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Paola Mastrocola, scrittrice, docente, ricercatrice e Luca Ricolfi, sociologo, accademico, direttore e responsabile scientifico della Fondazione David Hume ci raccontano quello che definiscono “Il pasticcio scolastico”: una scuola concepita come viatico di inclusione ed uguaglianze e che ha finito per trasformarsi in una enorme “officina della disparità”. Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La Nave di Teseo, Milano, 2021, pag. 272, euro 19), nelle librerie da pochi mesi, sta animando, appassionando e dividendo molti lettori.

 

Professoressa Mastrocola, qual è, secondo Lei, l’ingrediente chiave del “pasticcio” della scuola che voi definite “progressista”?

L’ingrediente chiave è uno solo: è l’idea, sbagliata, secondo cui per includere si debba abbassare, facilitare, divertire: così tutti ce la fanno. Sì, ma il risultato è una scuola all’acqua di rose che non dà più una preparazione solida a nessuno e non porta da nessuna parte: tiene tutti a bagno e basta. Di qui succede che le famiglie colte e benestanti, ben consapevoli che una scuola del genere non basti, corrono ai ripari: scelgono scuole private, pagano le ripetizioni al pomeriggio, mandano i figli a studiare all’estero e poi, per aiutarli a trovare un lavoro, usano le loro relazioni utili. Così la scuola facilitata e superficiale resta ai figli delle classi basse. Il divario si accentua, e il gioco è fatto: la scuola dell’inclusione diventa la scuola che più crea disuguaglianza.

Al professor Ricolfi, cioè al sociologo, invece, chiedo quali dati suffraghino la tesi della professoressa Mastrocola?

È statisticamente dimostrabile, e chi legge il libro potrà verificare, che l’abbassamento del livello della scuola pubblica, pur danneggiando trasversalmente tutti i ceti sociali, ha maggiormente e negativamente influito sui ceti più popolari, rendendone il destino più dipendente dall’origine sociale.

Professoressa Mastrocola, perché la sua tesi è così antipatica e scandalosa? Perché desta tanto scalpore?

Moltissimi negano ancora che ci sia stato un abbassamento della qualità dell’istruzione. Pensano si stia svecchiando, e che sia giusto stare al passo dei tempi. La scuola che “prepara ed esige” è giudicata da molti passata e arcaica. Ci guardano con antipatia perché pensano che la scuola alta e difficile che noi vogliamo sia la scuola d’élite. Non è così. Possibile che lo studio serio e profondo debba essere riservato solo ai ragazzi delle classi alte? Questo è un errore gravissimo, che sottostima i ragazzi delle famiglie meno abbienti. Il “popolo” non è in grado di farcela se non c’è qualcuno disposto a spianare la strada, semplificare, banalizzare?

Don Milani, nella celebre Lettera ad una professoressa, chiedeva una scuola senza latino e con meno grammatica, “non selettiva”, i cui esami fossero aboliti o calibrati in base alle difficoltà della vita del ragazzo. Se fosse Lei, la Professoressa chiamata in causa, cosa risponderebbe?

Negli anni sessanta, forse, avrei risposto col silenzio: all’epoca si ingaggiavano guerre contro gli insegnanti di allora, che si ostinavano a fare grammatica e letteratura antica. Oggi, invece, una risposta proverei a darla, a don Milani e al ragazzino di Barbiana: è indispensabile fare Foscolo, Dante, e il latino. È necessario soprattutto per lui, che parte da una origine svantaggiata! Non sono, però, neanche una estimatrice delle bocciature. Non credo sia una soluzione. Ma nemmeno promuovere tutti è una soluzione. I titoli stanno diventando certificati mendaci, che non certificano l’effettiva preparazione dell’allievo e questo non può essere accettato.

Professor Ricolfi, nel libro cita l’effetto meritocrazia e l’effetto emancipazione. Di che si tratta?

L’effetto meritocrazia tiene conto del merito, l’influenza che la qualità della scuola ha sul percorso di tutti, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza. Se contasse solo questo effetto, l’abbassamento della qualità dell’istruzione pubblica avrebbe diminuito le possibilità di tutti, ricchi e poveri Questo, in effetti, è avvenuto: in Italia posti di lavoro di qualità sono cresciuti molto più lentamente che in altri paesi. L’effetto emancipazione, invece, è l’impatto differenziale che la qualità dell’istruzione esercita sui diversi ceti, riducendo la dipendenza del destino sociale dall’origine.

Professoressa Mastrocola, quali strumenti della scuola “che non c’è più” Lei invece riprenderebbe dalle soffitte, dai magazzini e riproporrebbe ai ragazzi?

Salverei innanzitutto la lezione. Oggi i pedagogisti tendono a chiamarla “frontale” e a screditarla: è piuttosto lo strumento principale per conquistare e attrarre i ragazzi. Alle elementari e medie, con molta più umiltà, farei molta più grammatica e molti dettati ortografici: oggi si arriva a vent’anni senza sapere scrivere correttamente. Molto utili sono anche le parafrasi dei testi antichi, tanto vituperate: parafrasare e tradurre in lingua corrente sono i modi migliori per assorbire il lessico, la sintassi e maturare una capacità di pensiero complesso. Dobbiamo saper parlare, leggere, scrivere, pensare.

Perché critica tanto la parola “competenza” che è invece così presente nella fascicoli scolastici?

Perché si cerca sempre ciò che utile, si selezionano gli argomenti in base alla possibilità di spenderli nel mondo del lavoro. La competenza è la vittoria del sapere strumentale sul sapere astratto. Per le materie tecniche può andare bene, ma per la filosofia, la letteratura, l’algebra non può valere questo principio. Io non devo studiare di Dante solo ciò che possa applicare alla vita di tutti i giorni o al lavoro, ma ciò che può arricchire la mia mente, e il mio cuore. Un canto della Divina Commedia nella vita pratica e lavorativa non può trovare applicazione. Ma del resto non dobbiamo andare a scuola solo per trovare un occupazione, un “posto”, come si diceva una volta. Non siamo solo lavoratori. Siamo esseri umani, persone, dovremmo ricordarcelo.

Professor Ricolfi, si parla spesso del grande avanzamento delle “tigri asiatiche”. Questi Paesi, però, si muovono in controtendenza rispetto a noi: nessun genitore si sognerebbe di pretendere la promozione del figlio come un diritto. Inoltre, queste società sono fortemente condizionate dalla cultura confuciana, i cui due pilastri sono “il rispetto per i padri”, “il rispetto per il maestro”. La nostra scuola e la nostra società non sono forse proprio orfane di queste figure? Noi abbattiamo le statue dei nostri “Padri”, sviliamo sempre più i nostri maestri. Non trova?

Certo che sì. Qualche anno fa lessi Il ruggito della madre tigre. La sua autrice, Amy Chua, raccontava proprio questo: quanto sia difficile, per una madre cinese negli Stati Uniti, dare una educazione rigorosa ai propri figli nella società occidentale, sollecitata solo da spinte di consumismo, insicurezza, narcisismo. L’iper-protezione dei figli è un trend culturale difficilmente contrastabile, perché radicato, profondo e di lunga data.

Professoressa Mastrocola, come possiamo salvare i nostri figli dal “danno scolastico”?

Con insegnanti di valore, che poco seguano le tendenze pedagogiche del momento e che, indifferenti a questa finta innovazione, seguitino imperterriti a tramandare, con passione, il passato, i maestri e a portarli nel presente e nel futuro.

Lei cosa pensa, professor Ricolfi?

La scuola non è l’unica responsabile di ciò che sta accadendo. Molta di questa involuzione dipende anche dalle famiglie. Molti genitori non sono disposti a dedicare tempo e sacrifici all’educazione dei figli e la scuola, in tal caso, può solo, se si è fortunati e si imbatte in insegnanti “di valore”, limitare i danni che una cattiva educazione domestica e familiare hanno già prodotto. Un bimbo che a 3 anni inizi una scuola materna ottima, se avrà trascorso tutta la sua vita “prescolare” davanti ad un tablet, che futuro avrà davanti?

Roberto Rosano

 

 

( 21 gennaio 2022 )

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