Giovedì 29 febbraio 2024, ore 12:23

Mostre

Vite parallele

di PAOLO SPIRITO

Febbre violenta di vita” sono stati definiti da Vittorio Sgarbi i dipinti di Antonio Mancini (1852-1930) e le sculture di Vincenzo Gemito (1852-1929), indomiti Dioscuri delle più segrete sofferenze e delle più salvifiche rigenerazioni in quel ventre di Napoli da cui si originò, tra arte e follia, una tra le pagine più esaltanti della Storia dell'Arte a cavallo tra Otto e Novecento.

Soprattutto Napoli, teatro della loro formazione, cementò la relazione tra i due artisti, emergendo come radice culturale, fonte d'ispirazioni e spazio della costituzione dei linguaggi e delle rispettive identità.

In quel vero e proprio gioiello che è il Museo dell'Ottocento di Pescara, dei coniugi pescaresi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta (e dell’omonima Fondazione)-che in oltre trent’anni hanno sapientemente collezionato centinaia di opere d’arte napoletane e francesi per poter, un giorno, condividere con la comunità lo sguardo sulla bellezza di dipinti che hanno tracciato la storia della pittura figurativa del XIX secolo-è possibile visitare sino all'11 marzo 2024 la mostra “Antonio Mancini Vincenzo Gemito”, a cura di Manuel Carrera, Fernando Mazzocca, Carlo Sisi e Isabella Valente.

Attraverso 140 opere, tra dipinti, sculture e disegni provenienti da importanti raccolte pubbliche e private, la mostra permette di scoprire uno dei sodalizi più singolari della storia dell’arte, le vicende parallele di un grande pittore, Antonio Mancini, e di uno scultore altrettanto grande Vincenzo Gemito. Nati entrambi nel 1852, scompariranno ormai celebri ed entrambi nella leggenda, si può dire insieme, l’uno dopo l’altro nel 1929 e nel 1930. “La loro reputazione-tiene a precisare Fernando Mazzocca-nonostante le innumerevoli vicissitudini di un’esistenza difficile, è legata alle loro straordinarie doti dovute ad una genialità innata quanto agli abissi della follia che ne ha certamente segnato la vita, contribuendo alla loro originalità creativa e alimentandone il mito, quello di ascendenza romantica che annullava i confini tra genio e pazzia”.

In mostra due vere e proprie retrospettive che si incrociano e dialogano tra loro, mettendo in risalto tangenze e distanze tra le ricerche dei due artisti, tra i più apprezzati del loro tempo anche al di là dei confini nazionali.

I capolavori esposti sono stati concessi da collezioni private e istituzioni museali quali la Direzione Regionale Musei Campania - Certosa e Museo di San Martino di Napoli, la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro - Raccolta Lercaro di Bologna, la Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Galleria d'Arte Moderna di Milano, la Galleria d'Arte Moderna di Roma, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo delle Raccolte Frugone di Genova. Fondamentale il contributo di Intesa Sanpaolo, con sedici opere provenienti dalle sedi delle Gallerie d’Italia di Napoli e Milano.

Il Museo dell’Ottocento, inoltre, espone per intero il suo nucleo di ben diciassette opere di Mancini, capaci di restituire la vicenda di un artista che conquistò una fama internazionale.

Entrambi di umili origini, Mancini e Gemito si incontrarono tredicenni alla scuola serale di San Domenico Maggiore a Napoli.

Sotto la guida degli scultori Stanislao Lista ed Emanuele Caggiano, poi del pittore Domenico Morelli, negli anni della formazione condivisero l’attitudine a una rappresentazione realistica della figura umana, accomunati dall’abilità nell’introspezione psicologica, ciascuno secondo le peculiarità del proprio linguaggio. In quegli anni Napoli fu teatro di sperimentazioni pittoriche tutte incentrate sul rapporto tra luce e colore, venendosi a trovare di fatto al centro di un dibattito che rivoluzionava la secolare supremazia del disegno propugnata dall’Accademia. Fu così che la città si aprì al dialogo con artisti provenienti da tutta Europa, attenta alle novità che giungevano in particolare dalla Francia, dalla Spagna e dall’Inghilterra. A partire dalla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento, le strade di Mancini e Gemito si separarono prendendo direzioni diametral-mente opposte. Dopo i soggiorni parigini e un lungo periodo di instabilità psichica che afflisse i due artisti,

Mancini, stabilitosi a Roma, sperimenterà una pittura caratterizzata da una pennellata veloce, materica e frammentata, con brillanti tocchi luministici, che attirerà da un lato l’attenzione del collezionismo straniero, dall’altro le critiche di coloro i quali ritenevano la sua figurazione eccentrica.

Gemito negli anni della maturità si avvicinerà, invece, al rigore e all’e leganza dell’arte ellenistica e alla tradizione orafa. L’esposizione offre la visione delle fasi salienti del percorso di entrambi, con affondi tematici sulle rispettive poetiche.

Negli anni dell’apprendistato Mancini e Gemito si esercitarono nella tecnica del disegno e nella rappresentazione del ‘vero’, con una nuova sensibilità, che si tradusse nella capacità di catturare le emozioni e gli stati d’animo. Dai maestri venivano indirizzati allo studio dei capolavori provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano custoditi nel Museo Nazionale di Napoli.

Fondamentale per la formazione di Mancini la scoperta di Caravaggio e della pittura naturalistica del Seicento che si potevano ammirare nelle chiese partenopee.

Il Malatiello (terracotta, 1870 ca., Certosa e Museo di San Martino, Napoli) rappresenta il primo approdo di Gemito al realismo, quale esito formale degli insegnamenti del maestro Stanislao Lista. Lo Scugnizzo (terracotta, 1872, Collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d'Italia - Napoli) è uno straordinario studio dal vero dal modellato morbido che riesce a trasmettere l’ingenuo stupore di un bambino colto di sorpresa. Gli fanno eco due tele di Antonio Mancini messe a confronto per la prima volta: Il Prevetariello, piccolo prete, (1870 ca., Certosa e Museo di San Martino, Napoli) e il Il Prevetariello in preghiera (1873 ca., Museo dell’Ottocento, Pescara) opera eseguita dopo un viaggio a Venezia. Come si può notare dal raffronto, la scoperta della pittura veneta funge da spartiacque nel percorso formativo del pittore che, dai contrasti drammatici di reminiscenza caravaggesca, passerà ad un colorismo acceso, caldo e sensuale. Mutamento stilistico di cui si colgono i riflessi anche nella grande tela Dopo il duello (1872, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, Torino), nella quale il pittore rivela un’eccellente attenzione per il dettaglio e per la resa degli stati d’animo.

Nel maggio del 1875 Mancini partì per Parigi dove rimase alcuni mesi durante i quali conobbe alcuni mercanti d’arte, come Adolphe Goupil e Alphonse Portier. Grazie alla frequentazione di Giuseppe De Nittis, che viveva nella città, incontrò Giovanni Boldini, gli impressionisti Edgar Degas e Édouard Manet, dal cui stile non fu particolarmente attratto. Tornerà nella Ville Lumière insieme a Gemito nel 1877. Nasce in questo contesto Saltimbanchi suonatori (1877, coll. priv., Courtesy METS Percorsi d’Arte), caratterizzata da colori vivaci e ricchezza di dettagli, con l’intento di assecondare il mercato francese che ben presto si rivelerà troppo stretto per il talentuoso pittore. Da questa consapevolezza e dalla crisi esistenziale che ne derivò, si fece strada la genesi di Verità (1873-1878, Museo dell’Otto cento, Pescara), il suo dipinto più libero, un flusso di coscienza visivo che sembra anticipare, senza volerlo, gli aspetti della pittura surrealista. In quegli stessi anni Gemito frequentò a Parigi l’atelier di Ernest Meissonier, pittore di grande fama, raffigurato in due sculture in bronzo (post 1879, Chines Collection, Roma e Galleria d'Arte Moderna, Milano); tra i due nacque un’amicizia profonda e duratura che andò avanti fino alla morte del francese. Nel percorso espositivo si ammira, inoltre, il Pescatore (Galleria d'Arte Moderna, Milano), replica del 1924-1925 della fusione in bronzo del 1875-1877 conservata presso il Museo Nazionale del Bargello di Firenze. L’opera manifesto dello scultore, esposta al Salon del 1877 e all’Ex position Universelle del 1878, catalizzò l’attenzione critica sia per la posa irrituale e spontanea del ragazzo sia per il richiamo di citazioni classiche, come lo Spinario dei Musei Capitolini.

Le differenze caratteriali tra i due-Mancini mite e remissivo, Gemito volitivo e autoritario-ben presto iniziarono a manifestarsi, tanto da sfociare nel 1878 nella rottura della loro amicizia, funestata dalle difficoltà economiche e dalla malattia. Mancini, affetto da crisi nervose dal 1881 al 1882 fu internato al manicomio provinciale di Napoli. Nel 1883 si trasferì a Roma dove conquistò fama internazionale, inserendosi nel giro dei collezionisti e dei pittori stranieri. Si può rintracciare l’eco di tale notorietà nel Ritratto di Antonio Mancini, (1901 ca., Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) eseguito dallo statunitense John Singer Sargent che lo definì “Il più grande pittore vivente”. Risalgono a questo periodo Mi dipingerà così o Il buon modellino o Pastorello in Ciocie (1884 ca., Museo delle Raccolte Frugone, Genova) e Ciociara o Ragazza che espone un quadro (1885 ca., coll. priv.) dove Mancini inserisce un quadro nel quadro; la pennellata si fa più ampia, rapida e si arricchisce di colori accesi nel ricordo di Rembrandt.

Vincenzo Gemito, tornato a Napoli, afflitto da un esaurimento psichico, si segregò nella sua abitazione per circa un ventennio nel corso del quale pose in essere una riflessione sull’arte ellenistica, come testimoniano alcuni bronzetti e la Maschera dell'imperatore Alessandro, (cera, 1920 ca., Galleria d'Arte Moderna, Milano). In mostra si ammirano anche i disegni di Gemito, come Fanciulla napoletana o La Zingara, (1885, Collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia - Napoli) ed esempi significativi della serie di Autoritratti. Soprattutto nella fase della maturità, Gemito concepì questa tecnica come un’espressione indipendente che procede in parallelo a quella plastica.

Una mostra di caratura europea questa Antonio Mancino-Vincenzo Gemito, in una città come Pescara, che non ha nulla di meno a confronto con le capitali della cultura europea, come ha tenuto a ribadire nel giorno dell'inaugurazione Lorenzo Sospiri, Presidente del Consiglio della Regione Abruzzo: “Ritengo la giornata odierna un segno del destino. I coniugi Di Persio hanno organizzato una mostra di dimensioni europee in assoluta coerenza con la vocazione del museo dell'800.

Poi riflettevo: fino a che punto una passione è tale o diventa follia? Perché oggettivamente, quando guardiamo l'opera del museo dell'800, per chi non entra in sintonia con i due eccezionali esseri umani, pensiamo che quella struttura sia più vicina alla follia, parliamo di un museo di dimensioni europee che di solito si trova in capitali europee collegate con Fondazioni bancarie, e invece quel Museo si trova a Pescara, sicuramente la città del cuore, ma non è Roma, nè Napoli, nè Milano, nè Parigi. È un'opera enorme, alla quale hanno dato la propria adesione la Regione Abruzzo e il Comune di Pescara, ma quell'impresa è follia, peraltro contagiosa perchè ha dato il via allo sforzo compiuto per il museo dell'800.

Questa mostra si poteva tenere a Parigi, e invece si è fatta a Pescara, testimoniando l'amore per l'arte, per l'Abruzzo e per l'800”.

( 23 novembre 2023 )

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