Lunedì 28 novembre 2022, ore 20:19

Dibattito

Cosa resta della Francia dei “Trente Glorieuses”

Que reste-t-il de notre amour. Cosa resta della Francia. Di quale Francia, verrebbe da dire. Quella dei Trenta Gloriosi (Trente Glorieuses), come d’oltralpe è stato definito quello che noi abbiamo chiamato il Boom economico. La differenza, forse, la fa, l’ha fatta, l’uso dell’inglese. Che dalle nostre parti è stato sdoganato un minuto dopo la fine della guerra, mentre al di là delle Alpi, proprio nei Trenta Gloriosi, non ha mai trovato buonissima stampa, grazie soprattutto a una classe dirigente (De Gaulle in testa) aperta al mondo e alle sue opportunità, ma non esclusivamente a quelle di matrice anglofona o atlantista. Negli anni ’80, però, qualcosa è cambiato. Le società occidentali avviano una profonda trasformazione. Quella francese non è risparmiata ed entra a pieno titolo nel mondo dei servizi, della mobilità, dei consumi e dell'immagine. La France sous nos yeux (La Francia sotto i nostri occhi) scritto a quattro mani dal sondaggista Jerome Fourquet e dal giornalista Jean-Laurent Cassely, racconta un Paese che per certi versi sembra ancora inesplorato e sconosciuto, soprattutto agli occhi dei millennials, tracciando uno sguardo d’insieme, anche con il sostegno di statistiche e cartografie originali sulla Francia post industriale, che è anche la Francia che ha tradito la sua classe media e ha arrestato il processo di distribuzione del benessere alla piccola borghesia. Due anni dopo la pubblicazione de l’Archipel français, che testimoniava la frammentazione della società francese, come un arcipelago, in cui gruppi, comunità o anche persone singole, sono isolate l’una dall’altra pur mantenendo ancora una vaga comunanza socio-politica, ideologica e linguistica, i due autori ripercorrono gli ultimi 40 anni della della Grande Metamorfosi, cioè il passaggio da un sistema economico organizzato e disegnato intorno alle attività produttive a un modello basato su consumi, turismo e tempo libero. Il risultato è la frammentazione: dalla Francia “premium” alla Francia “discount”, ognuno nel suo angolo, nella sua zona di conforto. E ce n’è per tutti. Una laguna che mette assieme le piattaforme logistiche di Amazon, gli spettacoli televisivi dei tele predicatori, i ristoranti kebab, i paesini neo rurali della Drome, gli antidepressivi per la grande borghesia sessantottarda ricca e insoddisfatta, le panetterie di quartiere, la giapponesizzazione “nintendizzata” e i gilet gialli. Tutto, o quasi, a uso e consumo di se stesso. Una morte del prossimo lenta, pianificata e a scopo di lucro. Ognuna di queste realtà economiche, culturali e sociali occupa la vita quotidiana o alimenta l'immaginazione di un segmento della Francia contemporanea dove l'uno è inconsapevole di quello che fa l'altro. Il divario tra la realtà del Paese e le rappresentazioni che abbiamo ereditato, scrivono gli autori, è dunque abissale, e a quasi mezzo secolo dal compimento dei Trenta Gloriosi, si continua a parlare della Francia come se ne fosse appena uscita. Il libro mostra, di fatto, i paradossi tutti francesi, tra bisogno d’identità e vaghi complessi d’inferiorità nei confronti del mondo che cambia, ossessione della modernità e timore del giudizio altrui nel caso il pensiero critico metta eccessivamente in discussione le conquiste della scienza e della tecnica. La schizofrenia, dunque, è evidente. Perché il francese non sopporta Amazon ma il 40 per cento delle persone sotto i 50 anni riceve consegne dal colosso americano ogni mese; detesta Mc Donald’s ma non può sottrarsi al pranzo veloce; dice di adorare la televisione di qualità ma non può fare a meno dei canali generalisti e gossipari; e ovviamente consuma serie su Netflix a raffica ma rimpiange il bianco e nero di Jean Gabin. Il libro si apre con la pandemia che ha messo a nudo fatti e misfatti della deindustrializzazione e della sua enorme portata che fa della Francia un Paese non più capace di produrre quello che serve (e a marzo 2020 la penuria di mascherine e altri strumenti di protezione sanitaria fu l’effetto di quanto accaduto nei 40 anni precedenti). La Grande Metamorfosi ha fatto scendere la quota di Pil dell’industria francese dal 24 per cento del 1980 al 10 nel 2019. Dal 2008, anno della crisi economica, a oggi la Francia ha chiuso 936 siti industriali con oltre 50 dipendenti, distruggendo 125mila posti di lavoro. Praticamente, scrivono gli autori, la foto scattata da un aereo di una città ridotta alle macerie dopo un bombardamento. Il cambio di paradigma viene teorizzato da Serge Tchuruk quando è alla guida di Alcatel, numero mondiale della fibra ottica, che ancora nel 2000 possedeva 120 siti nel mondo e dava lavoro a 200mila persone. Nel 2001 però Tchuruk dichiarò che Alcatel dove diventare “un’impresa senza fabbrica”, forgiando il termine fabless. Meno manifatturiero (“che blocca troppi soldi agli occhi degli azionisti”), più materia grigia (ricerca, sviluppo e brevetti). Dodici anni dopo, nel 2013, l’ecatombe aziendale, iniziata nel 1996 con le prime dismissioni, raggiunge l’acme con la definitiva cessione o chiusura di tutti i siti francesi di produzione. 
Pierpaolo Arzilla 
 

( 8 luglio 2022 )

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