Lunedì 22 luglio 2024, ore 9:13

Dibattito

La riglobalizzazione accelera il Green Deal Eu

Appare sempre più evidente che la globalizzazione, cosi com’è stata realizzata, non possa reggere al nuovo ordine mondiale che proverà a ridisegnare, oltre agli equilibri politici, il perimetro dei nuovi mercati.

Queste sono sostanzialmente le grandi sfide del futuro, ridisegnare potere e influenze politiche ed economiche, e come sempre la questione economica si presenta determinante nel sostenere il primato dei Paesi o delle imprese produttive e multinazionali riconducibili ad essi.

La fine di un mondo unipolare sta già determinando crisi e smottamenti in uno scenario che non ha visto la fine della storia come teorizzava Fukuyama; piuttosto il ritorno degli imperi, dove all’econo mia si aggiungono altri fattori come la lingua, la religione, la cultura; in sostanza l’appartenenza, come lucidamente teorizzato da Huntington nel testo del 1996 ”Lo scontro delle civiltà”.

Le crisi che si succedono finanziaria, climatica, pandemica, energetica, il ritorno della guerra in Europa (Jugoslavia prima ed Ucraina oggi) - non fanno che evidenziare lo smottamento che si sta realizzando in attesa di un riassetto possibile, “un nuovo ordine mondiale”.

La novità che stiamo vivendo in un tempo che si fa luogo potrebbe essere la riglobalizzazione, un tentativo di rivedere i nuovi assetti ridisegnando mercati e sfere d’influen za, provando a realizzare nuove alleanze e agglomerati ricomposti e ridefiniti per affinità, e più esclusivi.

La riglobalizzazione presumibilmente tenterà di realizzare nuove aree di scambio commerciale più esclusive rispetto alla potente liberalizzazione dei mercati realizzata dalla globalizzazione.

La riorganizzazione di queste aree mercato di nuova influenza fa ribollire i continenti, da quello africano a quello asiatico, dall’in doeuropeo fino all’Ameri ca meridionale; e inasprisce il confronto tra le nuove forze imperiali Usa e Cina nel ruolo dei grandi protagonisti, della Russia che non accetta di essere retrocessa a potenza dimezzata; e molti altri attori minori che provano a ridisegnarsi un ruolo nelle proprie zone d’influenza (Brasile, Turchia, Iran, Sud Africa, Arabia etc).

Il tema com’è evidente non è solo geopolitico, ma tiene conto dell’eco nomia e dei mercati; e soprattutto delle nuove produzioni strategicamente legate alle terre rare, quelle che oggi sono la causa principale del confronto– scontro della destabilizzazione e dei conflitti in moltissimi Paesi.

L’Europa cosciente di non poter giocare da protagonista la partita delle terre rare, e ancora troppo debole e subalterna nello scenario geopolitico globale, sta provando a costruirsi un ambito strategico su cui poter primeggiare: quello della transizione ecologica.

Il Green Deal europeo non è solo un obiettivo di buon senso, un’indicazio ne dell’Onu; ma va inteso come la strategia europea per affermare un primato economico sul quale sviluppare innovazione e nuovi mercati. L’Europa prova a recuperare i ritardi che la condannerebbero alla marginalità tecnologica e produttiva, puntando sull’unico ambito dove per cultura e sensibilità, può ancora sperare di competere e primeggiare con gli altri.

Gli Stati membri con il Green Deal hanno indicato la strada per costruire il primato strategico dell’Ee, che nella riglobalizzazione tra affini darà più peso al mercato interno e un vantaggio sui competitor che in materia ambientale sono in evidente ritardo e meno preparati, anche se gli Usa sembrano aver cambiato passo attraverso un enorme finanziamento della produzione green locale, (inflaction reduction act ), che sembra trovare interesse alla delocalizzazione di importanti industrie tedesche.

Il 14 luglio 2021 a sostegno degli obiettivi del Green Deal Eu è stato approvato il pacchetto Fit For 55, con il quale le aziende attraverso dodici iniziative si impegnano ad accelerare la transizione ecologica.

Sia i fondi strutturali sia il Next Generation Eu sia altri fondi e risorse, vengono sempre più indirizzati alla transizione ecologica. La scelta dell’auto elettrica entro il 2050 e la sospensione della vendita di auto a combustione termica entro il 2035, non possono che considerarsi conseguenze di questa strategia, cui si aggiunge la recente proposta della casa green (energy performance of building directive) che mira a riconvertire il patrimonio immobiliare e che potrebbe portare alla creazione di un energy performance renovation fund.

I piani energetici dei Paesi membri (2021-2030) indicano che i Ventisette hanno intrapreso la strada della transizione energetica e seppur con fatica sembrano avere colto la necessità e gli obiettivi indicati.

Sono questi risultati, e le sensibilità sulla materia (comunità energetiche, idrogeno, emissioni, auto elettrica, etc) che spingono l’Europa ad alzare gli obiettivi e accorciare i tempi, portando la riduzione delle emissioni al 55% rispetto a quanto già indicato negli obiettivi 21-30 intervenendo sia sull’au to sia sulle abitazioni, che rimangono gli ambiti più popolari e migliori per affermare e perseguire la nuova strategia.

Il pacchetto Fit For 55 e le nuove indicazioni non fanno che confermare la scelta strategica dell’Eu arrivando a prevedere all’in terno del pacchetto persino una norma dal sapore protezionista come la Cbam (carbon borders adjustament mechanism), che dovrebbe tutelare le frontiere europee dall’in gresso di prodotti inquinanti e che inciderà sull’import di settori come cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità: tutti prodotti che saranno penalizzati se non realizzati con standard adeguati.

Le norme messe in campo si pongono anche l’obiet tivo di tutelare e valorizzare il mercato interno, di frenare la delocalizzazione e favorire il reshoring e la specializzazione, di alzare il livello delle competenze e delle produzioni strategiche.

Le discussioni soprattutto politiche - generate da ultimo dalle nuove normative sulle emissioni, sul blocco della produzione di auto inquinanti e sulla casa green - sono sicuramente legittime ma andrebbero gestite con grande consapevolezza e lungimiranza, evitando la propaganda e la ricerca del consenso.

Sicuramente un piano tanto ambizioso sulla transizione ecologica deve essere aiutato e sostenuto, evitando le ricadute negative sul lavoro e la tenuta sociale, magari provando a insistere nel realizzare fondi d’investimento comuni, cercando di non lasciare gli stati da soli, con il rischio di aumentare il divario tra di essi e di indebolire la comunità europea, che al contrario, purtroppo sembra orientarsi su soluzioni diverse tra gli Stati membri.

La questione ambientale è il tema primario delle politiche Onu e uno dei più sentiti e divisivi nei confronti delle nuove generazioni, verso le quali l’Eu sembra avere una positiva attenzione, riscontrabile nella benevolenza e la visibilità che la stessa garantisce a Greta Thumberg e al suo movimento Fridays For Future.

Le discussioni e i dubbi sono legittimi, la propaganda no. Perché oltre che di buon senso e buone pratiche, la svolta green dell’Europa è economicamente e politicamente strategica ed è l’unico ambito dove può provare a primeggiare, sviluppare innovazione, essere competitiva.

Il Green Deal sembra essere la strategia più credibile per rafforzare l’Eu sui tre obiettivi indicati nella Nex Generation Eu: la transizione ecologica, il recupero del gap digitale e la coesione sociale. Si tratta del futuro della comunità europea, di scegliere se essere protagonista o subalterna, nel nuovo ordine mondiale, che tra crisi, tensioni e conflitti si proverà a costruire.

Il Green Deal Eu rimane una scelta strategica; e al punto in cui siamo, forse l’unica perseguibile per affermare un primato economico e tecnologico. La politica dovrebbe approcciarlo positivamente, evitando resistenze ideologiche pretestuose e strumentalizzazioni politiche. Sono temi su cui occorre pensare positivo, vedere la transizione ecologica come un’opportunità, uscendo sia dall’idea conservatrice del disastro occupazionale e sociale sia dall’idea che la tecnologia risolverà tutti i problemi, compresi quelli climatici.

L’utopia concreta rimane la salvezza del creato, ma la politica non è matura per cogliere questo punto e farlo diventare un vero programma: il partito negazionista e contro la natura rimane molto forte, ed ha mezzi straordinari per affermare le proprie ragioni.

La scelta del Green Deal EU è importante, è quel pensiero alternativo che recuperando la prossimità, la qualità del vivere, un nuovo modello economico sociale del produrre e dell’abitare, può andare oltre la visione miope “dell’euro - eco follia” e fare della transizione ecologica un’opportuni tà e una strategia positiva, capace di aprire prospettive verso nuove direzioni, e garantire all’Europa stessa un protagonismo e un futuro.

Per il resto parafrasando Amleto potremmo affermare che considerato tutto ”c’è molta logica in questa follia umana”.

Ulderico Sbarra

( 27 marzo 2023 )

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