Sabato 18 novembre 2017, ore 1:47

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Dibattito

Bruciamo le lobby sul falò del nostro conformismo

Un marziano che si trovasse a passare in Italia nelle ultime settimane resterebbe stupito dalle energie che gli indigeni profondono nel tentativo di esorcizzare uno spettro che, da una sommario sguardo a giornali e programmi televisivi, suscita tremori più forti di quello del comunismo dopo le rivoluzioni del 1848: lo spettro del lobbismo. Il marziano si interrogherebbe probabilmente sul perché, in scia ad uno scandalo petrolifero che ha rivelato le mene di alcuni adepti di questa pericolosa dottrina, una popolazione un tempo pacifica sia corsa ad allestire grandi pire agli angoli delle strade sulle quali sacrificare ad una divinità dai contorni teologici ancora poco chiari ma in rapidissima ascesa quanto a proseliti– c'è chi la chiama “trasparenza”, forse intravedendone la derivazione da alcuni culti new age in voga – non i soli (presunti) colpevoli, ma l'intero corpo della “setta”. La quale, a dire il vero, di fronte all'indignazione popolare che monta pare un po' smarrita, quasi afona. Non tutti i membri, però, sono disponibili a farsi issare sulle braci ardenti senza protestare la propria innocenza. “Ci sono medici e avvocati delinquenti? Credo di sì. Ma nessuno si sogna di estendere la condanna a tutti i medici o a tutti gli avvocati. Questa regola per noi non vale”. Eccone uno. Si chiama Gabriele Cirieco e di mestiere fa, se non si fosse capito, il lobbista. Cirieco è amministratore e fondatore di Strategic Advice, società di “consulenza nel campo delle relazioni istituzionali e della comunicazione strategica”, così recita il sito aziendale, un'agenzia di una decina di professionisti che rappresenta gli interessi di imprese di vari settori, italiane e straniere. La sede di Strategic Advice è in via Sistina, pieno centro di Roma, a un tiro dai Palazzi con i quali, secondo il giornalista collettivo, quelli come lui tessono e ritessono una ragnatela di rapporti invariabilmente dipinti come “oscuri”, trame da cui emana un acre odore di zolfo, l'unico che certi nasi avvertono ogni qual volta politica e affari s'incrociano. Cirieco, a dire il vero, non ha un aspetto mefistofelico. Alto, quarantacinque anni, laurea in Scienze politiche, appassionato giocatore di tennis, è nel settore da 17 anni. Ci viene incontro allargando il sorriso. Ha modi felpati ma opinioni nette. Il caso Guidi? “Ho conosciuto Federica Guidi per ragioni professionali: mi ha dato sempre l'impressione di una persona onesta e mi dispiace che la sua reputazione sia uscita rovinata, tanto più che dalle intercettazioni che abbiamo letto ad essere in condizioni di debolezza pare fosse lei”. La Boschi? “Accusarla è ridicolo: ha fatto il suo lavoro valutando quell'emendamento”. E Renzi? “Ha fatto benissimo a difendere la visione del governo e ad assumersi la responsabilità del provvedimento”.

Va bene, però non mi vorrà dire che in questa storia non si intravede una zona grigia popolata da personaggi che sembrano trovarcisi a loro agio?

La zona grigia c'è ma questi personaggi, più che lobbisti, sono abili venditori di fumo.

Come spiega allora il pandemomio che si è scatenato?

Me lo spiego con l'ipocrisia, un vizio che purtroppo in Italia coltivano in parecchi. Ma davvero è pensabile che una frase come “il governo deve stare lontano dalle lobby” abbia corso oggi, in un paese occidentale che ha scelto di esser parte di un sistema basato sull'economia di mercato?

Forse intuisco la risposta.. .

E' palesemente assurdo. Dico di più: espressioni del genere, oltre che offensive per l'intelligenza della gente, sono ingiuste. Primo perché gettano una luce sinistra sul lavoro di molte persone. Secondo perché mirano ad assicurare un facile consenso a discapito di valori fondamentali della democrazia, come la reale rappresentatività delle istituzioni e la libertà dei parlamentari, cioè di coloro che sono chiamati a scrivere le leggi, di informarsi in modo completo.

Conoscere per deliberare, diceva Einaudi...

Appunto. A forza di ripetere che le lobby vanno tenute fuori da Tempio, si finisce implicitamente per avallare una prassi politica che esclude il confronto, salta le mediazioni e, alla fine, sforna pessime leggi.

Qualche esempio?

Mah, mi è rimasta particolarmente impressa l'intemerata di Monti contro le lobby all'epoca del decreto competitività. Ad ogni modo la scelta fatta allora fu di andare avanti da soli, senza ascoltare le parti interessate ai provvedimenti che il governo intendeva adottare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: testi sovente pasticciati, che uscivano dalle commissioni ancora più pasticciati. Cosa che si sarebbe potuta evitare se ci si fosse presi la briga di ascoltare di più dal principio. Ha presente la legge Fornero e la questione esodati?

Più o meno. Fuori dal Tempio, tuttavia, in tanti sembrano pensarla diversamente. Dicono: la corruzione dilaga, i politici sono ladri -oggi anche più di ieri, secondo Piercamillo Davigo. Cosa succederebbe se facessimo entrare “i mercanti”?

Rispondo che questo neogiacobinismo è semplicemente ridicolo. Ci vuole una buona dose di ingenuità per pensare che sbarrando le porte del Parlamento si combatte la corruzione. Alla base di tutto c'è un'idea sbagliata della politica, un'idea che si è sedimentata nell'opinione pubblica negli ultimi anni e che vede nella politica un'attività opaca, per non dire sporca. Ma è proprio la svalutazione della politica che rende difficile, se non impossibile, una mediazione corretta tra interessi diversi.

E' così che nascono le zone grigie?

Non c'è un rapporto meccanico di causa – effetto, ovviamente, ma la linea di tendenza è questa. E' assurdo pensare che chi non coltiva rapporti, o addirittura sostiene - in pubblico – di rifiutarli, dia maggiori garanzie di affidabilità. E' vero l'opposto: chi non presta ascolto ai portatori d'interessi offre un pessimo servizio alla collettività.

Non sarebbe il caso di regolamentare l'attività di lobbying? Più trasparenza, meno sospetti. In fondo in alcuni paesi, è il caso sempre citato degli Stati Uniti, è così da tempo.

Se la proposta è quella di istituire un albo obbligatorio, sono contrario: diventare membro dell'ennesima casta non mi interessa. E' sbagliato restringere l'accesso alle informazioni, sempre. Resto convinto che in linea di principio ogni cittadino, in una democrazia, abbia il diritto di rappresentare i suoi interessi e che per esercitare questo diritto non ci sia bisogno di certificati. Queste cose le ho dette di recente anche durante un'audizione alla commissione Affari Costituzionali del Senato, peraltro in dissenso da alcuni colleghi che sostengono la tesi dell'obbligatorietà.

Quindi la regola migliore è non avere regole?

Sono favorevole ad un albo, che garantisca diritti aggiuntivi a chi offre trasparenza, solo se l'iscrizione è volontaria. Anche a Bruxelles esiste un registro delle lobby, ma non è obbligatorio. E poi nelle istituzioni comunitarie conta molto la prassi della consultazione, che è cosa diversa dalla concertazione.

Non è la legge che crea la morale, d'accordo. Madavvero pensa che senza un punto di riferimentonormativo i politici siano al riparo dalle tentazioni?

L'Italia è un paese malato di iper – regolamentazione, un altro frutto appassito della cultura giacobina di cui parlavo prima. Le tentazioni ci sono sempre, si tratta semmai di capire da dove vengono. Personalmente credo che l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti rappresenti un rischio ben più grave rispetto al contatto con le lobby. Fare politica costa, negarlo è ipocrita; ed è proprio sulla base di questa negazione che possono germogliare rapporti poco trasparenti. Per non dire di un altro rischio, forse più grave della corruzione stessa: se i partiti non assolvono più alla loro fondamentale funzione, chi può escludere che gli interessi si facciano essi stessi partito?

La Camera, dopo l'affaire Tempa Rossa, ha varato un regolamento che disciplina l'accesso dei lobbisti. Cosa ne pensa?

Sicuramente è un primo passo, spero però non si voglia farlo passare come il tentativo di regolamentare una banda di criminali. In realtà il testo lascia perplessi su due punti di una certa rilevanza. Primo, non considera parte dell'attività di lobbying le audizioni in commissione, il che è un controsenso. Secondo, impone di dichiarare al momento dell'iscrizione quali parlamentari si vogliono incontrare, insomma di scegliere una sola volta per tutte, cosa francamente impossibile. Finirà che al momento dell'iscrizione i lobbisti depositeranno l'elenco completo dei deputati.

Carlo D’Onofrio

( 16 maggio 2016 )

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