Sabato 15 giugno 2024, ore 16:14

Dibattito

Economia e crescita demografica

Professore, il suo libro è compreso tra due estremi, l’Unità d’Italia e la Pandemia, ed ha come punto intermedio lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale come momento negativo che si è trasformato in opportunità: i cosiddetti “trenta gloriosi” anni di sviluppo economico. Dobbiamo aspettarci anche ora questa specie di Aufhebung hegeliano o le crisi geopolitiche in corso hanno spazzato via la nuova fase di opportunità e cambiamento che sembrava essersi aperta dopo il covid19?

L’Italia, come raccontiamo nel libro, appare un paese portato a cercare un equilibrio e poi mantenerlo il più possibile. Anziché rimettersi continuamente in discussione rispetto al mondo che cambia, cerca di resistere finché non si produce una discontinuità che rompe l’e quilibrio precedente e mette nelle condizioni di iniziare una nuova fase. Questo è avvenuto in negativo con la Grande Guerra e in positivo con il secondo conflitto mondiale. Dopo i “Trenta gloriosi” ci siamo ostinati a difendere il nuovo benessere raggiunto anziché investire - aggiornando welfare e modello di sviluppo - sulle componenti e sulle condizioni in grado di generare nuova ricchezza e benessere. Abbiamo così indebolito la crescita economica e lasciato aumentare squilibri demografici e diseguaglianze sociali. La crisi del 1992, con lo scandalo di Tangentopoli, la fine della prima Repubblica, le riforme per l’en trata nell’Euro (in coerenza con il Trattato di Maastricht), hanno solo parzialmente portato ad un riorientamento del percorso del Paese. Con la Grande recessione del 2008-2013 tutti i limiti e le contraddizioni si sono accentuate, accompagnate da un ulteriore crollo della natalità.

E la recente discontinuità prodotta dalla pandemia?

Questa presenta alcuni aspetti positivi che la accomunano a quella prodotta dalla Seconda Guerra Mondiale, come la necessità di costruire una nuova infrastruttura sociale del paese in analogia con l’infrastruttura materiale distrutta allora dal conflitto, con corrispondenti risorse adeguate (allora il Piano Marshall, oggi i fondi Next Generation Eu). La differenza, oltre a nuove incertezze legate a crisi geopolitiche, sta nelle diverse condizioni per alimentare la nuova fase di sviluppo. Nel passato, compresi i Trenta gloriosi, la crescita economica era alimentata da un’ampia base demografica che dava spinta e dinamismo alla forza lavoro e ai processi di sviluppo.

Oggi quelle condizioni non ci sono più … 

Infatti, ecco perché va, quindi, trovato un modo nuovo di garantire sostenibilità sociale e produzione di benessere non solo con una popolazione anziana in aumento, ma con una diminuzione strutturale della popolazione in età lavorativa, ovvero la componente che crea ricchezza, finanzia e fa funzionare il sistema di welfare. Non abbiamo ancora a livello politico e di dibattito pubblico la consapevolezza di essere entrati in questa fase nuova. Non abbiamo comunque alternative: dobbiamo cogliere questa discontinuità per risollevarci da squilibri persistenti e accentuati dalla crisi sanitaria, che, in termini di conseguenze rispetto al futuro,sono peggiori degli effetti di una guerra.

Mi scuso per averla trascinata nella dimensione del possibile, il ché può essere sempre un po’ imbarazzante. Miracolo economico e crescita demografica vanno sempre a braccetto?

Le basi per generare benessere, tanto più in una società che invecchia, non possono che dipendere dai meccanismi del ricambio generazionale. Giovani che rinunciano a formare una propria famiglia e non riescono ad avere un ruolo attivo nei processi di crescita del paese condannano inevitabilmente a basso sviluppo, squilibri e diseguaglianze. La relazione tra demografia ed economia evolve positivamente quando esistono strumenti di welfare che consentono alle persone di mettere in relazione positiva lavoro e scelte di vita. Il successo in questa direzione corrisponde oggi nel mantenere una fecondità non troppo sotto i due figli per donna. Scendere molto sotto e rimanere a lungo su livelli bassi, come nel caso italiano, significa rendere il rapporto tra popolazione anziana e forza lavoro sempre più sbilanciato, di conseguenza economicamente e socialmente sempre meno sostenibile.

Nulla è scontato del rapporto tra economia e demografia …

Le condizioni che le mettevano in relazione positiva nel secondo dopoguerra non funzionano più oggi perché quel tipo di economia, di demografia, ma anche di società, non ci sono più. Non dobbiamo però ritornare a quel modello, ma fare in modo che i meccanismi del rinnovo generazionale, sul versante sia quantitativo che qualitativo, siano coerenti con le sfide di oggi. La situazione italiana mostra che le politiche economiche che trascurano la demografia agiscono sui margini del breve periodo ma risultano deboli e inefficaci nel medio-lungo.

Le condizioni stesse che avevano favorito lo sviluppo nei trent’anni d’oro stanno cambiando sotto il profilo economico, politico, sociale, culturale, demografico … Perché, secondo Lei, oggi l’Italia non è più capace di mettere in mutua e positiva relazione crescita economica, welfare e demografia?

 Il motivo è semplice. Trascurando la demografia non si è capito come andava ripensato il sistema di welfare. Non rimettendo in discussione il modello di welfare degli anni Cinquanta e Sessanta, centrato sul maschio lavoratore adulto, sono state compresse le opportunità di partecipazione delle donne e delle nuove generazioni. Dato però che il centro della vita attiva del paese è stato presidiato in modo solido dalle generazioni abbonanti nate fino al periodo del baby boom, l’Italia è riuscita a resistere nonostante crescenti limiti e contraddizioni.

Oggi però ci troviamo ad entrare in una nuova fase, nella quale al centro della vita attiva entrano le generazioni nate nel periodo del crollo delle nascite … 

Al contempo abbiamo anche bassi tassi di occupazione sia giovanile che femminile. Da un lato il crollo delle nascite è stato causato proprio dalla carenza di politiche in grado di mettere in relazione positiva autonomia abitativa ed economica con progetti di vita per le nuove generazioni, conciliazione tra tempi di lavoro e familiari soprattutto sul versante femminile. D’altro lato gli squilibri causati dalla denatalità vanno ad accentuare il peso della spesa sociale verso la popolazione anziana comprimendo gli investimenti sulle politiche attive e di conciliazione. Se le risorse di Next Generation Eu non aiutano a rompere questo circolo vizioso per tempo, il futuro dell’Italia somiglierà sempre più ad un tunnel sempre più stretto e senza uscita.

Lei definisce (mi corregga, se sbaglio) “spregiudicate” le operazioni di asservimento della demografia al potere che abbiamo visto nel periodo fascista e nel secondo dopoguerra e attribuisce loro la debolezza dell’a zione pubblica italiana nelle politiche familiari rispetto all’Europa nord-occidentale, alla Francia e ai Paesi Scandinavi. Potrebbe spiegarci perché?

Il fascismo ha cercato di asservire la demografia al potere attraverso una pesante retorica che ha generato una reazione negativa che si è propagata come una eco stridente per varie generazioni. Per lungo tempo parlare di politiche familiari, ma ancor più di politiche di sostegno alla natalità, è stato quasi un tabù. Mentre i paesi che non hanno subito dittature, come Francia e paesi Scandinavi, hanno adottato un modello esplicito di aiuti aggiornato nel tempo. La chiave, in ogni caso, è completamente diversa dalla politica spregiudicata fascista. Si tratta di andare incontro, con politiche efficaci, alle scelte desiderate e libere delle persone, riconoscendo tra esse quelle di valore collettivo che meritano di trovare le condizioni per essere realizzate con successo. Politiche familiari che, in combinazione con politiche generazionali, consentono di mettere assieme l’autonomia abitativa dei giovani e la formazione di un proprio nucleo, vanno in questa direzione. Così come politiche familiari, in combinazione con politiche di genere, che consentono a donne e uomini di scegliere contemporaneamente di lavorare e avere figli. Questo passaggio culturale e di approccio noi abbiamo tardato maggiormente a compierlo.

Le politiche sul calo demografico di cui oggi si sente parlare per favorire la natalità o la nuzialità che effetto Le fanno? Dove sbagliano, se sbagliano?

L’Italia presenta uno dei più ampi divari in Europa tra numero medio figli desiderati (attorno a 2 come evidenziano i dati Istat ed Eurostat) e numero effettivamente realizzato (pari a 1,25). L’obiettivo delle politiche è ridurre tale divario, ma per farlo è importante aggiornare le coordinate su come tale scelta viene oggi interpretata e realizzata. A differenza del passato, nelle società contemporanee avere figli non è sentito come un obbligo e non è dato per scontato averli anche quando li si desidera. Va considerata una scelta libera che ha bisogno di condizioni adatte per poter essere realizzata positivamente. In secondo luogo avere figli non è una scelta indipendente dalle altre. Ha bisogno di inserirsi in un processo di realizzazione personale, professionale e di benessere molto più articolato. Inoltre, avere figli non è una scelta solitaria. Non basta la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, serve anche una condivisione dell’attività di cura che coinvolga anche i padri. Ma serve attorno anche una comunità che riconosca il valore collettivo dell’investimento solido sulle nuove generazioni e il loro sviluppo umano.

Questo significa anche che le politiche devono essere inclusive, rivolte a tutti i bambini indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori (condizione lavorativa, tipo di unione, cittadinanza) …

Devono essere intese e realizzate come priorità condivise del paese, evitando di renderle oggetto di contrapposizione ideologica. Servono, infine, azioni sistemiche e integrate. Per i bassi livelli di natalità del nostro paese e gli squilibri accumulati, l’unico modo per invertire la tendenza è combinare un forte sostegno economico alla scelta di avere figli (portando almeno a 200 euro la base universale dell’assegno unico, come in Germania) con un processo di progressivo miglioramento della rete dei servizi per l’infanzia (puntando ad una copertura oltre il 50% in età 0-2, come in Francia e Svezia) e un rafforzamento del congedo obbligatorio di paternità (estendendolo a tre mesi, come in Spagna). Per farlo è necessario portare le politiche familiari al centro delle politiche di sviluppo del paese: non ci si può accontentare ogni anno di mettere risorse nella legge finanziaria su alcune misure e vedere volta per volta l’ef fetto che fa.

Il passaggio dalla crescita della quantità – su cui si è basato il concetto dibenessere nel XX secolo – alla qualità della crescita, in coerenza coi processi di sviluppo del XXI secolo, quali parole d’ordine dovrebbe avere secondo Lei?

Il XX secolo è stato un periodo in cui il benessere è stato ottenuto premendo sul pedale della quantità: di popolazione, di produzione e consumo, di anni di vita. Le sfide del XXI secolo si vincono, invece, solo se si migliora la qualità, non solo sul versante economico, andando oltre la misura del benessere tramite il prodotto interno lordo, ma anche dal punto di vista demografico. Questo implica una crescente attenziona a: qualità dei servizi di welfare, qualità delle relazioni sociali, qualità del rapporto con l’ambiente, qualità della formazione delle nuove generazioni, qualità del lavoro, qualità delle fasi di una lunga vita attiva.

Quelli che fanno le spese dell’inadeguatezzadiquesto sistemasono le nuove generazioni e le donne, con conseguenze inevitabili sui loro progetti di vita. Chi ci porterà fuori dall’inverno verso una nuova primavera sono loro, eppure se ne parla troppo  poco nelle manovre. Sono sempre unanota a margine in operazioni volte a mantenere piuttosto rendite di posizione e diritti acquisiti … Ha la nostra stessa impressione? 

È proprio così, nel mio libro “Storia demografica d’Italia” emerge in modo molto chiaro come le difficoltà del paese di crescere, le diseguaglianze sociali e gli squilibri demografici, siano la conseguenza del sottoutilizzo e della bassa valorizzazione del capitale umano delle nuove generazioni e delle donne. Questo è avvenuto per vari motivi intrecciati tra di loro: non abbiamo letto per tempo le necessità di cambiamento del sistema di welfare; abbiamo preferito mantenere rendite di posizione e diritti acquisiti anziché dar spazio alle nuove componenti in grado di generare nuovo benessere; abbiamo una politica con lo sguardo corto che predilige misure spendibili in funzione della prossima scadenza elettorale. Ma, paradossalmente, proprio l’aver finora sottoutilizzato tali due componenti cruciali, può ora consentirci di avere una spinta verso una fase nuova maggiore rispetto agli altri paesi con cui ci confrontiamo, a patto però di far entrare pienamente in campo le loro energie positive con strumenti adeguati ben integrati (su percorsi lavorativi e progetti di vita).

Quali sono i vantaggi?

Rispetto agli squilibri demografici, questo approccio produce sia vantaggi di breve periodo (perché la maggior occupazione giovanile e femminile rende più solida la forza lavoro in una popolazione che invecchia), sia di medio-lungo periodo (per le ricadute positive sulla natalità). Ma più attendiamo e più gli squilibri demografici andranno a ridurre i margini per agire efficacemente su tali leve.

Roberto Rosano

( 18 gennaio 2023 )

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