Lunedì 8 marzo 2021, ore 13:27

Quotidiano di informazione socio‑economica

CIna

La bolla del Celeste Impero

di STEFANO PETRUCCI

Il Celeste Impero ha cambiato colore. Oggi tende al bianco o al verde, secondo la scala cromatica che tradizionalmente accompagna gli scenari dell’economia. La Cina, l’unico paese al mondo cui la pandemia non ha minato il sistema produttivo, ha deciso di chiudere i rubinetti agli investimenti sullo sport. Lo spettacolare grimaldello usato dal governo di Xi Jimping per affermare l’immagine cinese in Occidente finisce in soffitta. La Cina non compra più calciatori a peso d’oro, non li arricchisce con stipendi faraonici, sbarra la strada a operazioni finanziarie come quella che ha portato il gruppo Suning ad acquisire l’Inter, ormai ufficialmente in vendita. E’ una strategia rovesciata, quella scelta da Xi, che non riguarda solo il calcio, ma lo sport in generale. Una strategia che segna la caduta della più grande bolla della storia degli investimenti in ambito sportivo. Proviamo a raccontarla.

Tutto parte dieci anni fa. Xi Jimping individua nello sport uno strumento di propaganda semplice ed efficace, specie nelle mani di un paese come il suo. Gli atleti cinesi hanno vinto 473 medaglie alle Olimpiadi estive e 53 a quelle invernali. Ma essere Impero ogni quattro anni non basta al paese in crescita inarrestabile. Serve di più. Serve il calcio, l’espe ranto dello sport a ogni latitudine: negli States, dove il soccer si sta europeizzando, nella Russia di Putin, che ha ospitato di recente i Mondiali, persino in Africa, la nuova terra di conquista. Di fatto nel 2011 Xi, allora vicepresidente della Repubblica popolare cinese, annuncia il suo ambiziosissimo progetto: qualificarsi per i Mondiali di calcio, organizzare quelli del 2026, cerne un’edizione entro il 2050.

Per questo, il governo si metterà in scia dei tycoon locali che da un paio di anni hanno cominciato a investire pesantemente nel pallone. Per il movimento del calcio vengono stanziati ben 800 miliardi di dollari, si ristrutturano i campionati, si ammodernano gli stadi, si gonfiano i bilanci dei club con la ridistribuzione dei diritti- tv, la nazionale viene affidata a Marcello Lippi ( 24 milioni di euro l’anno, record di sempre). E si investe all’e stero: attraverso gruppi e società rampanti la Cina mette le mani su club europei come Inter, Atletico Madrid, Lione, Aston Villa, Nizza, Espanyol, Slavia Praga, Parma.. Mentre in casa propria il monte salari dei 473 giocatori che partecipano al campionato

cinese schizza a quota 332,1 milioni di euro, 700 mila euro a testa. Dall’Eu ropa arrivano campioni veri o presunti, subito coperti d’oro: Tevez, Witsel, Lavezzi (in tre, mettono insieme quasi 92 milioni di salari), Hulk, Oscar, gli italiani Pellé ed El Sharawi.

In fondo sono proprio questi ultimi due lo specchio della bolla che scoppia all’im - provviso. Pellé, sbarcato allo Shandong Luneng nel 2016 con 15 milioni di ero netti di ingaggio annuo, ha formato ieri per il Parma a un milione; El Sharawi, altri 15 milioni per una stagione allo Shangai Shenua, è appena tornato alla Roma con un contratto cinque volte inferiore. Due delle poche operazioni chiuse dai club italiani nell’edizione più malinconica del calciomercato: quella chiusa ieri, ancora in pieno Covid. Ma che è successo ai cinesi? Il governo di Xi, ormai diventato numero uno, ha capito di avere esagerato. La nazionale di Lippi non si è qualificata per i Mondiali, i club si sono gonfiati di costi insopportabili, non si sono valorizzati i vivai giovali, non un solo calciatore cinese si è affermato in Europa, l’opinione pubblica è in ebollizione: perché tanti sprechi? Come non bastasse, arriva la pandemia, che accelera decisioni drastiche. Il progetto è fallito, la bolla è esplosa. Arrivano così i tagli ( si fissa a tre milioni di euro il tetto salariale per i calciatori) e il blocco agli investimenti all'estero. A Suning e Alibaba viene “ consigliato” di dirottare i capitali su mercati più sicuri. La Cina si getta su minerario ' edilizia, immobiliare, porti, in Africa e in Medio Oriente. Il calcio resta, ma senza più follie. Ridimensionato, più modesto, più vicino alla tradizione. Il Celeste Impero ha capito di poter produrre qualsiasi cosa, ma mai un Maradona o un Messi.

 

( 8 marzo 2021 )

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