodio riferitogli da persona fidatissima quando: “una sera dopo la liberazione durante una riunione della Casa Editrice Einaudi di fronte alla proposta ai presenti di scrivere su un biglietto in breve le adesioni o gli orientamenti politici di ognuno “ egli scrisse semplicemente “P” “e a chi gli domandava cosa volesse dire, rispondeva, sorridendo POETA.

Cesare Pavese, Il Taccuino segreto, a cura di Francesca Belviso con una testimonianza di Lorenzo Mondo e introduzione di Angelo d’Orsi, Nino Aragno Editore, agosto 2020, pagg.236, euro 25.000

 

 

( 18 aprile 2021 )

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